Tratta e sfruttamento, 10 milioni di “piccoli schiavi invisibili”

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Foto:  Tom Pilston ® per Save the Children.

“È stata mia madre a decidere che sarei dovuta partire per la Germania, in Europa. Io neanche sapevo cosa fosse l’Europa”. Comincia così la storia di Blessing, minorenne nigeriana che, come tante coetanee e connazionali, ha intrapreso il percorso della migrazione, finendo purtroppo vittima della tratta di esseri umani e della prostituzione. Lasciato il suo paese in Nigeria, l’inferno di Blessing è iniziato subito in Libia, dove è stata arrestata e incarcerata per tre mesi fino a quando la zia dalla Germania non ha mandato ai libici il denaro per liberarla. “In Libia l’assenza di denaro mi ha obbligata a prostituirmi persino per sfamarmi e così tutti i giorni, per otto mesi infiniti, sono stata costretta ad avere rapporti sessuali in cambio di cibo”. Poi la partenza su un barcone, l’arrivo a Lampedusa, il trasferimento in un Cas. La paura di non poter ripagare il debito, la fiducia accordata a uomini sconosciuti, l’ospitalità in cambio – ancora – di prestazioni sessuali e la prospettiva della prostituzione forzata in Italia. L’aiuto provvidenziale di un’amica e l’inserimento in un programma di protezione le hanno permesso di uscire dall’inferno e ricominciare una nuova vita, tra studio, percorsi di formazione e tirocini lavorativi grazie al progetto “Vie d’Uscita” di Save the Children. Ed è proprio l’ong a raccontar la sua storia, nel suo rapporto annuale – uscito pochi giorni prima della Giornata internazionale contro la tratta di esseri umani che si celebra il 30 luglio – dedicato ai minori vittime di tratta e sfruttamento in Italia. Secondo il report, intitolato “Piccoli schiavi invisibili” nel mondo sarebbero quasi 10 milioni bambini e adolescenti costretti in stato di schiavitù, venduti e sfruttati principalmente a fini sessuali e lavorativi, un numero che corrisponde al 25% del totale delle persone in questa condizione, oltre 40 milioni, di cui più di 7 su 10 sono donne e ragazze. 

Un fenomeno che però, per sua natura, risulta difficilmente quantificabile e che resta in gran parte sommerso. A livello europeo, ad esempio, ad oggi gli unici dati disponibili sono fermi al 2015: secondo Eurostat nei 28 Paesi dell’Unione sono 30.146 le vittime registrate di tratta e sfruttamento, di cui oltre 1.000 minori, ma da allora il fenomeno avrebbe subito profonde trasformazioni. In Italia i dati del Dipartimento per le Pari Opportunità relativi al 2017 parlano invecedi 200 vittime minorenni inserite in programmi di protezione (quasi il doppio rispetto all’anno precedente), di cui la quasi totalità – 196 – sono ragazze. In circa la metà dei casi (46%) si tratta di vittime di sfruttamento sessualee in più del 93% delle situazioni si tratta di ragazze nigeriane tra i 16 e i 17 anni. Una tendenza che trova conferma anche nei rilevamenti delle unità di strada del programma “Vie d’uscita” di Save the Children, che tra gennaio 2017 e marzo 2018, in alcuni territori chiave nel fenomeno come le regioni Abruzzo, Marche, Sardegna, Veneto e la città di Roma, sono entrate in contatto con 1.904 vittime, di cui 1.744 neomaggiorenni o sedicenti tali e 160 minorenni, in netta prevalenza (68%) nigeriane, seguite dalle rumene (29%). 

“Indotte dai loro sfruttatori adichiararsi maggiorenni al momento delle operazioni di identificazione in seguito allo sbarco, molte giovanissime nigeriane sfuggono così al sistema di protezione per minori” si legge nel report. In generale, si tratta di ragazze che provengono per lo più da contesti di forte indigenza e vengono reclutate con l’inganno già nei loro luoghi di origine, facendo leva sulla finta prospettiva di un futuro migliore in Europa. Per il viaggio che dalla Nigeria le porterà in Italia, le ragazze contraggono un debito che si aggira tra i 20.000 e i 50.000 euro, che potranno ripagare solo sottostando alla prostituzione forzata, “un meccanismo di sfruttamento e schiavitù dal quale non riescono a liberarsi anche per via del voodoo o juju, un rituale che stabilisce una catena simbolica molto potente e fa sì che una volta ridotte schiave, le ragazze obbediscano alle organizzazioni da cui dipendono per paura delle ritorsioni su di loro o sulle loro famiglie”. Dopo le ragazze nigeriane, sono le ragazze rumene in Italia a costituire il secondo gruppo più numeroso nella prostituzione forzata su strada. Si tratta soprattutto di adolescenti provenienti dalle aree più svantaggiate della Romania. Ragazze come Alina che in Italia è stata costretta, tra botte e abusi, a lavorare in strada tutti i giorni dalle 10 alle 19, fino a che, anche lei, non si è decisa a chiedere aiuto. “Ho subito mesi di maltrattamenti e fatico ancora ad immaginarmi autonoma” racconta. 

Oltre allo sfruttamento su strada delle ragazze nigeriane e rumene, Save the Children parla anche di un secondo triste fenomeno che riguarda il nostro Paese: il cosiddettosurvival sex, ovvero quando le minorenni in transito provenienti per lo più dal Corno d’Africa e dai Paesi dell’Africa-sub-sahariana vengono indotte a prostituirsi per pagare i passeursper attraversare il confine o per reperire cibo o un posto dove dormire. “Si tratta di ragazze giovanissime e particolarmente a rischio che fanno parte del flusso invisibile dei tanti minori migranti non accompagnati in transito alla frontiera nord italiana i quali, nel tentativo di ricongiungersi ai propri familiari o conoscenti in altri Paesi europei, privati della possibilità di percorrere vie sicure e legali, sono fortemente esposti a gravissimi rischi di abusi e sfruttamento, in molti casi ritrovandosi a vivere in condizioni di grande degrado e promiscuità” spiega Raffaela Milano, Direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the Children. 

Il report non dimentica infine la terza faccia del fenomeno in Italia, ovvero lo sfruttamento lavorativo. “I casi emersi di lavoro minorile nel nostro Paese nel 2017, riguardanti sia minori italiani che stranieri, ammontano a 220 e anche in questo caso ci troviamo di fronte alla punta di un iceberg di un fenomeno per lo più sommerso” si legge. Tra le vittime, la maggior parte sono ragazzi egiziani – sebbene il numero degli arrivi si sia progressivamente ridotto dal 2016 – sfruttati nel lavoro in nero a Torino e a Roma negli autolavaggi, dove lavorano 7 giorni su 7 per 12 ore al giorno per 2 o 3 euro all’ora, o nelle pizzerie, nelle kebabberie e nelle frutterie dove lavorano anche di notte per compensi che raramente superano i 300 euro mensili. “In tali condizioni di sfruttamento – afferma Save the Children – è purtroppo facile, per loro, essere coinvolti forzatamente in attività illegali, come spaccio e furti, o assumere mix di cocaina, crack e farmaci a base di benzodiazepine per sostenere turni lavorativi massacranti”.

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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