Turchia: più senza che con l’Unione Europea

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Chi ha avviato il processo di avvicinamento della Turchia all’Unione EuropeaIl Partito per la Giustizia e lo Sviluppo di Recep Tayyip ErdoğanChi vi sta oggi mettendo una pietra tombale? Lo stesso Partito per la Giustizia e lo Sviluppo del presidenteErdoğan

La ragione più accreditata di allora è che la vicinanza ideale all’UE era necessaria per bypassare il sospetto destato dalla tradizione islamista del partito e quindi per schermarsi dalle possibili chiusure di attori garanti della Turchia laica: esercito-Corte costituzionale-magistratura. A distanza di 10 anni, però, la Turchia ora punta sull’identità islamica per ricavarsi un possibile ruolo di potenza nell’area, con un deciso allontanamento dagli standard di democrazia e tutela dei diritti umani imposti dalla ventilata (ma travagliata) adesione all’UE. Il perché di questo cambio di direzione sta nella riforma della Corte Costituzionale e nelle epurazioni dei vertici dell’esercito: due azioni che hanno assicurato al governo di non incontrare opposizioni a una possibile sterzata verso un conservatorismo islamico.

Ne ha parlato il 16 maggio al Centro per la Cooperazione Internazionale di Trento Fazila Mat, ricercatrice e redattrice per l’Osservatorio Balcani e Caucaso, in dialogo con la giornalista di Radio3 Mondo, Anna Maria Giordano. Crisi, trasformazioni e prospettive nel rapporto Turchia-Unione Europea tradiscono un odio-amore che va avanti da sempre; soprattutto da quando la Turchia ha guardato al Vecchio Continente per creare il proprio Stato-nazione, forgiando così una identità di Paese progredito e democratico. Ed è stato proprio nel tentativo di avere un riconoscimento internazionale che nel 1959 Ankara ha avanzato la richiesta di ammissione in quel primo nucleo di accordi commerciali e di produzione attivato con la Comunità Economica Europea, ottenendo nel 1963 un Trattato di associazione, detto “Accordo di Ankara”, con lo scopo di “promuovere un continuo e bilanciato rafforzamento degli scambi commerciali e delle relazioni economiche tra le parti”. Di fatto, però, i negoziati per l’ammissione in quella che era divenuta Unione Europea sono stati avviati solo nel 2005, dopo ben tre cesure democratiche nel Paese caucasico a seguito di altrettanti colpi di stato (1960, 1971, 1980). Dopo di allora, l’avvento sulla scena politica di Erdoğan ha registrato una politica ondivaga in materia di adesione all’UE non solo da parte della potenza turca ma di quegli stessi Stati europei che, nel corso dell’ultimo decennio, hanno abbandonato con la Turchia quel riferimento ai valori comuni dell’organizzazione di integrazione su cui si stava tenacemente lavorando. Ecco che alloraoggi l’UE pone un velo obnubilante sul rispetto dello stato di diritto, dei principi democratici e dei diritti umani in Turchia, ma detiene con il Paese unafiorente relazione sul piano economico-commerciale, in particolar modo nel settore delle armi, manifatturiero, alimentare.

Il noto accordo UE-Turchia sulla questione migrante del marzo 2016 condensa questo nuovo indirizzo: in cambio di 6 miliardi di euro, il governo di Ankara si è impegnato a gestire l’afflusso di migranti sul proprio territorio interrompendo così l’accesso dei profughi verso i Paesi UE. Il consueto indirizzo europeo di condizionalità degli scambi con clausole di interruzione delle relazioni economiche o degli aiuti umanitari-commerciali in caso di violazione dei diritti umani è in questo caso sospeso: l’UE di fatto ha “esternalizzato” alla Turchia, come in una impresa economica, quei servizi “sporchi” che non può eseguire in prima persona per ragioni politico-sociali nonché legali. È pur vero che i fondi non stati “accreditati” direttamente sulle casse turche ma sono andati a progetti di gestione migranti potenziando quindi in primis sanità-istruzione-mediazioni culturali (oltre alla sicurezza), ma di certo all’ormai 6° rinnovo dello stato di emergenza a seguito del golpe del luglio 2016 la società civile è a tal punto oppressa e controllata centralmente da risentire degli indirizzi non democratici del governo.

Il 24 giugno si voterà in Turchia per il rinnovo del parlamento: circa 60 milioni di cittadini saranno chiamati alle urne; un voto anticipato voluto da Erdoğan probabilmente per arginare il calo di popolarità che lo sta investendo nonostante le restrizioni poste agli altri partiti e il controllo accurato dei mass media. “La più grande prigione per giornalisti al mondo” è stata definita la Turchia. Una descrizione non lusinghiera che fa riferimento ai circa 150 giornalisti in carcere, agli oltre 2500 “disoccupati” a seguito della chiusura di oltre 180 media “collusi” col golpe, alla generale auto-censura dei giornalisti che cercano di sfuggire al controllo ampio e diretto da parte del governo di reti tv e radio. Una situazione che ha condotto allo sviluppo di una fitta rete di media online che però di certo non può tenere il passo con la gestione dei canali di comunicazione di massa.

Tema caldo affrontato in campagna elettorale sarà di certo la collocazione geo-politica della Turchia, che passando dalla “politica di zero problemi con i vicini” (2009) a quella di “preziosa solitudine” (2014) a voler rispecchiare una situazione di crisi relazionale con tutti i Paesi della regione, deve senz’altro tener conto della spinosa crisi siriana e della membership nell’Alleanza Atlantica. Se infatti la Turchia (in quanto NATO) ha dato appoggio agli Stati Uniti nella lotta all’Isis, allo stesso tempo la necessità di bloccare la costruzione di un Kurdistan unito l’ha indotta a sostenere alcuni gruppi jihadisti contro il presidente siriano Bashar al-Assad. Un puzzle nel quale si colloca anche la recente alleanza con la Russia, poco benvista dagli USA e dalla stessa UE.

Come in altri aspetti a cui già si è accennato, la Turchia di oggi sembra tutto e il contrario di tutto: un moderno Stato paragonabile a uno dell’Europa del sud con una economia in crescita, e un Paese medievale dal punto di vista dei diritti civili e della democrazia guidato da un dittatore. La partecipazione ufficiale alle strutture europee sembra sempre più lontana mentre quella ufficiosa, come principale braccio operativo e attore commerciale dell’UE, sono già da tempo realtà. 

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è presidente della cooperativa EDU-care e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

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