Sport

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"Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di suscitare emozioni. Ha il potere di ricongiungere le persone come poche altre cose. Ha il potere di risvegliare la speranza dove prima c’era solo disperazione". (Nelson Mandela)

 

Introduzione

Lo sport è uno dei fenomeni più significativi ed emblematici del nostro tempo, un fatto sociale totale con rilevanti implicazioni di carattere culturale, politico, giuridico ed economico. L’interesse che suscita l’attività sportiva, non solo agonistica, ed il suo successo sono legati al fatto che essa rappresenta l’espressione sociale praticabile più eclatante della dimensione competitiva, della ricerca di autoaffermazione, di quella tensione alla distinzione di sé dagli altri fondamentale e connaturale ad ogni essere umano.

 

La sport nella storia e nel nostro tempo

Lo sport è uno dei fenomeni più articolati, interessanti ed avvincenti del nostro tempo. Lo testimoniano anzitutto i numeri: al mondo sono circa 850 milioni i praticanti ed oltre 5 milioni le società sportive. Incalcolabile è il numero degli appassionati che seguono, dal vivo o grazie ai media, gli eventi sportive. Se alle Nazioni Unite aderiscono oggi 192 nazioni, del Comitato Olimpico Internazionale fanno parte 205 federazioni nazionali ed addirittura 208 sono quelle che aderiscono alla FIFA, l'organismo mondiale del calcio.

L’esperienza sportiva ha origini lontane, fra i Sumeri, in Cina e nell’antico Egitto, con un apice di particolare intensità e significato, anche dal punto di vista culturale, nell’antica Grecia. Ma è nei tempi moderni che lo sport raggiunge la massima espressione di sé. Lo sport nel ‘900 arriva ad assumere finalità prestativa (nella logica del progresso, come preparazione razionale di performance sempre più elevate, grazie allo sport agonistico e professionistico), finalità pedagogica e riproduttiva della forza lavoro (educazione del corpo - efficiente, controllato, docile, abile - dei cittadini perché occupino adeguatamente il proprio ruolo sociale) e finalità catartica (liberare il corpo dalle tensioni per prevenire manifestazioni anti – sociali).

Dello sport di oggi, "Just do it" (Nike) e "Impossible is nothing" (Adidas) sono due espressioni da considerarsi emblematiche: esprimono efficacemente il concetto del corpo sportivo come luogo dei sogni che diventano realtà. Incrinatosi, nella post-modernità, il rapporto fra società industriale e sport, si è passati dal concetto di “corpo come macchina” a quello di “corpo come espressione”, si è passati da uno sport “fordista” ad uno sport che permette di mettersi in gioco, di mettersi alla prova. All’etica del sacrificio si è sostituita l’estetica del talento.

Lo sport di oggi ha assunto caratteri nuovi: finalità agonistica (ricerca del risultato), finalità strumentale (trasferire le qualità fisiche nella vita quotidiana), finalità espressive (ricerca di emozioni), finalità di intrattenimento (divertimento e consumo). E nuove sono le tendenze verso le quali lo sport si sta orientando: l’individualizzazione e la personalizzazione dell'esperienza sportiva, la combinazione e l’ibridazione (definite “zapping sportivo”) delle discipline, la loro delocalizzazione (all’aria aperta), la loro tecnologizzazione, la ricerca di forme avventurose…

Questa evoluzione, sostenuta da un matrimonio di reciproco interesse con i media e da interessi economici, fa sì che lo sport sia oggi un fatto sociale totale che mostra implicazioni di carattere culturale, politico, giuridico ed economico. A riguardo le competizioni internazionali tirano a lucido città intere ma la società civile vigila sulla violazione dei diritti umani e lo sfruttamento del lavoro. Ciò vale sia per i Mondiali del 2014 che per le Olimpiadi del 2016. E ciò è valso anche per gli europei di calcio del 2012 organizzati in Polonia ed Ucraina ove sono stati sterminati molti cani randagi.

Ma le stesse competizioni si trasformano in eventi solidali ove far passare messaggi antirazzisti. Lo stesso comitato olimpico, infatti, tende ad essere solidale con i paesi che minori opportunità e strutture sportive creando una solidarietà tra i diversi paesi nelle diverse edizioni olimpioniche.

 

Lo sport: le ragioni del suo successo

Nel nostro tempo lo sport non rappresenta più soltanto un gioco: è una cosa seria perché muove enormi cifre di denaro, un aspetto sconosciuto allo sport dell’antichità, un aspetto che mette in moto grandi interessi e genera conseguenze rilevanti. È una cosa seria perché sa muovere grandi passioni. E nutrire una passione significa, in qualche modo, patire, soffrire per un obiettivo, ma anche prendere parte, dare sapore alla propria esistenza, conoscendosi e sfidandosi. L'attività sportiva è alimentata, prima di tutto, dalla sua dimensione agonistica. E la sua connaturale bellezza è proprio quella di saper far nascere sempre nuove ed avvincenti sfide, con se stessi e con gli altri.

Che lo sport sia oggi, come sostengono alcuni autori, “una forma di compensazione di istanze psichiche deluse, o uno scarico di energia eccedente, o una via d’uscita per la realizzazione di aspirazioni tipiche della dimensione antropologica o allevate dalla vita quotidiana moderna”, è certamente corretto, ma l’interesse che suscita l’attività sportiva, non solo agonistica, ed il suo successo sono fondamentalmente legati al fatto che essa rappresenta l’espressione sociale praticabile più eclatante della dimensione competitiva, della ricerca di autoaffermazione, di quella tensione alla distinzione di sé dagli altri fondamentale e connaturale ad ogni essere umano.

Lo sport moderno ha fatto sua la razionalizzazione tipica della società contemporanea: la sistematicità dell’addestramento, la ricerca dell’ottimizzazione del risultato, il principio di prestazione e la sua misurazione, la giustificazione funzionale della autodisciplina. Ma a questa oggettività, lo sport è in grado di abbinare con successo il suo opposto: l’invenzione, la creatività del comportamento, che rappresentano una concessione al valore simbolico, non pratico, dell’attività. In un’epoca in cui si è perso il compiacimento del prodotto del lavoro, energie ed abilità umane inerti trovano espressione nelle attività ludiche e sportive.

Nello sport il merito si associa alla democrazia: chi si afferma nello sport lo fa perché ha delle doti, l’accesso al primato non è chiuso a chi parte da una situazione di svantaggio sociale, anzi per molti atleti è un ascensore sociale. Lo stadio rende lo spettacolo sportivo espressione della massa, in un rituale della tribù in cui le espressioni dei tifosi “evoca lo spirito delle antiche fazioni, ne ricostruiscono l’identità, in questo momento storico contrassegnato dall’anomia, dalla frammentazione, dalla disintegrazione sociale”.

In un mondo foriero di dubbi e relativizzazioni, lo sport offre una concreta possibilità di cimentare il senso più elementare di sé, fondato su destrezza e bravura fisica, insomma su braccia e gambe. Il ritorno alla fisicità potrebbe venire anche interpretato come una regressione, in un tempo come il nostro che privilegia l’elaborazione intellettuale, ma una regressione che “lascia leggere anche il contrario: la spinta verso la ricerca, l’esplorazione delle possibilità, l’andare oltre”.

Lo sport salva l’imprevedibilità dell’evento, il gusto di non sapere chi vincerà, dando all’azione o all’attesa un senso eccitante, di sapore antico, una forma singolare di interruzione e forse di controllo di quella che può essere detta la crisi della modernità. “Nel recinto delle gradinate e del terreno di gioco, zona delimitata della città, lo sportivo impara a convivere con l’insicurezza” ed esorcizza la paura. E questo perché la sicurezza quotidiana, spessissimo coincide con la routine: lo sport assume quindi una “funzione de-routinizzante”. La civilizzazione ha limato gli eccessi dei comportamenti, l’espressione delle emozioni: oggi non ci si lascia andare. Lo spettacolo sportivo è un luogo in cui è possibile raggiungere un “eccitamento controllato” sia come praticanti, che come spettatori.

Nel disagio che lo sport evidenzia, libera e spesso sana, c’è anche il segno del futuro, dice quel che l’uomo vuole e non vuole: “queste spinte non disciplinate fanno una prova, escono alla luce, brancolando, nelle vicende sportive” ha sapientemente scritto il filosofo Ravaglioli.

 

Lo sport di fronte al rischio di perdere la sua natura

Lo sport, proprio per la sua funzione di valvola sociale, rischia di esplodere per le pressioni e le esasperazioni che vi confluiscono: non si può negare che questo sia da imputare anche al fatto di aver occupato spazi ed assunto ruoli che non gli competono.

Manuel Vasquez Montalbàn, scrittore spagnolo e grande tifoso del Barcellona, recentemente scomparso, aveva dichiarato in un’intervista: “In un’epoca in cui è evidente la crisi delle ideologie, in cui è chiaro il ridimensionamento della militanza politica, e dove persino gli atteggiamenti religiosi soffrono di mancanza di prospettive, il calcio è la sola, grande religione praticabile. C’è in questo sport un aspetto finanziario, mediatico, pubblicitario, ma non sottovaluterei il suo lato liturgico.”

Da più parti viene enfatizzata l’ascesa dello sport moderno a nuova religione laica. Lo stesso De Coubertin lo auspicava: “La prima caratteristica dello spirito olimpico antico come di quello moderno – scrisse - è quella di essere una religione”. Una indicazione che si rende manifesta, ad esempio, nella pretesa dello sport di imporre il proprio calendario, ad esempio con i Mondiali di calcio o la Formula 1, una funzione normalmente d’essenza religiosa, geografica, politica, storica, culturale, polverizzando tutti gli altri in un grande calendario universale.

Ma non è solo sul piano della religione che lo sport ha varcato i propri confini: il filosofo francese Redeker, vede, addirittura, nello sport “il nuovo potere spirituale planetario”. Secondo il cattedratico Vassort lo sport-industria “sviluppa in massimo grado i due parametri più odiosi del sistema capitalista”: una “ricerca senza scrupoli del massimo profitto” e “un’ideologia fondata sul principio del super-uomo, della forza e della violenza”. La sua invadente ed universale onnipresenza, si afferma, è capace di colmare il vuoto normativo dei nostri giorni, con una “ideologia pansportiva”, dove lo sport è simulacro del contenuto dell’era del vuoto. “Siamo tutti sotto trasfusione sportiva permanente. Illusione di civiltà, lo sport è illusione di umanità” afferma ancora, impietoso, Redeker.

Se allo sport si tende unanimemente a conferire il ruolo di “componente essenziale della nostra società”, capace di trasmettere “tutte le regole fondamentali della vita sociale” e portatore di valori educativi fondamentali quali “tolleranza, spirito di squadra, lealtà”, dobbiamo ammettere che esso sta coltivando in sé pericolose ed incontenibili tendenze che ne inquinano il valore: la quotidianizzazione, la commercializzazione e la spettacolarizzazione esasperate, la violenza, il razzismo, la truffa, il doping. Oltre al rischio di soggiacere, se non addirittura di contribuire, alla idolatria ed alla mercificazione del corpo: il giustificato obiettivo del raggiungimento del benessere fisico, meta possibile grazie allo sport, rischia di porre la buona condizione fisica come fine anziché come strumento per una salute più globale della persona intera. La chimera dell’eterna giovinezza riduce la forma fisica a mera condizione per fruire delle offerte della società dei consumi.

 

Il gioco, elemento base dello sport, ha un'insostituibile valore educativo e sociale

L’attività motoria e lo sport sono ambiti in cui, in maniera evoluta, le persone soddisfano una naturale necessità: quella di giocare. Alcune citazioni celebri sembrano confermarlo: “L'uomo è pienamente uomo solo quando gioca” (Friedrich Schiller), “L’uomo non smette di giocare perché invecchia, ma invecchia perché smette di giocare” (George Bernard Shaw), “Il gioco è la più alta forma di ricerca” (Albert Einstein), “Il gioco è prima di tutto un processo. Non è tanto il risultato che vale, e nemmeno un certo prodotto o il profitto, ma il fare in sé è interessante” (Ulrich Baer), “Puoi scoprire di più riguardo a una persona in un'ora di gioco che in un anno di conversazione” (Platone).

Nel gioco, questa connaturale propensione dell’animo umano, spiega efficacemente la sociologa e teologa Dorothee Solle, si esprime, in maniera tangibile ed efficace, la ricerca della felicità: “Come spiegherei a un bambino che cosa è la felicità? Non glielo spiegherei: gli darei un pallone per farlo giocare”.

La biologia ci insegna che il tempo dedicato al gioco, fra gli essere viventi, è direttamente proporzionale alle dimensioni cerebrali della specie animale e inversamente proporzionale alla sua specializzazione. Ad avere il cervello più grande e meno specializzato alla nascita è proprio l’uomo ed i biologi hanno visto che il gioco è il mezzo più potente con cui l’uomo, definito “l’imbranato cosmico” per la modesta specializzazione alla nascita (non sa camminare, non sa nutrirsi da solo né provvedere a se stesso) acquisisce la maturità cerebrale e si adatta all’ambiente. L’apparente svantaggio dell’immaturità diventa risorsa grazie all’infinita capacità di maturare posseduta dall’essere umano e il percorso più significativo della sua evoluzione passa attraverso l’apprendimento reso possibile dal gioco e dall’esperienza motoria. Bene spiegava Confucio: “Dimmi e lo dimenticherò; mostrami, e potrò ricordarlo; coinvolgimi e capirò”.

Di fronte alle esasperazioni ed alle contraddizioni dello sport di alta prestazione, che condizionano l'immagine dell'esperienza sportiva a tutti i livelli, si rende sempre più importante riprendere consapevolezza che lo sport è un gioco, un passatempo che ha a che fare con il ri-crearsi, che non è finalizzato ad un guadagno economico o alla conquista di una posizione sociale, che è un'attività utilissima perché è inutile ed il cui valore risiede proprio nella sua gratuità. Non si vive di solo lavoro: possediamo l'istinto a scoprire, sperimentare, esplorare, col corpo e col pensiero. Ed il gioco serve a questo. Se lo si impara nello sport, così come nell'arte o in altre espressioni, servirà anche nella vita. Essere “leggeri”, accettare di essere presi in giro dai compagni e prendere in giro se stessi è il modo migliore per ricordarsi che ci sono cose molto più importanti del correre dietro ad un pallone o del vincere un titolo. Ed è il modo migliore per cogliere l'importanza e la bellezza del giocare, nello sport come nella vita. Giocando ci ricordiamo che possiamo superare i limiti, giocando ci alleniamo a trascendere la nostra natura, il nostro istinto egoistico e ci ri-creiamo, appunto. “La vita è molto più che un gioco – concludono i fratelli Bergamasco nel loro libro – e giocare è un bel modo, divertente ed appassionante, per imparare a viverla sul serio.”

 

BIBLIOGRAFIA

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(Scheda realizzata con il contributo di Paolo Crepaz)

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