Speaker della savana

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A volte basta davvero poco: un vecchio registratore, un amplificatore, un mixer, un trasmettitore e due walkman per le interviste. Così hanno iniziato a radio Penc-mi, a Fissel, 120 km da Dakar, la prima radio comunitaria del Senegal. "All'inizio avevamo un trasmettitore da appena 250 megawatt, coprivamo poco più di 2 km, ma oggi, grazie a un finanziamento di Oxfam, ne abbiamo acquistato uno da un kilowatt e ci sentono fino a 150 km di distanza" racconta orgoglioso Talla Dieng, il direttore, mostrandoci il prezioso strumento racchiuso in una stanza buia dagli intonaci scrostati, costellata da piccoli ventilatori. "Perché il vero problema è il caldo, che danneggia tutti gli strumenti". E il caldo qui non manca, tutto l'anno, così come la polvere, implacabile, che si infila nei capelli, tra i vestiti, in bocca e inevitabilmente in tutti gli apparecchi radio. Ma di sistemi di climatizzazione non se ne parla. Troppo costosi per una radio rurale.

Questa è la semplicità della radio d'Africa. E la sua grandezza. Che ne spiega il successo in tutto il continente, testimoniato dall'aumento vertiginoso delle vendite di ricevitori, settuplicate negli ultimi vent'anni, secondo i dati dell'Unesco. In quest'epoca di divario tecnologico, la radio si rivela il mezzo più democratico: raggiunge tutti, è alla portata di tutti, anche quelli che vivono senza elettricità, anche gli analfabeti. E dall'inizio degli anni '90 è stato il boom delle radio indipendenti, che si sono moltiplicate approfittando delle nuove leggi sulla liberalizzazione della stampa emesse da molti paesi africani (a volte più pro forma che altro) e dell'avvento delle nuove opportunità tecnologiche come Internet e la telefonia mobile.
Ma non si tratta solo di moltiplicare gli apparecchi e le antenne. Quello che è cambiato è il modo di fare radio.

L'albero delle notizie

Piccole emittenti create dalle comunità locali per parlare alle comunità stesse. Proprio come radio Penc-mi, che in lingua locale significa Arbre à palabre, ovvero l'albero sotto il quale tradizionalmente si sedevano gli anziani del villaggio per discutere i problemi della comunità.
Nata nel 1996 da tre associazioni locali, trasmette nelle tre lingue della regione: sérère, wolof, poulaar. "Il primo obiettivo era far comunicare le associazioni tra loro, e con la gente" spiega Dieng. E così è stato. Dieci ore di trasmissione al giorno su tutti i problemi della vita rurale: le scadenze delle semine, la siccità, le vaccinazioni, l'Aids, ma anche i problemi politici della decentralizzazione amministrativa, le feste e le ricorrenze locali, i canti e le immancabili "contes", le leggende degli anziani. La radio non è più questa voce misteriosa che viene da lontano, portando spesso una parola totalmente sganciata dalla realtà locale. Si integra in pieno nell'ambiente rurale in cui la gente abbandona il ruolo di ascoltatore passivo per partecipare in prima persona. A Fissel un comitato di gestione eletto dalle associazioni locali e dal villaggio gestisce la radio e definisce programmi e temi da trattare. La partecipazione è reale. Si sono costituiti club degli ascoltatori che discutono le notizie. Ogni giorno arrivano in radio decine di lettere. Ne vediamo una montagnola sulla consolle: chi chiede di parlare di un certo tema, chi racconta un suo problema, chi vuole vendere o acquistare. "Ma molti non sanno scrivere - spiega ancora Dieng - così vengono di persona a parlarci prima dell'inizio delle trasmissioni".

Reporter fai da te

Secondo André-Jean Tudesq, che ha prodotto un ampio studio sui media africani: "radio rurali e radio comunitarie costituiscono oggi l'africanizzazione più completa della radio". Ma comunitario e rurale non sempre coincidono; quello che le definisce non è necessariamente la contiguità del luogo fisico, piuttosto il rappresentare gli interessi comuni di un gruppo, l'essere no profit e la definizione partecipata del palinsesto. "Più che una semplice tecnologia di comunicazione si tratta di un processo sociale, di cui le persone sono parte integrante". Questo le differenzia dalle radio nazionali o commerciali, pure ascoltatissime, soprattutto per le informazioni internazionali. Ma "gli animatori della "nostra" radio noi li conosciamo tutti - sostengono a Fissel - sono gente del villaggio, li abbiamo visti crescere".
Come Pape Ka㯀sé, 25 anni, uno degli speaker di radio Penc-mi, che ha partecipato di recente a un seminario per giovani giornalisti in Benin, e racconta: "ho sempre desiderato fare questo mestiere, quando mi hanno scelto al villaggio non mi sembrava vero".
Oggi è il giorno di mercato, uno dei più importanti della regione, e Pape intende fare un reportage sull'aumento dei prezzi del bestiame e dei cereali che quest'anno a causa delle scarsissime piogge sono saliti anche del 30%. Parte a piedi, walkman alla mano, ci vuole più di un'ora di cammino. Decidiamo di accompagnarlo (in macchina); la gente parla volentieri, "è un servizio facile - sostiene Pape - a tutti interessa conoscere i prezzi degli altri". Poi intervista pure noi, per far sapere alla gente della nostra visita.

Radio itineranti

La radio della cittadina di Diass, invece, sta tutta in una valigia. Due lettori cd, 2 registratori, mixer e amplificatore si compattano in un baule di circa un metro cubo per essere portati di villaggio in villaggio. E' una "Radio Nomade", un esperimento dell'Unesco, che lo ha finanziato tre anni fa. Con una portata di circa 20 km trasmette ogni settimana da una postazione diversa. Ma non è poi tanto pratica, soprattutto per gli animatori, che ogni settimana devono cambiare villaggio, lasciando casa e lavoro. E non ricevono un vero stipendio. Perché questo è uno dei limiti principali delle radio comunitarie: la sostenibilità. Per legge in Senegal questo tipo di radio non può trasmettere pubblicità commerciale, in più è situata in contesti in genere poverissimi, ha pochi rapporti con l'esterno e scarsa o nulla capacità imprenditoriale. Come pagare uno stipendio ai tecnici e agli animatori? Come coprire corsi di formazione e aggiornamento o ammortizzare i costi per la sostituzione di un apparecchio? Per lo più con i finanziamenti stranieri, progetti di ong o di istituzioni internazionali. "Per il momento è così - assicura Antoine Ngor, giornalista di radio Sud Fm, la più grande radio privata del paese, e consulente per le radio comunitarie - ma abbiamo studiato dei piani strategici perché le piccole radio possano rendersi indipendenti. Tre le cose fondamentali: le quote versate dalle associazioni fondatrici, i contributi dei club degli ascoltatori, gli avvisi e i publireportage a pagamento. Ma la più importante è una seria formazione in marketing".

Tam tam moderni

Il Mali è forse il paese africano dove la pluralità delle radio ha raggiunto il culmine; ne esistono oltre duecento. E la radiolina, che funzioni o no, sembra diventata un'escrescenza del corpo dei suoi abitanti. L'Homus malianus è dotato di radiolina incorporata, l'ascolta appena alzato, la porta con sé al lavoro e non se ne distacca mai, quando mangia, quando gioca, persino quando va in bagno.
Nelle lande desertiche del nord, dove la temperatura raggiunge i 50° e la sabbia, fatta vorticare dall'harmattan, offusca l'orizzonte per sei mesi l'anno, la radio è l'unico legame con il resto del mondo.
A Tombouctou, al confine con il Sahara, ne esistono quattro. La "più comunitaria" è radio Bouctou, che prende il nome dalla leggendaria fondatrice dell'antica città, un tempo capitale dell'impero del Mali, oggi ammasso polveroso di case di terra, che però conservano, nonostante tutto, frammenti dell'antico splendore. Porte finemente intagliate, piccoli hotel in stile moresco e frotte di venditori di artigianato tuareg assaltano i turisti americani arrivati fin qui inseguendo il mito perduto. Radio Bouctou è gestita con la partecipazione diretta del municipio locale, caso rarissimo in tutta l'Africa. Ed è una delle poche che si autofinanzia, con sei dipendenti, un direttore, due tecnici e tre animatori. Anche qui le trasmissioni sono in gran parte a sfondo sociale: problemi sanitari, giustizia, condizione della donna. Ma anche musica, e annunci di matrimonio e morte, che portano le maggiori entrate alla radio. E poi informazione, che un animatore taglia e incolla dai radiogiornali nazionali. Niente collegamento Internet e di quotidiani non se ne parla, arrivano con una settimana di ritardo e hanno un costo tale che nessuno li considera.
Il direttore Chèrif Abdramane, nel suo maestoso boubou azzurro, spiega: "occorre diverso personale, perché qui si parlano molte lingue: sonrai, tamashek, moré... La radio è servita molto al municipio, una volta per comunicare un'informazione bisognava passare di casa in casa. Era un lavoro pazzesco". La gente conferma; prima si ascolta radio Bouctou, che è la radio di tutti, poi le altre, più commerciali, come radio Alfaroux, finanziata da radio France International, che ha installato centinaia di stazioni in tutta l'Africa francofona. Questa ripropone direttamente le trasmissioni di radio France, aggiungendo 30 minuti di informazioni locali ogni giorno. Studi di trasmissione moderni, direttore giovane e rampante, a radio Alfaroux si respira già un'atmosfera diversa. Ma la gente non l'ascolta.

"Onde" di sviluppo

Quello delle radio comunitarie è diventato negli anni un vero movimento mondiale; circa 3 mila emittenti di 110 paesi diversi si sono riunite nell'Amarc, l'associazione mondiale delle radio comunitarie, con distaccamenti regionali in tutti i continenti. Le radio stesse sono diventate soggetti privilegiati per l'azione di molte ong internazionali che hanno scoperto - con largo ritardo - l'importanza del rapporto tra comunicazione e sviluppo. Anche se spesso in modo ancora troppo paternalistico, utilizzando la radio per diffondere campagne di vaccinazione, o indicazioni su come concimare un campo arato o seminare nuove varietà di riso, cose importanti e utili, ma sempre secondo il principio di comunicazione top-down. La radio comunitaria può assumere un significato ulteriore, come sostiene Segundo Armas, studioso peruviano dell'Amarc: "quello di stimolare il protagonismo della cittadinanza nei piani di sviluppo. Amplificare gli stati d'animo, le sensibilità, la volontà della comunità facendo sì che la gente assuma impegni precisi rispetto alle proposte di sviluppo".
Prevista dal 21 al 27 febbraio a Katmandou, in Nepal, la seconda conferenza mondiale sulla radiofonia comunitaria, organizzata dall'Amarc, perché, come si legge sull'invito: "emerge una nuova cittadinanza, attraverso le onde si costruisce uno spazio di dibattito democratico".

di Silvia Pochettino

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