Spagna/Catalogna: quando il nazionalismo uccide la democrazia

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Come spesso accade in questo tempo, ogni evento significativo suscita reazioni e prese di posizione dettate dalla superficialità o dalla tifoseria. Tutti si sentono in dovere di commentare, magari soltanto per sfogare la propria rabbia repressa. L’indignazione, più o meno giustificabile, prende il posto di qualsiasi analisi ragionata, mentre dilaga la partigianeria. Prendersi qualche minuto per riflettere è un lusso che sta diventando davvero raro nella nostra epoca. In questo senso il caso della Catalogna è da manuale. Ciascuno si è scoperto improvvisamente esperto in affari iberici (con un onnipresente generalissimo Franco), in federalismo e autonomismo, in diritto costituzionale, spagnolo ed europeo, spargendo a man bassa suggerimenti e costernazione.

Sarebbe necessario invece conoscere bene la storia della Spagna – soprattutto quella degli ultimi anni – e delle sue comunità autonome. Informarsi meglio sulla situazione presente, sulla posta in gioco, sulla fierezza identitaria catalana, sulle rigidità di Madrid, sul delicatissimo rapporto tra i sostenitori della monarchia e della repubblica. E invece, assistiamo al trionfo del pressapochismo. Forse nei nostri commenti vogliamo inseguire l’esempio dell’assoluta incapacità politica dei due contendenti a risolvere una questione che appare quanto meno surreale. Ma, almeno in Spagna, non lo è affatto. Anzi rischia di far rivivere angosciosi fantasmi.

La semplificazione è un altro elemento tipico di chi pretende di capire ogni cosa al primo sguardo. Così non si va mai oltre le immagini che rimbalzano sui circuiti mediatici internazionali. Da questo punto di vista il rovescio gestionale di Rajoy rimarrà – questo sì – nella storia. Se il referendum era illegale, sarebbe stato opportuno “lasciar fare” senza esasperare ulteriormente la situazione. Così commenta Lucio Caracciolo: “Ora però tocca a Rajoy. Il referendum pro indipendenza, battezzato “farsa” ma trattato da insurrezione, non può essere né ignorato né demonizzato se si vuole davvero salvare pace e democrazia in tutta la Spagna. Il capo del governo di Madrid ha prima colpevolmente trascurato la crisi, poi ha contribuito a surriscaldarla scagliando la sua polizia contro cittadini inermi in fila per partecipare alla “farsa”. A peggiorare la situazione, l’incredibile discorso del re, da leader politico più che da capo di Stato. Dimostrazione di insensibilità istituzionale che non ha certamente rafforzato la già modesta opinione che molti spagnoli, non solo i catalanisti, hanno della monarchia. La speranza è che Filippo VI non si avventuri in altre esternazioni e lasci lavorare i sottili mediatori votati a riannodare i fili spezzati fra le opposte fazioni”.

Di converso l’atteggiamento di Puigdemont e soci è dilettantistico e pericoloso. Non si sa quanto improvvisato. Una rivoluzione da operetta che però potrebbe avere esiti nefasti. La favoletta del “popolo catalano massacrato”, paragonato addirittura alla situazione del Tibet o del Kurdistan, è frutto esclusivo della propaganda. Come il “diritto all’autodeterminazione”, vissuto come possibilità di travalicare qualsiasi limite giuridico e costituzionale in nome della libertà, quando questo diritto – sicuramente fondamentale – non è assoluto e vige in determinati casi. Paragonare la Catalogna di oggi, all’Alto Adige durante il fascismo, ai popoli indigeni che tuttora vengono ancora sterminati per davvero, significa offendere la sofferenza delle persone che subiscono una reale violenza e repressione.

L’Europa poteva avere un ruolo maggiore, dal punto di vista politico, non giuridico. Attenzione però: il sostegno esplicito all’indipendentismo catalano sarebbe molto pericoloso per la sicurezza e la pace dell’intero continente. Perché la minoranza russa dell’Estonia non potrebbe allora inscenare un referendum per passare alla Russia? E la Corsica, la Scozia, le Fiandre, la minoranza ungherese in Transilvania, le regioni separatiste dell’Ucraina… non hanno diritto all’autodeterminazione? Questa però non è democrazia, non è espressione della propria libertà. Ma involuzione etnica, istanza nazionalistica: perché tale visione necessita la presenza di un inesistente “popolo” omogeneo e granitico, la cui volontà “fatale” è ovviamente rappresentata da chi guida la protesta, dalle elite consapevoli o da un dittatore. Serve poi un nemico, dipinto come oppressivo e quasi “antropologicamente” diverso. Questa impostazione genera una spirale catastrofica. La guerra dei Balcani non ha insegnato nulla. Siamo invece al tempo delle fiction.

La furia identitaria dei catalani (che non sono tutti gli abitanti della Catalogna) è l’esempio classico di una rivoluzione basata più sull’ideologia, sul sogno del sorgere di un nuovo “sole dell’avvenire”, sull’utopia per cui l’indipendenza sarebbe la panacea di tutti i mali, che su progetti realistici. Non c’è uno straccio di visione del futuro: esiste un eterno presente in cui si vive da sonnambuli. Nessuno degli indipendentisti si chiede: e dopo?

Tutto si basa su pulsioni irrazionali. Atteggiamenti prepolitici, psicopolitici. Sembra insita nel cuore umano – e quindi nella dimensione collettiva – la speranza che possa esistere l’evento, la circostanza, la conquista, appunto il sogno di un cambiamento completo della propria esistenza e quindi del destino della comunità. L’indipendenza della Catalogna diventa l’emblema della necessità di trovare “idee forti”, orizzonti chiari, univoci, senza ombre. Una generazione senza grandi riferimenti culturali e valoriali può essere attratta da scorciatoie ben peggiori di quando sta avvenendo oggi. Può essere convinta facilmente, strumentalizzata da avanguardie che promettono miraggi. Gli “uomini forti”, inquietanti seduttori, sono dietro l’angolo, propagandando sogni che quasi sempre si trasformano in incubi.  

Articolo parzialmente pubblicato sul “Trentino” 

Piergiorgio Cattani

Nato a Trento il 24 maggio 1976, dove risiede tuttora. Laureato in Lettere Moderne (1999) e poi in Filosofia e linguaggi della modernità (2005) presso l’Università degli studi di Trento, lavora come giornalista e libero professionista. Scrive su quotidiani e riviste locali e nazionali. Fa parte della Fondazione Fontana Onlus dal 2010. Dal 2013 è direttore del portale Unimondo. È attivo nel mondo del volontariato e della cultura come presidente dell’ “Associazione Oscar Romero”. Ha scritto numerosi saggi su tematiche filosofiche, religiose, etiche e politiche ed è autore di libri inerenti ai suoi campi di interesse. 

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