Una famiglia di lupi nel Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi

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Foto: Unsplash.com

Da piccola avevo paura del lupo, non so chi me l’abbia instillata, forse una qualche storia letta la sera prima di andare a dormire o un racconto di paura ascoltato dai compagni di scuola. I miei genitori si sono sempre rifiutati di minacciarmi con la scusa del "guarda che arriva il lupo", per un piatto non finito o un capriccio da bambina. E di questo li ringrazierò sempre. Tuttavia, in alcune notti mi capitava comunque di immaginare un lupo scendere dalle montagne bellunesi per venire a mangiarmi! 

Ma allora non lo sapevo, che anche volendo, sarebbe stato impossibile diventare lo spuntino di un lupacchiotto affamato e questo perché il lupo, negli anni Ottanta, a Belluno non c'era. Gli ultimi esemplari presenti nel territorio bellunese si sono estinti perché cacciati dall’uomo e da allora sono dovuti passare quasi due secoli prima di registrarne il ritorno.

Eppure, le paure di una bambina di molti anni fa sono le stesse di numerose persone oggi, quando il lupo, un po’ alla volta, sta ripopolando questo territorio montano seminando il terrore tra chi nel lupo ci vede, o vuole far sì che se ne veda, una minaccia.

Non occorre riprendere in mano il lungo dibattito che è scoppiato in Veneto (e non solo) attorno al recente ritorno di questo animale. C’è chi ne accetta di buon grado la presenza, vedendo nel carnivoro l’anello mancante della catena ecologica che per molti anni è mancato nel bellunese, ed altri che lo considerano un pericolo.

Con lo scopo di fare chiarezza sulla presenza del lupo nel territorio del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, è nato il progetto chiamato Il Sentiero dei Lupi che grazie alla professionalità di tre fotografi naturalisti (Bruno Boz, Ivan Mazzon e Roberto Sacchet), vuole portare agli occhi della gente attimi preziosi della vita del lupo attraverso immagini e video registrati in natura.

Seduti su un prato a distanza di sicurezza e con il volto rigorosamente coperto da una mascherina, i responsabili del progetto Il Sentiero dei Lupi assieme ad Enrico Vettorazzo, settore comunicazione scientifica del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi, acconsentono ad un’intervista sul lavoro in corso.

Bruno Boz inizia a spiegare “L’idea è quella di ripercorrere, quasi seguendo un sentiero, il ritorno di questo predatore nei territori del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi e seguirne lo sviluppo.”

Il lupo è tornato spontaneamente nel Parco nel 2018, senza essere reintrodotto artificialmente come successo nel caso di altri mammiferi in varie realtà italiane. Non si sa ancora se sia proveniente dagli Appennini o dai Balcani, cosa che il Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi sta cercando di appurare nell’ambito del progetto LIFE WOLFALPS EU, grazie al quale verranno fatte specifiche analisi genetiche.

“Per catturare, con le immagini, un lupo serve un sentiero ed è così che nel 2017 abbiamo deciso di sistemare le prime fototrappole”, afferma Bruno Boz. “Solamente nell’estate del 2018 siamo riusciti a scattare una foto a due lupi, un maschio e una femmina, che si trovavano all’interno dei confini del Parco. La presenza di una coppia è un dato chiave: una coppia ha un territorio, diventa stanziale con l’idea di formare una famiglia. Il primo anno è stato usato dai due animali per studiare i territori, gli spazi, i boschi, dovevano ambientarsi e orientarsi”. 

“Con il progetto Il Sentiero dei Lupi stiamo seguendo proprio questa neo-famiglia”, chiarisce Ivan Mazzon. “Nella primavera del 2019 c’è stata la prima cucciolata e sono nati tre piccoli. Di questi, due sono andati in dispersione – verso le prime settimane del 2020 si sono allontanati dal nucleo familiare per andare alla ricerca di nuovi territori - e da allora non sono più stati osservati, mentre il terzo è rimasto accanto ai genitori.”

“Ad oggi, il territorio del Parco conta un totale certo di tre lupi stanziali, per un’area vasta più di 300 km2. Anche contando i rari esemplari solitari che talvolta attraversano il Parco nel corso dei loro spostamenti, questo rimane un valore molto basso, indice di una presenza ancora poco numerosa del carnivoro”, evidenzia Enrico Vettorazzo. “Inoltre, ogni branco ha un suo preciso territorio e l’insediamento di altri esemplari deve passare prima di tutto attraverso l’accettazione nel gruppo esistente.”

I tre esemplari attualmente monitorati non sono stati radiocollarati, ma vengono riconosciuti per delle piccole caratteristiche morfologiche: la femmina ha una coda corta, quasi mozza, mentre quella del maschio alfa è folta e lunga. Il figlio, invece, ha sulle zampe delle striature nere molto evidenti che ne consentono il riconoscimento anche tramite le immagini prese in notturna, non sempre chiare. 

Ma quali sono le quote del lupo? “In estate tende a restare nelle zone più montane, mentre in inverno, soprattutto nei periodi dell’anno in cui cade più neve, si sposta verso il basso, uscendo talvolta dai confini del Parco per seguire le migrazioni delle sue prede, come cervi e mufloni, anche se talvolta risale in quota per pattugliare il suo territorio”, racconta Ivan Mazzon. “Il lupo è in grado di colonizzare habitat molto diversi tra loro, si adatta molto, dipende dalla disponibilità trofica che trova. Il territorio del Parco è molto vasto e ricco di prede selvatiche e i tre esemplari sembrano prediligere la zona centrale, l’alta montagna”, continua Bruno Boz.

Ad oggi non si sono registrati casi di ibridazione con cani domestici, come neanche sono stati registrate aggressioni alle persone, continuano i fotografi: “Il lupo non ha mai attaccato l’uomo nel Parco, alcuni attacchi erano stati registrati sulle Alpi nel lontano passato, quando venivano mandati i bambini al pascolo al seguito delle greggi (ndr: viene in mente il film “Monte” di  Amir Naderi, che descrive la vita nelle zone di montagna nel tardo Medioevo). Il lupo è un animale intelligentissimo, ha imparato a temere il fucile tempo addietro e ora se ne tiene distante.”

Tuttavia, nel bellunese sono capitati attacchi a vari animali allevati e molti piccoli allevatori non possono non vedere nel lupo un pericolo concreto per il loro bestiame. Ed è in questa direzione che sta cercando di lavorare il Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi, facendo prevenzione e formazione. Prevenzione, perché attraverso l’uso di appositi recinti e cani da guardiania è possibile scongiurarne l’attacco, e formazione poiché in Veneto si è persa la conoscenza relativa alla convivenza con i lupi. Purtroppo, dall’ultimo esemplare presente nel territorio ad oggi sono passate troppe generazioni e gli allevatori hanno disimparato a convivere con questo predatore. 

“Grazie alla collaborazione con università e Carabinieri Forestali si ha un monitoraggio costante, mentre con il progetto Il Sentiero dei Lupi cerchiamo di partire da una base scientifica robusta per trasmettere alla gente dati ma anche immagini ed emozioni, facendo sì che del lupo non se ne parli solamente come di una presenza pericolosa”, continua Ivan Mazzon. “Vogliamo veicolare un’informazione autentica, di qualità e oggettiva. Quella per il lupo è una paura atavica, dove l’aspetto emotivo rimane importante. Ma è giusto anche raccogliere e comunicare storie positive, che mettano un freno al classico stereotipo del lupo descritto in chiave negativa come accadeva nelle storie raccontate ai bambini.”

Dalle parole dei tre esperti il mestiere del fotografo naturalista appare molto affascinante anche se faticoso: “Ci serviamo sia di camera-traps che di fototrappole, ma spesso ci appostiamo per delle ore e scattiamo a mano libera”, raccontano. “Non è facile posizionare una fototrappola, devi avere l’immagine in mente prima ancora di ottenerla, sperare poi che l’animale passi di lì e regolare molto bene l’illuminazione, parametro che fa la differenza nella tridimensionalità dell’immagine finale”, spiega Ivan Mazzon.

“Essere un fotografo naturalista non vuol dire solamente posizionare due o tre fototrappole. Bisogna studiare molto la specie, i suoi itinerari. Ma, soprattutto, prima ancora di saper dove andare, serve sapere dove non andare. La tana, i luoghi di riposo o la cosiddetta “zona di rendez-vous” sono off limits (ndr: nelle zone di rendez-vous vengono lasciati i cuccioli nei primi mesi di vita finché i genitori sono impegnati nelle battute di caccia, qua i piccoli hanno un margine di autonomia per giocare e sperimentare, a volte sotto la custodia dei fratelli maggiori nelle famiglie più strutturate; ad esempio capita che i piccoli ululino in pieno giorno per esercitarsi, cosa che li può esporre a pericoli ed è per questo che tali spazi devono garantire un riparo adeguato). Lì non ci mettiamo mai piede perché non dobbiamo correre il rischio di disturbarli. Quando si fotografa la natura, ci sono dei limiti etici che vanno rispettati, la fauna non va infastidita. Per questo le fotografie scattate negli ambienti naturali, diversamente da quelle prese nelle aree faunistiche recintate, anche se hanno dei difetti qualitativi sono molto preziose, perché rare e genuine. Il fotografo naturalista deve saper cogliere l’attimo, ma anche saper rinunciare”, afferma Bruno Boz. “Serve molta pazienza, difficilmente il lupo passa due volte davanti alla stessa fototrappola, in qualche modo ne percepisce la presenza. È come se avesse un sesto senso.”

Fare foto al lupo vuol dire appostarsi in notturna, il lupo è un animale che si muove al buio, ed è possibile osservarlo specialmente alle prime luci dell’alba, quando fa rientro verso le zone di riposo. “Come l’estate scorsa, avevamo passato una notte in un bivacco e ci era arrivata la segnalazione della presenza di un ungulato attaccato probabilmente da un lupo. Ricordiamo ancora quella mattina: eravamo stanchi e non molto convinti, ci siamo avviati con calma verso la zona segnalata, senza avere troppa speranza di trovare il lupo. Le macchine fotografiche erano quasi scariche e le memorie piene. Ma improvvisamente l’abbiamo visto”, racconta Ivan Mazzon. “Ricordo che per lo stupore mi ci è voluto un po’ prima di recuperare la freddezza necessaria per scattare”, continua Bruno Boz. “Del lupo non mi dimenticherò mai quanto mi fosse sembrato grande, il colore rosso del suo pelo messo in risalto ancora di più dai colori dell’alba e il suo atteggiamento, l’incredibile sicurezza con cui si muoveva.” 

Lucia Michelini

Sono Lucia Michelini, giornalista freelance, residente fra l'Italia e il Senegal. Mi occupo soprattutto di ecologia, cambiamenti climatici, ma anche di diritti umani e cooperazione internazionale. Sono convinta che la via per un mondo più giusto e sano non possa che passare attraverso la tutela del nostro ambiente e la promozione della cultura. Per questo cerco di documentarmi e documentare, condividendo quanto vedo e imparo in giro per il mondo con penna e macchina fotografica, preziose compagne di viaggio. Ah sì, non mangio animali da dodici anni e questo mi ha permesso di attenuare il mio impatto ambientale e di risparmiare parecchie vite.

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