Tessere il filo del mare

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Siamo convinti che ci sia bisogno di storie. Non solo quelle real time che ci raccontano le televisioni. Di storie piccole, che si conoscono meno, quelle che hanno meno visibilità ma che ci rendono persone migliori nelle comunità in cui viviamo, anche per il solo fatto di conoscerle, di ascoltarle. La storia di Chiara Vigo è una di queste, non solo per la poesia che porta in sé, ma anche perché ci parla ditutela del nostro patrimonio di tradizioni e valori e perché ci fa immergere nelle profondità di un mondo che sta scomparendo.

Chiara è custode di un’arte millenaria: lei sa tessere il filo del mare. Potrebbe essere il titolo di un libro che evoca paesaggi e risvolti romantici, vero? In effetti nelle sue mani si intrecciano tecnica e poesia, abilità e generosità: ciò che lei sa creare non può essere né comprato né venduto, solo donato. Più di una persona ha provato a tentarla con offerte da capogiro (quella di un uomo d’affari giapponese sfiorava i 2 milioni di euro) ma lei, una sessantina d’anni portati con dignità ed eleganza, rimane impassibile. Si tratta di una pratica che non ha a che vedere con il mercato, probabilmente portata in Sardegna dalla principessa ebraica Berenice (sepolta sull’isola), un’arte antichissima e descritta in 46 passi biblici. Ma cosa significa “tessere il filo del mare”? 

L’espressione è utilizzata per indicare il Bisso Marino, un filo dorato che veniva utilizzato per tessere una seta preziosa e unica, che adornava le vesti di sacerdoti e faraoni; il filo è prodotto dalla Pinna nobilis, il più grande bivalve del Mediterraneo, che assomiglia a una cozza: uno dei tanti esseri viventi a rischio di estinzione, e per questo tutelato da leggi comunitarie e nazionali. Proprio nelle profondità del mare fino a poco tempo fa Chiara, sotto la vigilanza della Guardia Costiera, si tuffava in specifici mesi dell’anno per reperire la materia prima, tagliando i preziosi filamenti che occorre saper maneggiare con delicatezza e cura, senza uccidere la pinna nobilis (animale che in lei trova una sostenitrice per la costituzione di un’area protetta che coincida con il suo habitat).

Un’immersione nel cuore delle acque di Sant’Antioco (Sardegna), che è anche un modo per esplorare l’anima. Un percorso di crescita interiore tramandatole dalla nonna, Leonilde Mereu, che ancora oggi si nutre di silenzi, pazienza, dedizione, coerenza e fermezza. Per difendere un bene comune che ha il diritto di essere conosciuto anche dalle generazioni future che lo vorranno. Un patrimonio di conoscenze e di tesori la cui ricchezza è nelle maglie che ne ordiscono la trama, solo per via matrilineare e attraverso un rituale antico fatto di gesti e maestri che con la comunità hanno un rapporto unico. Donano il tempo e la vita a una conoscenza che mettono a disposizione di chi si avvicina per imparare, e al contempo dalla comunità vengono mantenuti, perché ciò che costruiscono attraverso quel dono è e diventa di tutti.

Una figura d’altri tempi Chiara, che ha fondato nel 2005 un Museo del bisso (chiuso poi nel 2016 “per lavori”, ma con qualche dubbio a riguardo), a cui sono stati dedicati anche due documentari («Il filo dell’acqua» di Rossana Cingolani e «Janas, storie di donne telai e tesori», di Stefania Bandinu) e due libri (Dal buio alla luce, il bisso marino e Chiara VigoChiara Vigo. L’ultimo maestro di bisso, entrambi di Susanna Lavazza). Un’artigiana che conosce i segreti dell’arte, vissuta però attraverso l’amore. Chiara sembra uscita da un rinascimento di cui forse, in parte, abbiamo ancora bisogno. E non è l’unica custode di tradizioni come queste. Come lei, dalla parte opposta del mondo, c’è Toshiki Taira, una tessitrice quasi centenaria che vive a Okinawa, in Giappone: è l’unica al mondo in grado di tessere il bashofu, un tessuto preziosissimo ottenuto dagli alberi di banani. L’UNESCO l’ha dichiarata “patrimonio immateriale dell’umanità”, riconoscimento per il quale anche Chiara Vigo è candidata. Eppure Chiara fa paura, perché il suo disinteresse per il denaro è imbarazzante (basti guardare questo video), e a chi lavora nell’ambito del tessile questo comportamento risulta sospetto: eppure il suo è un compito che non si riconosce nelle dinamiche né dell’artigianato né dell’industria… è più una narrazione, raccontata dalla dedizione e dall’ostinata difesa di tradizioni che restano fuori dal tempo, come lei. Mi viene in mente il titolo del romanzo di Auður Ava Ólafsdóttir, La donna è un’isola. E in effetti sembra proprio questa la storia di donne come lei: difensore spesso sole e incomprese, ma allo stesso tempo capisaldi di un patrimonio che non è monetizzabile, il cui valore resta inestimabile.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale. Collabora regolarmente con realtà che si occupano in particolare di divulgazione ambientale, aree protette e sviluppo sostenibile.

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