Socialdemocrazia europea addio?

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Dopo il "fracaso" (fallimento) delle elezioni del 20 dicembre, quando i quattro principali partiti non riuscirono a raggiungere un accordo per la formazione del governo, i cittadini spagnoli si preparano a tornare alle urne per le elezioni politiche del 26 giugno. A meno di due settimane dal voto, si rischia un'altra tornata inconcludente: come a dicembre, gli elettori continuano a essere divisi in quattro blocchi, tra partiti tradizionali, popolari e socialisti, e partiti emergenti, Ciudadanos e Unidos Podemos; quest’ultimo che negli ultimi sondaggi ha superato i socialisti. E’ soprattutto del tracollo della sinistra tradizionale che si parla in questi giorni: se si andasse a votare oggi, il Partito Socialista vincerebbe in appena due delle cinquanta province spagnole. Sono numeri potenzialmente devastanti per un partito che è stato al governo in Spagna nel corso della maggior parte della sua storia repubblicana. Ma non si tratta di un caso isolato.

Oggi in Europa i partiti socialdemocratici siedono al governo in meno di un terzo dei Paesi – Repubblica Ceca, Francia, Slovacchia, Svezia, Portogallo e Italia – e in alcuni di questi casi sembrano destinati a una batosta elettorale: in Francia, ad esempio, Francois Hollande gode di un gradimento al 13% a meno di un anno dalle prossime elezioni presidenziali. Gli fanno compagnia il partito socialdemocratico tedesco, che secondo i sondaggi viaggia attorno al minimo storico del 20% dei consensi; e quello laburista inglese, che tra faide interne e mancanza di idee ha finito per giocare un ruolo assolutamente marginale nella campagna sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea. Questa crisi dei partiti socialdemocratici è sorprendente, considerate le opportunità offerte dalla recessione degli ultimi anni, causata se non esclusivamente almeno in gran parte dalla deregolamentazione selvaggia che appartiene tradizionalmente ai partiti di destra e centro-destra. Storicamente, era proprio in queste fasi storiche che le formazioni socialdemocratiche raccoglievano consensi battendosi per welfare ed equità sociale, per i diritti dei lavoratori e delle classi meno abbienti.

Questa volta c’è qualcosa di diverso, perché dall’inizio della crisi economica quasi tutti i partiti socialdemocratici hanno perso consensi. Una ragione importante di questo tracollo elettorale sta nella mancanza di idee per contrastare le politiche neo-liberiste che, a sua volta, va ricondotta al graduale assorbimento delle ricette del centro-destra dal 1980 a oggi: l’accettazione degli accordi di libero scambio, la deregolamentazione, l’accettazione di regole fiscali a prescindere dalle conseguenze sociali fanno ormai parte dei programmi elettorali socialdemocratici. Questa sinistra – ha scritto qualche mese fa l’autorevole firma del Telegraph Ambrose Evans-Pritchard – “si è suicidata in massa abbracciando la causa mortale della tecnocrazia europea, e noi “abbiamo guardato increduli a come un partito socialista dopo l’altro si sia immolato sull’altare dell’unione monetaria, per difendere un progetto che favorisce quelle élites economiche che la sinistra storica chiamava ‘un branco di banchieri’”. L’assorbimento di alcune della ricette tradizionalmente proprie della destra è avvenuto non solo nella sostanza, ma anche nella forma: ad esempio adottando il vizietto di bypassare l’iter democratico ponendo il voto di fiducia sul questioni particolarmente controverse per evitare lunghi dibattiti parlamentari. Così facendo, i partiti socialdemocratici si sono distaccati irrimediabilmente dalla propria base, lasciandola orfana di rappresentanza.

La sinistra tradizionale è stata colta impreparata rispetto all’insicurezza sociale causata dal terrorismo e dalle migrazioni internazionali di richiedenti asilo, due fenomeni che vengono talvolta, erroneamente, trattati come due facce della stessa medaglia. La destra si è impadronita strategicamente di questi fenomeni e in un contesto caratterizzato dalla paura dell’altro i partiti conservatori si presentano come i migliori difensori dell’ordine. In materia di terrorismo i leader socialisti, in Francia ad esempio, non hanno fatto altro che inseguire le destre sul loro stesso terreno; e in materia di richiedenti asilo non è un caso che le uniche proposte coraggiose e per certi versi alternative alle ricette della destra radicale siano giunte da Angela Merkel, non dai socialdemocratici.

E così alcuni dei tradizionali elettori del centro-sinistra hanno cercato protezione altrove: nei movimenti di protesta e in quelli di estrema destra. Il caso della Grecia è istruttivo. Dopo tre decadi di alternanza al potere, il partito Pasok è stato spazzato via della rapida crescita elettorale di Syriza e di altri partiti d’estrema destra. Oggi la pasokización è una minaccia che incombe sulla testa del Partito Socialista spagnolo; ma anche in altri paesi europei la rapida perdita di consensi e la nascita di formazioni alternative tolgono il sonno ai leader dei partiti di centro-sinistra.

L’Italia è stata, fin qui, un’eccezione. Matteo Renzi gode ancora di un consenso molto alto rispetto ai suoi corrispettivi nel resto del continente, anche se ha perso buona parte della tradizionale base elettorale del suo partito. Lui stesso, d’altra parte, è consapevole dei rischi che corre se non trova quanto prima un’alternativa alle politiche di austerity della Commissione Europea: in un'intervista al Financial Times il giorno dopo le elezioni del dicembre scorso in Spagna, Renzi ha detto "Non so cosa succederà al mio amico Mariano [Rajoy, il primo ministro uscente che non riuscì a raccogliere una maggioranza relative dei seggi in quella tornata elettorale], ma so che tutti coloro che sono stati in prima linea nelle politiche del rigore senza crescita hanno perso il lavoro". E proprio su quest’ambiguità del contrastare le politiche del rigore dall’interno Renzi sta giocando gran parte del proprio capitale politico in Europa. Il governo ha effettivamente guadagnato un margine di manovra sul debito che con ogni probabilità verrà usato per fare politica fiscale espansiva alla vigilia di importanti scadenze elettorali. Eppure quelle messe in pratica fino ad ora sono misure a breve termine rese possibile da una sfocatura ideologica che rende difficile distinguere chiaramente le differenze rispetto alle proposte dei partiti di destra e centro-destra. 

Una visione a lungo termine, in effetti, può arrivare solo una coalizione di partiti socialdemocratici capace di influenzare le decisioni europee e sfidare l’egemonia esistente in Europa. E’ da oltre un anno che Renzi sta provando a mettere assieme questa coalizione. Ma fino ad oggi i leader socialdemocratici non sono ancora riusciti a parlare a una voce; anzi, a dire la verità non hanno proprio saputo tirar fuori un’idea precisa, né per un modello economico condiviso, né per una gestione comune del fenomeno migratorio all’insegna del principio della solidarietà. Il tempo, però, sta scadendo. Una data importante per il futuro dell’Unione sarà quella del Consiglio europeo di fine giugno, quando il premier italiano presenterà una proposta condivisa per correggere l’agenda comunitaria. Potrebbe essere l’ultima occasione: elezione dopo elezione, i socialdemocratici stanno perdendo le loro posizioni di governo in quasi tutti i Paesi d’Europa. Dopo anni di completa irrilevanza, ora la socialdemocrazia rischia l’estinzione. 

Lorenzo Piccoli

Sono Lorenzo e scrivo per il portale Unimondo.org dal 2012, più o meno da quando mi sono trasferito a Firenze per iniziare un dottorato di ricerca pagato dal Ministero degli Esteri Italiano presso l'Istituto Universitario Europeo. Sono approdato in Toscana dopo esser cresciuto tra Trento e altre città molto pittoresche: studiando ho trascorso un semestre al Trinity College di Dublino in Irlanda, un altro semestre alla University di Victoria in Canada, e poi lavorando ho vissuto per un anno a Bruxelles in Belgio e per qualche mese a Edimburgo in Scozia. Per il mio dottorato mi occupo di cittadinanza e nazionalismo. Provo a trattare gli stessi temi quando scrivo per Unimondo.  

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