#STOP EBOLA. Mobilitiamoci per fermare la pandemia

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Sanitari con tute protettive all’Ospedale di MSF a Monrovia. Foto: AFP / Dominique Faget

Sono trascorsi più di sei mesi da quando il 23 marzo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS o, in inglese, World Health Organization) ha notificato un focolaio del virus ebola in Guinea. L’epidemia si è ora trasformata in una “emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale” diffondendosi in altri Paesi dell’Africa occidentale (e non solo), di cui il sito web della stessa Agenzia Specializzata dà mesta segnalazione. Una “crisi senza precedenti” che per essere effettivamente arrestata chiederebbe un’azione venti volte più intensa in termini di cure, monitoraggio, attrezzature e trasporto dei malati, come ha incalzato il Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon all’apertura della 69° sessione dell’Assemblea Generale. Eppure ciò che emerge da una prima analisi è che proprio l’OMS non ha avuto sin dalla segnalazione dei primi casi né lo staff né le capacità necessarie a intervenire nella zona per circoscriverla e impedire una pandemia. Come riportato dalle pagine del New York Times, rilanciate con più ampio seguito in Italia attraverso il settimanale Internazionale, i tagli di bilancio all’Organizzazione ONU per la Salute, pari a un terzo del suo budget, seguiti alla drastica riduzione di finanziamenti da parte degli Stati membri dopo lo scoppio della crisi finanziaria internazionale, hanno indotto la stessa a investire sulle malattie croniche come quelle cardiache e il diabete, a scapito della capacità di far fronte a epidemie infettive: in tutto i 52 dipendenti dell’OMS “tengono sotto controllo una decina di agenti patogeni come l’influenza, il colera, la febbre gialla e la peste bubbonica”. Una scelta di priorità che non è estranea agli interessi politici di quegli Stati che costituiscono i “donors forti” dell’Organizzazione, in stretta correlazione con i principali problemi di salute dei loro cittadini.

Di certo fra questi non ci sono le più di 4.000 vittime del virus, a fronte dei circa 8.500 sinora contagiati. Al 10 ottobre, i dati raccolti dalla Scuola di Medicina dell’Università di Harvard riferiscono di 1350 casi di cui 778 morti in Guinea, di 930 morti su 2950 casi in Sierra Leone, di 2316 morti su 4076 casi in Liberia. Alla preoccupante situazione rilevata nei 3 Stati più colpiti dalla pandemia si aggiunge l’esportazione del virus nei limitrofi: 71 casi e 43 morti in Repubblica Democratica del Congo, 20 casi in Nigeria che hanno fatto 8 morti e al momento si segnala un solo caso in Senegal. Con la segnalazione del primo caso in Europa, nella capitale spagnola e la morte a Dallas lo scorso venerdì del cittadino liberiano Thomas Eric Duncan, già ribattezzato dalla stampa il “paziente zero”, l’epidemia di ebola non è più confinata solo in Africa centrale. Dati in costante crescita e aggiornamento che evidenziano come l’epidemia continui purtroppo a espandersi, specie in quegli Stati tra i più poveri al mondo dove alla morte diretta per ebola si sommano le molteplici fragilità connesse a sistemi sanitari del tutto insufficienti e inadeguati. Per questa ragione, a metà settembre il Consiglio di Sicurezza ha autorizzato una missione esplorativa di emergenza nei territori colpiti dall’epidemia di ebola, definita “minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali”.

Una situazione di cui però la comunità internazionale si è disinteressata fino a poche settimane fa quando il tono dimesso dell’OMS è stato sovrastato dalla voce e dalla mobilitazione promossa da numerose ong impegnate in progetti nel settore sanitario sul continente africano: Emergency e Amref, ma soprattutto Medici Senza Frontiere. MSF si è posta in prima linea fin dall’individuazione degli iniziali focolai del virus e, raccogliendo nella pratica il ruolo abbandonato dalle grandi organizzazioni internazionali, da settembre ha avviato una forte mobilitazione internazionale per richiamare l’attenzione-azione dei governi a un intervento immediato in una disperata lotta contro la malattia, da una parte curando le persone contagiate e dall’altra cercando di fermare l’epidemia. L’“emergenza ebola” ha ora ottenuto la prima pagina di siti web e giornali e si moltiplicano le campagne di sensibilizzazione e raccolta fondi perché “lì e ora” centinaia di migliaia di persone sono a rischio contagio e dunque, con buona probabilità, di morire.

La ricerca di fondi e personale tuttavia ancora langue nonostante la comunità internazionale sembri ora impegnata in una gara di solidarietà volta a offrire aiuti a quei Paesi colpiti dall’epidemia per limitarne l’espansione e il numero delle vittime. Se il presidente statunitense Obama ha annunciato l’invio di 3000 militari per far fronte all’epidemia, la Cuba di Raul Castro ha risposto all’appello di mobilitazione con il dispiego in Sierra Leone di 165 fra dottori, infermieri e specialisti in malattie infettive, e per la prima volta dalla sua creazione, l’Unione Africana ha invocato l’articolo 6 della sua Carta per unirsi agli sforzi messi in campo contro l’ebola seppur con un contributo finanziario minimo ma l’immediato impiego (al momento) di 30 operatori sanitari di Uganda, Rwanda, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia e Nigeria. Le piccole e grandi organizzazioni non governative continuano poi a mantenere una importanza vitale proprio per la loro presenza su un territorio che già conoscono. Per questa ragione ad esempio la Provincia Autonoma di Trento ha stanziato quasi 50mila euro all’associazione di solidarietà “Amici della Sierra Leone Onlus” per un intervento di potenziamento ospedaliero sul virus ebola o anche organizzazioni che non si occupano espressamente in quei territori di sanità hanno realizzato incontri di sensibilizzazione per introdurre un insieme di buone pratiche igieniche per difendersi dal virus: capsule di cloro e secchi di acqua, uniti alla formazione sono ad esempio le armi scelte dalla ong COOPI per proteggere i bambini adottati a distanza e le loro famiglie.

E in questo rincorrersi di annunci di interventi e reale impegno sul campo, oltre che di richieste di prevenzione dal contagio del virus quale quella recente del Marocco di rinviare la Coppa d’Africa di calcio prevista nel Paese nel gennaio-febbraio 2015, anche i ricercatori fanno la loro parte intensificando gli sforzi mirati a individuare cure reali per combattere un virus altamente mortale quale è l’ebola. Una corsa contro il tempo ha avuto inizio già da mesi, una corsa che continuerà però a essere zoppa finché le mancherà l’effettivo appoggio dell’intera comunità internazionale.

Miriam Rossi

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