In carcere quasi 60 mila detenuti. E' boom di suicidi

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Non è ancora scattato l’allarme rosso, ma se continua così, ad una nuova situazione d’emergenza ci arriveremo molto presto: secondo gli ultimi dati dell’Amministrazione penitenziaria (Dap), la popolazione carceraria in Italia ha recentemente sfiorato quota 60 mila detenuti. Al 31 ottobre 2018, nelle carceri italiane ci sono 59,8 mila persone, con un affollamento del 118 per cento rispetto alla capienza regolamentare. Sebbene siamo lontani dal picco storico della popolazione penitenziaria raggiunto nel 2010, quando gli oltre 69 mila detenuti portarono l’Italia alla condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo, a destare qualche preoccupazione è il trend di crescita che negli ultimi anni non ha mai visto una battuta d’arresto. Dopo il netto calo avuto tra il 2010 e il 2015, il numero dei detenuti è ricominciato a salire. Prendendo in considerazione gli stessi dati ufficiali del Dap la progressione è evidente: al 31 ottobre del 2015 la popolazione detenuta si attestava a circa 52 mila; l’anno successivo, al 31 ottobre 2016 si è passati a 54 mila; al 31 ottobre 2017  la popolazione carceraria raggiungeva quota 57 mila per finire ai 59,8 mila detenuti dei giorni nostri. Tutto questo a fronte di una capienza regolamentare che negli ultimi quattro anni è cresciuta di soli mille posti, passando dai 49,6 mila del 2015 ai 50,6 del 2018.

Un cammino segnato. Sebbene i numeri parlino da soli, non ci sono segnali che facciano pensare ad una inversione di tendenza, almeno nel breve periodo. “È un cammino segnato - spiega Alessio Scandurra, coordinatore dell'Osservatorio di Antigone sulle condizioni di detenzione a Redattore Sociale -. La normativa è invariata, è stata tolta la liberazione anticipata speciale perché era un provvedimento a tempo ed è cambiato essenzialmente e soprattutto il tema. Verosimilmente la popolazione continuerà a crescere”. Non c’è bisogno, inoltre, di raggiungere o superare il picco del 2010 per dire che la situazione è insostenibile. “Alcuni vivono già in condizioni analoghe al 2010 - spiega Scandurra -. È il totale della popolazione detenuta che ancora non è a quei livelli lì”. Tra gli istituti penitenziari sparsi lungo lo Stivale, ce ne sono già diversi in condizioni critiche. “C’è Taranto con il 200 per cento rispetto alla capienza regolamentare e nel 2010 c’erano 20 persone in meno - spiega Scandurra -. A Como, invece, oggi ci sono più persone di quante non ce n’erano nel 2010. Mi sembra inesorabile che la situazione diventerà intollerabile per tutti, ma per alcuni lo è già”. La situazione, tuttavia, non sembra preoccupare più di tanto la politica. “Quando ci fu l’indulto del 2006, la soglia dell’intollerabile fu molto più bassa dei 69 mila del 2010 - racconta Scandurra -. L’indulto si fece a circa 60 mila detenuti. È come se ogni volta la soglia si spostasse in avanti. Quindi, questa volta non sappiamo quand’è che la situazione verrà giudicata intollerabile. La capienza non è cambiata più di tanto, anche se la capacità di reggere del sistema non si basa solo sulla capienza, ma anche sul personale, sulle risorse sanitarie e altro ancora. Non si può ridurre tutto ai metri quadrati. Tuttavia, anche queste sono variabili che non si sono mosse più di tanto. La soglia dell’intollerabile la deciderà la politica”.  

Il clima è cambiato. Gli unici segnali che si possono cogliere al momento non sembrano andare nella direzione contraria a quella che porta ad un ulteriore sovraffollamento. “È la fine di un clima positivo e di riforma. È la fine di un clima di allarme che era seguito alla sentenza Torreggiani, di emergenza sovraffollamento che prima c’era e ora non c’è più - racconta Scandurra -. Più di recente, inoltre, si è aggiunto anche un’inasprimento delle politiche di sicurezza e dell’atteggiamento dell’opinione pubblica. Nel 2010, prima della dichiarazione dello stato d’emergenza, il numero dei detenuti comunque iniziò a scendere perché ci si rese conto che c’era una situazione intollerabile”. Oggi, invece, non così, continua Scandurra. “Penso al decreto sicurezza, ma anche all’idea del cambio della legislazione sulla legittima difesa. È assurdo pensare che non avranno ricadute, a meno che tutto questo non venga contrastato da misure penetranti di segno opposto, altrimenti è inevitabile andare verso una crescita e probabilmente un’accelerazione della crescita della popolazione detenuta”. 

Mai così tanti suicidi da cinque anni ad oggi. Il numero dei suicidi in carcere nel 2018 è un ulteriore segnale d’allarme che non va sottovalutato. Dall’inizio dell’anno, infatti, sono 55 i suicidi avvenuti in diversi penitenziari. Secondo Antigone, si tratta del dato più alto mai registrato in Italia negli ultimi cinque anni. “Non sono numeri semplici da leggere, ma non si possono ignorare - aggiunge Scandurra -. A tutto questo bisogna aggiungere anche una contrazione del lavoro. Il budget a disposizione è rimasto lo stesso e in questo momento stanno lavorando meno detenuti”. Inoltre, non mancano “tensioni e conflitti” all’interno degli istituti di pena di tutta Italia. “Fino a ieri, in fondo, detenuti e operatori aspettavano una riforma, aspettavano dei cambiamenti - continua Scandurra -. Ora all’improvviso non c’è più questa speranza, ma ci si trova con un clima di senso contrario. È un momento molto difficile. Ce l’abbiamo fresco nella memoria il passato recente. È chiara la direzione verso cui stiamo andando e non si può non essere preoccupati”.

Difficilmente, però, l’Italia finirà nuovamente sul banco degli imputati della Corte di Strasburgo. Con la precedente condanna, infatti, l’Italia ha dovuto provvedere ad un “rimedio interno”. “La corte condannò l’Italia per il sovraffollamento, perché il detenuto italiano non aveva una possibilità di reclamo ad una autorità che consentiva l’interruzione della violazione - specifica Scandurra -. Si faceva reclamo al magistrato di sorveglianza e se quest’ultimo dava ragione ai detenuti la situazione tuttavia non cambiava perché la direzione del carcere non aveva altro posto dove spostare i detenuti. La Corte disse all’Italia di istituire un rimedio interno per far cessare le violazioni. Oggi a Strasburgo non ci andiamo più, ma si va davanti al giudice nazionale il quale dovrà prendere misure adeguate”. Difficile, tuttavia, fare delle previsioni su possibili risposte istituzionali rispetto al sovraffollamento, ma per Scandurra non è da escludere che ci possano essere delle sorprese. “Arriveremo a sbattere la faccia contro il muro per scoprire che bisognerà cambiare direzione - chiosa Scandurra -. In passato si facevano indulti e amnistie con molta più facilità. Avremmo detto che oggi sarebbe stato difficile fare lo stesso, ma poi ci ritroviamo in una stagione di condoni e sanatorie, quindi chissà che non si torni anche alle amnistie”. 

Da Redattoresociale.it

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