Zen, piccoli gesti, grande spiritualità

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Foto: Francesca Rosso ®

Passare qualche giorno in un monastero zen in Giappone è un'esperienza indimenticabile, forse la tappa più significativa del mio soggiorno che sto raccontando per Unimondo. Sono stata a Tōshōji, della tradizione soto nel Kansai, Giappone occidentale. Qui gli stranieri possono passare un periodo di addestramento di massimo tre mesi, il tempo di scadenza del visto.

Dopo l'accoglienza con tè macha del reverendo Seido Suzuki, sono stata affidata alle cure del monaco Dokai, di Losanna, che è qui per qualche settimana. 

In pochi giorni è impossibile capire e seguire tutte le regole ma Dokai e tutti i monaci e le monache sono stati pazienti e mi hanno fatta sentire a casa. Dormivo in una stanzetta da sola con tatami e futon e tutta la giornata era scandita dalla vita comunitariasveglia alle 4 per zazen, meditazione seduta, kinhin, meditazione camminata, di nuovo zazen, cerimonia, colazione, lavoro in cucina, pranzo, riposo, lavoro, merenda, lavoro, zazen, a volte la cerimonia del tè, a volte altri incontri e appuntamenti, fra cui lettura dello Shōbōgenzō-Zuimonki, Sayings of Eihei Dōgen Zenji recorded by Koun Ejō, visione di un documentario sul monastero. 

Dokai mi ha accettata con semplicità fra i fornelli, accogliendo i miei errori e invitandomi a non sentirmi in colpa per le scarpe lasciate nel posto o nella direzione sbagliati: “Ti correggo ma quello che fai va già benissimo così”. Solo dagli errori si impara, insegna lo zen. E Dokai era disposto a nasconderei i miei calzini che non avrebbero dovuto essere indossati sotto l'abito o farmi vedere dove eravamo arrivati con i canti quando mi perdevo o il libro a fisarmonica da tenere solo con pollice e mignolo mi cadeva.

“Quando cucino per me è un vero piacere donare il meglio ai monaci, alle monache e alle persone che praticano zazen. Non solo per gli occhi, ma per il corpo e la salute grazie a una cucina che sia equilibrata”.

Zazen è la meditazione seduta, cuore della pratica. Secondo lo zen non c'è un'illuminazione da raggiungere ma tutte le azioni, anche le più modeste e quotidiane, sono già illuminate. 

Anche cucinare è una pratica meditativa se svolta con piena attenzione, cura e rispetto. 

Il pasto si consuma in silenzio e gratitudine, riempiendo lo stomaco con parsimonia. Il cibo è un dono del quale essere grati. Il tenzo, il cuoco, utilizza alimenti di stagione, naturali, vegetariani. A Tōshōji su usano anche le cipolle e c'è un tagliere apposta con scritto “onion” perché il sapore potrebbe contaminare ingredienti più delicati. In quel caso si usa l'altro tagliere. Se viene donato del pesce o della carne, cosa che avviene raramente, si cucina con compassione e rispetto.

Cucinare è una pratica meditativa, in armonia con l'intero universo. Ogni atto è fatto con piena consapevolezza: si presta attenzione a ogni azione e anche il semplice pestare i semi di sesamo nel mortaio è un atto che merita rispetto e sprigiona una musica e un profumo speciali.

Il clima nella cucina è festoso e rilassato e i monaci fra di loro scherzano, fanno battute e si chiedono consigli. Il cibo è preparato con cura, devozione e tutto il tempo necessario. Il Dashi, brodo, è la base per molti piatti e Dokai ha spiegato: “Si tratta di alga kombu con funghi shiitake che sono stati lasciati in ammollo tutta la notte. Bisogna bollire kombu e shiitake e dopo l'ebollizione si toglie l'alga e si lasciano cuocere i funghi. Alla fine i funghi si possono tagliare a lamelle”.

Dopo aver preparato le offerte e benedetto il cibo cucinato, il tenzo porta in tavola il pasto e i monaci si preparano a ricevere il cibo cantando. Fra le ricette abbiamo preparato una zuppa con alghe hijiki, tofu fritto e carote, zuppa di miso con tofu fresco, riso e melanzane fritte con un po' di shiso, aromaticissimo basilico giapponese raccolto nell'orto.

Prima del pasto si recitano alcuni versi in giapponese ma gli stranieri hanno la versione in inglese e francese. Prima del pasto si recita “As we receive and take this meal, may we and all beings be nourished by the godness of the practice and filled with Dharma joy”. Alla fine “Having received this meal, may we and all beings feel the virtues pf the practice and the ten forces of awakeing”.

Il pasto si consuma in silenzio, ma in connessione gioiosa con gli altri e le altre.

La colazione si serve nelle ciotole Oryoki che si impilano e si avvolgono con un fazzoletto. Si maneggiano con arte e seguendo un rituale preciso, una danza di bellezza, ecologia e silenzio.

Durante il pasto si passano le ciotole verso chi è seduto vicino al contenitore di legno centrale e si fa cenno alzando leggermente la mano destra con il palmo risvolto verso l'alto per dire basta. Il sesamo, l'umeboshi, prugna salata, e le alghe sono passate dai lati esterni e, ricevuto di lato, si passano avanti, inchinandosi, portando la ciotola sul lato destro con le mani.

Per pulirle si usano un sottaceto e il tè verde senza acqua o detersivi. In questo modo tutto rientra nel ciclo della natura. Secondo lo zen non c'è separazione fra noi e l'ambiente e cucinare è un modo per coltivare l'armonia e la compassione.

Francesca Rosso

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