Sudan: migliaia in fuga da Abyei, zona contesa per il petrolio

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La zona contesa di Abyei nel Sud Kordofan - Foto: reset-italia.net

Circa 40mila persone sono in fuga dalle violenze nella regione contesa di Abyei, alla frontiera tra il nord e il sud Sudan. Sabato scorso milizie irregolari armate, provenienti dall'area del Nord, hanno devastato e saccheggiato la città di Abyei attaccandola a sorpresa”. Lo riporta un comunicato della ong Intersos che segnala “saccheggi e abitazioni date alle fiamme”. “La stagione delle piogge rende la vasta distesa sud-sudanese difficilmente percorribile: strade e sentieri, e in questi giorni anche le piste d’atterraggio, sono impraticabili. Il problema per le agenzie umanitarie è registrare con certezza il luogo e il numero delle persone in fuga, restate senza cibo e acqua e riuscire a organizzare una rete di aiuto e soccorso vasta che faccia fronte alle necessità delle persone scappate" – evidenzia la nota di Intersos.

Già nelle scorse settimane l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati - UNHCR aveva espresso preoccupazione per il rischio di esodo ancora più massiccio nella regione a sud di Abyei. Durante una visita nell’area da parte degli operatori dell’UNHCR , la città – normalmente popolata da 50-55mila abitanti – era stata trovata quasi deserta ma con “molti combattenti nelle strade”, mentre erano apertamente in corso piccoli saccheggi. Diversi villaggi appena più a sud di Abyei erano in preda alle fiamme e il timore era che la stessa Agok potesse essere presto oggetto di un attacco. “Nell’area di Agok – raccontavano agli operatori umanitari gli stessi sfollati – in molti hanno dovuto cercare riparo nella boscaglia per sfuggire ai combattimenti”.

Anche a Kadugli, nello stato del Sud Kordofan “le Forze armate di Khartoum hanno preso posizione sui monti che abbracciano la città” – ha detto all’agenzia Misna suor María Dolores Gil Jiménez, missionaria comboniana alla frontiera tra i due Sudan. “I carri armati inviati da Khartoum hanno attraversato le strade del centro ieri mattina. Erano passate poche ore da quello che, parlando con la Misna, un portavoce della missione di pace dell’Onu in Sudan (Unmis) ha definito “l’assalto di uomini dell’Spla a una stazione di polizia”. In un comunicato (in .pdf) la stessa missione Onu in Sudan – Unmis afferma di essere “profondamente preoccupata per la situazione della sicurezza in corso di Abyei e del Sud Kordofan dello Stato e invita le parti a evitare qualsiasi escalation di violenza che potrebbe portare a nuove perdite di vite civili"

“È verosimile che Abyei, la regione petrolifera occupata a maggio da Khartoum in violazione delle intese di sei anni fa, sia solo una delle aree di crisi” – sottolinea l’agenzia di stampa del mondo missionario. Lo confermerebbero le notizie sulla riorganizzazione delle unità dell’Esercito di liberazione popolare del Sudan sotto la guida di Abdelaziz al-Hilu, il candidato al governo del Sud Kordofan sconfitto alle elezioni. “Abdelaziz è l’erede di Yusuf Kua Meki” – hanno detto alla Misna in riferimento a uno dei più noti comandanti dell’Spla ai tempi della guerra.

La zona di Abyei custodisce i maggiori giacimenti petroliferi del Sudan. Questa strategica regione – situata a cavallo tra il nord e il sud Sudan che il 9 gennaio scorso ha votato con un referendum per l'indipendenza (partirà il prossimo 9 luglio) – è stata un nodo nevralgico della guerra civile sudanese, durata un quarto di secolo. L'occupazione del polo petrolifero da parte dei soldati inviati dal governo di Omar al-Bashir segna una “grave violazione” degli accordi di pace del 2005, che hanno posto fine al conflitto. Londra e Washington hanno condannato duramente la mossa del presidente sudanese. Anche il Consiglio di sicurezza dell'Onu è intervenuto chiedendo il ritiro dell'armata del nord. Salva Kiir, presidente del Sud Sudan, che dal 9 luglio prossimo diventerà ufficialmente uno Stato, chiede il ritiro immediato dei soldati di al-Bashir, ma si sottrae, per ora, alla sfida del ritorno alla guerra.

La situazione nel distretto petrolifero, evoca però scenari cupi, sottolinea l’agenzia Misna. “Abyei è territorio sudanese del Nord. Noi non ci ritireremo” – afferma il presidente sudanese. Le milizie del nord hanno aperto il fuoco anche contro elicotteri della missione di peacekeeping dell'Onu. L'esodo di massa della popolazione non si arresta da sabato scorso. E se le cifre fornite dalla coordinatrice per le operazioni umanitarie Onu in Sud Sudan Nazioni Unite, Lise Grande, parlano di 50mila persone in fuga, James Kok Ruea ministro per gli affari umanitari di Juba, prossima capitale del neonato Stato meridionale, dice invece che i profughi sono almeno 150mila.

Dal voto amministrativo del mese scorso – riportano fonti della Misna a Kadugli – è andata sempre peggio”. Le elezioni sono state vinte dal governatore uscente Ahmed Haroun, appoggiato da Khartoum ma ricercato dalla Corte penale internazionale per presunti crimini di guerra commessi in Darfur. Va ricordato che la Corte penale internazionale (ICC-CPI) non è una parte delle Nazioni Unite, ma le Nazioni Unite hanno promesso di cooperare con la CPI e il permesso concesso a Haroun da parte delle Nazioni Unite di partecipare alle elezioni si è rivelato controverso.

Secondo gli ex-ribelli che governano il Sud, il voto è stato truccato e i diritti dei nubiani ancora una volta negati. Il conflitto è antico, almeno quanto la guerra civile combattuta tra il 1983 e il 2005. Allora in Sud Kordofan erano di fronte i militari del Nord, per lo più arabi e musulmani, e tanti giovani dalla pelle scura che avevano scelto l’Spla.

Con quell’eredità si fanno i conti ancora oggi. Khartoum aveva chiesto che entro la settimana scorsa tutti i militari dell’Spla lasciassero i territori a nord del confine tracciato dai colonizzatori inglesi nel 1956. A Juba, la capitale del nuovo Stato meridionale che dovrebbe nascere il 9 luglio, hanno escluso un trasferimento coatto dei soldati: molti sono originari del Sud Kordofan e del Nilo Blu e sono stati dispiegati in queste regioni nel quadro di unità miste previste dagli accordi di pace del 2005.

Difficile torni il passato perché, sostengono gli esperti, il Sud non vuole mettere a rischio l’indipendenza. Restano però le incognite e quei carri armati sulle strade che portano alle montagne. Gli accordi di pace prevedevano la creazione di unità miste composte da 24mila soldati che sarebbero dovute divenire il nucleo dell’esercito di un Sudan unito. “Ma la storia è andata diversamente – ricorda suor María Dolores alla Misna – e con i soldati non si sa cosa fare”. [GB]

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