Cervelli da lettura

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Foto: Unimondo.org

Fino a qualche anno fa leggere un libro significava esclusivamente prendere in mano un volume in cartaceo e sfogliarlo, sottolinearne probabilmente le parti più significative o piegare qua e là qualche “orecchio” per tenere il segno, magari stropicciarlo un po’ perché lo si portava in borsa, in treno o al parco. Ora però, e non di rado, leggere un libro vuol dire anche scorrerne le pagine con il mouse, ricaricare le batterie, accendere e spegnere uno schermo. In realtà quella dell’e-book, del libro elettronico o digitale, non è poi un’alternativa così recente al libro stampato: nonostante la paternità/maternità dell’invenzione sia ancora controversa, tutte le ipotesi si situano tra gli anni ’30 e gli anni ’70 del secolo scorso ed è solo negli ultimi anni che, se guardiamo per esempio ai dati degli Stati Uniti, il 28% degli adulti ha letto un libro su supporto digitale.

Interessante sarebbe capire quali influenze questo nuovo stile di lettura abbia sulle nostre capacità cognitive o sui nostri comportamenti di lettori in un ambiente digitale. Studi nel ramo delle neuroscienze, infatti, confermano che lo sforzo della lettura richiede la stessa fatica visuale sia che gli occhi scorrano le righe di una pagina in cartaceo, sia che si districhino tra i vocaboli di uno schermo; dall’altro lato però rivelano anche, come fa la ricercatrice norvegese Anne Mangen, che la lettura di stampati ci aiuta a memorizzare meglio i contenuti rispetto a quella virtuale. E non solo. Scopriamo anche che, a seconda del tipo di supporto che utilizziamo per la lettura, il nostro cervello reagisce in maniera diversa, chiamando a rapporto funzioni differenti. Per esempio, leggere utilizzando un e-reader, spinge il cervello a muoversi rapidamente - e non sempre ordinatamente - su tutta la pagina, scremando le parole in maniera molto veloce, quasi come se, anziché le righe di un libro, stesse scorrendo dei tweet. Più ci abituiamo a leggere da schermi anziché da cartaceo, più le nostre menti traslano su modalità di lettura non lineari e fanno voli pindarici da un capo all’altro della pagina, proprio come sulle pagine web.

Si tratta di un comportamento tipico dei cosiddetti cervelli “bi-alfabetizzati” come li definisce Manoush Zomorodi, giornalista e conduttrice del programma di divulgazione tecnologica e scientifica New Tech City di radio WNYC. “La nostra imperante abitudine a leggere testi online”, spiega Zomorodi, “non ci spinge a utilizzare quella parte del cervello dedicata all’approfondimento, causando il rischio di perderne totalmente le capacità”. Non alleniamo cioè quella parte delle nostre abilità cognitive che si dedicano alla deep reading, ovvero a quella forma di lettura concentrata che mettiamo in atto quando ci immergiamo in un libro o in un romanzo stampati e che si basa su modalità di “lettura lineare” che non vengono messe in atto per letture su schermo, ma che sono le uniche a permettere di affrontare testi densi e impegnativi.

Letture lineari e distrazioni digitali hanno catturato l’attenzione dell’accademica Maryanne Wolf, direttrice del Centro di Ricerca per la Lettura e il Linguaggio dell’università di Tufts.

A preoccuparmi non è il rischio che si diventi stupidi a causa di internet”, commenta Wolf, “ma il fatto che di questo passo useremo sempre meno quei preziosi processi di lettura profonda acquisiti nel tempo” che ora corrono il rischio di essere messi da parte a causa delle sovrastimolazioni a cui veniamo sottoposti. Per tenere allenate queste funzioni cerebrali, il consiglio è quello di dedicare al loro utilizzo un po’ di tempo ogni giorno, soprattutto se pensiamo ai più giovani. Importante è sì garantire la possibilità di utilizzare strumenti digitali per l’apprendimento e lo studio, ma anche fare in modo che non crescano esclusivamente con competenze in lettura “sparpagliata”, prendendosi piuttosto il tempo per immergersi tra le pagine di un testo, seguendone l’andamento e le pause, le voci e i silenzi.

Un tempo necessario per percorrere i sentieri della mente che la lettura ci aiuta a disegnare, quei sentieri che, in infinitesimali frazioni di secondo, ci portano da una singola parola alla sua decodifica, alle interconnessioni che evoca nel nostro vissuto semantico, sintattico ed emozionale, guidandoci fino al cuore pulsante del processo di lettura: la nascita dei pensieri.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale. Collabora regolarmente con realtà che si occupano in particolare di divulgazione ambientale, aree protette e sviluppo sostenibile.

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