Senegal, il dramma della depigmentazione

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Foto di Lucia Michelini

Musée des Civilisations Noires, Dakar, 26 ottobre 2019. È alla presenza del sindaco di Dakar, Madame Soham El Wardini, che si avvia l’atteso seminario dedicato al tema della depigmentazione artificiale e volontaria della pelle. Immagini forti accompagnano l’apertura dell’evento: danni a volto, braccia, schiena, gambe, a volte parti intime. 

La depigmentazione artificiale è un dramma che sta passando sotto il silenzio della società senegalese. Per questo l’atelier è espressamente indirizzato a giornalisti e istituzioni pubbliche, ovvero a chi fa, o potrebbe fare, concretamente da tramite con la popolazione.  Scopo dell’evento è aumentare la consapevolezza sul delicato tema dell’utilizzo di prodotti cosmetici e farmaceutici per schiarire la pelle, pratica purtroppo frequente nel continente africano dove la pelle bianca continua a rimanere sinonimo di bellezza.  Ne sono una prova i grandi cartelloni pubblicitari di Dakar che promuovono creme e saponi con scritte che recitano «Ñuul kukk!!», che nella lingua locale significa “troppo nero!!”. 

Prodotti all’apparenza innocui, ma a base di corticosteroi, facilmente reperibili sul mercato senegalese senza nessun tipo di ricetta medica. In alcuni casi se ne conosce il contenuto, dermatone, idrochinone, ma molto più spesso si usano combinazioni la cui formulazione rimane ignota. In comune ci sono le confezioni, etichette curate che promettono risultati alla pari di esotici elisir di bellezza; pelli lucenti in pochi mesi di applicazione. 

"Nel nostro paese, il Senegal, l’uso di tali cosmetici ha raggiunto livelli preoccupanti, sia nelle aree urbane che in quelle rurali." La dottoressa Fatimata Ly, presidente di AIIDA (Association Internationale d’Information sur la Dépigmentation Artificielle), afferma che il 67% delle donne senegalesi tra i 15 e i 55 anni si da a questa pratica. Uno studio condotto a Dakar dalla stessa associazione rivela che su un campione di 368 donne, più della metà effettua la depigmentazione artificiale. Inoltre, secondo i risultati di un ulteriore rilevamento condotto nel 2019, il 71% delle donne di Pikine, un quartiere della capitale, utilizza prodotti depigmentanti.

Purtroppo, nel lungo periodo tali agenti mostrano tutta la loro tossicità: la prima conseguenza è ovviamente la graduale distruzione della melanina, la molecola che protegge la pelle dagli effetti dei raggi ultravioletti del sole, ma una volta applicati sulla cute colpiscono anche altre parti del corpo. La pelle è un tessuto cellulare che fa da tramite con l’esterno. È un sistema complesso, estremamente delicato. Oltre alla cute, l’intero asse ipotalamo-ipofisario può risultare alterato a causa dell’effetto degli agenti decoloranti assunti e si registrano anche numerosi casi di diabete, ipertensione, complicazioni renali, neuropatie, per non parlare delle complicazioni nel corso delle gravidanze.  Michel Assane Ndour, endocrino-diabetologo presente al convegno, spiega il legame tra depigmentazione e diabete: "il passaggio di corticosteroidi attraverso il sangue innesca l’aumento del livello di zucchero". 

Sicuramente ad incidere su tale scelta è l’età (le donne più esposte sono quelle tra i 18 e 35 anni) e, stranamente, le donne sposate sono particolarmente a rischio. L'aumento della pratica si nota, poi, durante la gravidanza, specialmente nell'ultimo trimestre, e il 41% dei casi ha una qualche relazione con un evento sociale. Matrimoni, battesimi e altre festività sono spesso fattori scatenanti.  Sono quindi varie le ragioni che influenzano la scelta di una donna di intraprendere o meno a tale pratica, ma ciò che più sorprende è che sembra essere una scelta trasversale, che va oltre il grado di istruzione, la disponibilità economica o la religione.

Quale che sia la miccia che scatena l’inizio di tali trattamenti, secondo un’inchiesta dell’Institut d’Hygiène Social, nel 89 % dei casi le ragazze sono spinte da ragioni di ordine estetico. Ventunesimo secolo e ancora sta al giudizio degli uomini influenzare il modo in cui una ragazza si percepisce allo specchio. Peso, taglia, livello di melanina nelle cellule. Tuttavia, diversamente dal risultato atteso, la bianca bellezza, c’è chi oggi non esce di casa senza trucco per i danni causati a livello cutaneo. Sayda Fatou Kane, rappresentante della comunità musulmana, e l'abate Jacques Niadiack, presenti entrambi al seminario, testimoniano congiuntamente la contrarietà di Islam e Chiesa cattolica a questa pratica.

Fatoumata Ly, vera protagonista della giornata, afferma quasi urlando al microfono “Devono essere prese delle misure serie e immediate dalle più alte autorità per vietare la commercializzazione di questi prodotti”. Secondo lei il vero problema della depigmentazione ha delle inequivocabili basi economiche: “Se questo problema persiste dagli anni Cinquanta è principalmente per i vari miliardi di fatturato annuo che supportano tale commercio redditizio. È necessario che lo Stato prenda in mano la situazione. Rischiamo di trovarci con una popolazione ammalata ed elevati costi sanitari da affrontare”.

Sul mercato senegalese si possono trovare più di 117 prodotti diversi e le spese per il loro acquisto arrivano a toccare i 5 miliardi di dollari all'anno. Un’inchiesta realizzata sempre da AIIDA nel 2013 ha stimato che il 19% del reddito familiare è destinato al consumo di prodotti depigmentanti e a questi soldi vanno sicuramente sommati i costi delle cure sanitarie successive alle inevitabili complicazioni mediche.

Lo Stato è assente anche per quanto riguarda la legislazione ed è sempre Fatoumata Ly a dire «Non c’è una legislazione che definisca quali sono i prodotti nocivi per la salute. La legislazione deve svolgere il suo ruolo nella regolamentazione dei prodotti distribuiti. Inoltre, lo Stato sembra incoraggiare questa pratica in quanto i prodotti cosmetici depigmentanti sono tassati molto meno rispetto agli altri. Sembra esserci una specie di subdola incitazione al loro utilizzo. Alcuni paesi hanno assunto impegni ufficiali nella lotta contro questo problema, come Sudafrica, Gambia, Burkina Faso, Costa d'Avorio, Kenya, Ghana e recentemente il Ruanda. Tuttaviail Senegal, il paese in cui è stato segnalato il maggior numero di tumori della pelle associati alla depigmentazione volontaria, non ha ancora avuto una posizione ufficiale. È chiaro che questo è un problema multifattoriale. Ed è proprio per tale ragione che saranno necessarie strategie multisettoriali e innovative per combatterlo, coinvolgendo un ampio spettro di protagonisti".

Serve un’azione congiunta, pubblico e privato assieme. “Una sola persona non può cambiare le cose, ma insieme si può fare molto” afferma Marie-Angélique Savané, sociologa e femminista senegalese. “Ci troviamo qua per dimostrare alle persone che questa pratica non è buona. Bisogna lavorare su salute, sensibilizzazione e prevenzione. Alla luce delle devastanti conseguenze legate alla depigmentazione artificiale riscontrate in tutti i segmenti della popolazione, indipendentemente da stato socio-professionale, livello di istruzione, religione o sesso (a quanto pare anche vari uomini praticano la depigmentazione artificiale), è diventata una priorità che lo Stato senegalese deve affrontare”.

L’ultima slide del ciclo di presentazioni mostra il volto, bellissimo, di una ragazza africana. Capelli corti, occhi grandi e la scritta “siamo fieri della nostra pelle nera”.

Lucia Michelini classe 1984, è una professionista bellunese che si occupa di ambiente ed educazione.

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