Università, il dilemma dei finanziamenti privati

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Risparmiare per potersi laureare – Foto: corriereuniv.it

Dopo la lectio magistralis di Francesco Schiettino, il famoso e famigerato comandante della Costa Concordia, che si mette in cattedra alla Sapienza di Roma a impartire lezioni di “gestione del panico”, il mondo accademico italiano sembra scivolare sempre più in basso.

Una delle critiche ricorrenti mosse al sistema universitario è quella di dipendere in maniera eccessiva dai fondi pubblici. In effetti, da alcuni anni la governance di molti atenei italiani si sta trasformando, riducendo progressivamente il ruolo dello Stato nel provvedimento dei finanziamenti per la didattica e la ricerca. Negli ultimi anni buona parte degli atenei italiani ha ridotto alcuni squilibri, riducendo il finanziamento complessivo del ministero dell’Istruzione e adottando quello che l’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca definisce un principio di autonomia responsabile. Se i fondi pubblici diminuiscono quale sarà il futuro delle università?

In altri Paesi, come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, le università pubbliche sono da tempo immerse in una prospettiva di competizione per i fondi. Il modello anglosassone, che persegue una politica di relativa autonomia degli atenei rispetto al governo centrale, ha il pregio di incentivare le università a inventarsi  metodi creativi per la raccolta fondi. Negli ultimi anni, da quando il partito conservatore di David Cameron è stato eletto alla guida del governo britannico, i tagli ai fondi pubblici per la ricerca hanno costretto gli atenei a triplicare le tasse universitarie, scatenando la protesta degli studenti. Questa svolta però ha anche attratto donazioni private.

Negli Stati Uniti, i principali sostenitori delle università sono da sempre enti religiosi, ex studenti e filantropi generosi. Se, tuttavia, le università americane hanno primeggiato nelle classifiche internazionali per molti decenni, negli ultimi anni la pressione dei rivali asiatici ha costretto anche i più prestigiosi atenei americani a rafforzare la propria gestione sul modello manageriale al fine di consentire l’afflusso di sempre più cospicue donazioni private per poter competere sul mercato internazionale. In un mercato accademico internazionalizzato ed altamente competitivo, i fondi privati sono cruciali per mantenere alti standard di insegnamento e ricerca. Quello del fundraising privato appare quindi come un imperativo inevitabile e la questione si deve porre anche in Italia, in un momento di trasformazione in cui i finanziamenti privati all’istruzione universitaria potrebbero presto superare quelli pubblici. Occorre valutare con attenzione questo cambiamento, senza esaltarlo come la panacea liberista di tutti i mali, ma neppure senza demolizzarlo.

Una delle questioni ricorrenti che si accompagnano al sistema di finanziamenti privati è quali requisiti etici devono avere queste donazioni. Nel 2011 la London School of Economics salì agli onori delle cronache internazionali per la controversia legata alla laurea di Saif Gheddafi. Il prestigioso ateneo inglese aveva accettato una donazione di un milione e mezzo di sterline da parte di uno dei bracci economici del Mu’ammar Gheddafi proprio il giorno in cui a suo figlio veniva conferito il titolo di dottore di ricerca. La coincidenza non passò inosservata e portò a un’indagine interna: il rapporto Woolf, dal nome di colui che presiedette la commissione d’inchiesta, evidenziò molteplici omissioni e strappi alle regole, dai criteri d’ammissione non osservati alla mancata frequentazione di alcuni corsi. Il rapporto raccomandava maggiori controlli e l’istituzione di un preciso protocollo di regole per l’accettazione delle donazioni.

Più recentemente, l’Arizona State University è finita al centro delle cronache per le procedure adottate nell’assunzione di un professore di Storia del capitalismo ed economia politica. I candidati erano invitati a mostrare un’attenzione particolare per il rapporto tra libero mercato e libertà politica nella storia moderna, uno dei punti principali sull’agenda del partito conservatore americano. E in effetti la cattedra era finanziata da Charles Koch, che è anche il principale finanziatore di molti candidati (soprattutto quelli afferenti all’ala del Tea Party) del partito conservatore americano. Nel 2011 la fondazione di Charles Koch aveva finanziato un programma in economia presso la Florida State University, riservandosi il diritto di approvare i candidati. Molti dei candidati che risultavano ai primi posti nella graduatoria dell’università erano effettivamente stati scartati dalla fondazione Charles Koch in un secondo momento.

Queste situazioni, a differenza di quella che coinvolse la famiglia Gheddafi e la London School of Economics nel 2011, non presenta nessun apparente problema dal punto di vista legale, ma pone diversi interrogativi rispetto e all’autonomia e all’integrità dell’università in un sistema dove l’indipendenza di giudizio di docenti e ricercatori dipende strettamente dalla disponibilità dei finanziamenti privati.

Ovviamente problemi analoghi e per certi versi ancora più gravi esistono anche in altri settori: nel 2007 Stanford rinunciò a un finanziamento di oltre 2 milioni di dollari da parte di un investitore privato con un orientamento ambientalista (Stephen Bing) per accettare una donazione di 200 milioni di dollari dalla multinazionale petrolifera Exxon. Nel 2010, la Durham University accettò segretamente un finanziamento di 125 mila sterline dalla British-American Tobacco per pagare delle borse di studio a cinque studentesse afgane impegnate nella ricerca contro il cancro. Quando il finanziamento fu reso pubblico dai giornali studenteschi provocò un intenso dibattito e l’università fu criticata per non aver rispettato i criteri sulle donazioni precedentemente stabilite dal comitato etico dell’ateneo.

Ovviamente problemi analoghi esistono anche in un sistema dominato dai fondi pubblici: basti citare i casi di  nepotismo, o quelli di programmi accademici guidati dall’agenda politica. La ricerca e la didattica accademica sono attività delicate e richiedono una regolazione attenta. Per un sistema di finanziamenti privati servono criteri trasparenti e regole rigide che difendano l’integrità scientifica e l’autonomia degli atenei. Un sistema di questo tipo farebbe molto bene sia al mondo accademico sia a quello dei donatori privati che per ragioni diverse sono interessati a favorire la ricerca scientifica.

Lorenzo Piccoli

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