Silvia l’ho messa a fuoco davvero solo il giorno del mio matrimonio

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Silvia De Maria l’ho messa a fuoco davvero solo il giorno del mio matrimonio. L’avevo conosciuta già prima, perché era la sorella di Paolo, il fidanzato dell’epoca di una mia amica, ma solo quel giorno ho capito di che pasta fosse fatta. A un certo punto del pomeriggio noi due sposi e gli amici più cari abbiamo abbandonato la festa e siamo andati a casa della mamma di Paolo, perché ci teneva a salutarci. Cosa non si fa per un’amica. Arrivati, era campagna, fuori Torino, mi sono lamentata per il caldo: quel giorno sembrava agosto, non settembre. Silvia mi ha sentita, ha preso un bicchiere e mi ha detto: se vuoi un po’ d’acqua… io ho risposto: magari! E lei me lo ha rovesciato addosso. Devo dire che è stato un toccasana, però il gesto mi ha colpita. Silvia è così: decisa, anche a non coprire troppo i suoi spigoli. Pazienza se ci sbatti contro.
 
Ah ah ah, in effetti quando mi sono svegliata dal coma, a giugno di quell’anno, ero incazzatissima e i medici non sapevano come prendermi: facevano entrare i miei poco e per poco tempo, molto timorosi della mia reazione. Poi un giorno mia mamma li ha presi in disparte e ha detto: ma guardate che Silvia è così, da sempre, mica è il coma. Ci sarebbe stato da ridere, se non fossi stata così incazzata.
 
Quindi erano circa tre mesi che eri in carrozzina, quando sono arrivata io trulla trulla e accaldata
Sì sì, appena tornata dal centro di riabilitazione.
 
Io non mi ricordo di te prima della carrozzina, zero assoluto.
Nemmeno io mi ricordo più ah ah ah.
 
Silvia, dai, mettiamo ordine
Ok. Avevo 24 anni, stavo andando al lavoro e ho avuto un incidente d’auto. Sono entrata in coma e ci sono rimasta 15 giorni, per un trauma cranico gravissimo. Se mi fossi risvegliata, dicevano i medici ai miei genitori, sarei stata un’ameba. Invece mi sono svegliata io, nessuna ameba. Solo che ero incazzata perché non potevo muovermi: ero completamente intubata e legata. Una situazione impossibile da sopportare.
 
Soprattutto per una come te
Soprattutto per una come me. Avevo sempre la mascherina dell’ossigeno in faccia e un giorno ho digrignato a mio papà di levarmela. Lui l’ha fatto e io per ringraziarlo gli ho detto che poteva andarsene affanculo anche lui. Mi ha detto in seguito che ha capito quel giorno che ce l’avrei fatta. Anni dopo è mancato lui. Ciao pa'.
 
Ed eri incazzata perché ti avevano detto che non avresti potuto più camminare
Ho avuto una lesione midollare, come quella del nuotatore rimasto paralizzato in questi giorni. Sedia a rotelle, punto e basta. Ho passato due mesi in un centro di riabilitazione, dopo che mi hanno dimessa dall’ospedale. Magnifico posto, in collina, col bel tempo, la natura. Facevo ginnastica, che per una sportiva come me era una gioia grandissima, stavo molto all’aperto a fumare con tutta la gente che veniva a trovarmi. Io ero felicissima, in vacanza. E i medici e la psicologa a preoccuparsi di questa mia reazione: non è normale, dicevano a mia madre, non va bene. Ho capito cosa sarebbe stata la mia vita se non mi fossi data una mossa uno dei primi fine settimana che sono tornata a casa. Abitavo sola già da tempo, prima dell’incidente, ma non potevo rientrare nella mia mansarda, per ovvie ragioni. Quindi sono tornata a casa dei miei: il mio letto era stato allestito nel loro salotto.
 
Ahia
Appunto. Per me l’autonomia è il bene supremo, irrinunciabile. Lì ho capito che bisognava cambiare aria. Così mi sono trasferita in un centro di riabilitazione in Germania, il più distante che potevo da casa. Dopo i mesi della riabilitazione, invece che tornare in Italia sono rimasta ad abitare lì. I medici mi avevano finalmente aperto gli occhi e un giorno mi sono guardata allo specchio e mi sono detta: Silvia, qui o si vive o si muore. La mia vita lì è ricominciata, io sono diventata completamente autonoma, pur sulla mia carrozzina. Potevo fare praticamente tutto, soprattutto vivere da sola. Ho preso la patente per disabili, ho ricominciato a fare sport, andavo ai concerti.
 
Lo sport è stata la leva?
Sì. Nei mesi dopo l’incidente ho regalato tutta la mia attrezzatura: le corde per arrampicare, gli sci, la bici. Mi dicevo che tanto non avrei più potuto adoperarle. Invece, quando sono tornata in Italia ho ricominciato a sciare. L’uovo con lo stabilizzatore mi è subito piaciuto e dopo la mia prima discesa tutti si sono stupiti di come sapessi condurre la lama sulla neve. In realtà io sapevo sciare molto bene, con le due gambe funzionanti, quindi ho mantenuto quella sensibilità sulla lama e scivolare giù è risultato molto naturale, anche senza le gambe a fare tutto il lavoro.
 
Da lì in poi tutto è andato velocissimo
Sì, velocissimo. Ho fatto la mia prima gara nazionale a Bardonecchia nel 1999-2000: proprie sulle piste dove sciavo prima e che mi ero ripromessa di non rivedere mai più. Invece altroché se le ho riviste. Poi mi hanno portata subito sullo Stelvio, ad allenarmi: e lì ho potuto ammirare un personaggio che non avrei mai potuto conoscere in circostanze, diciamo così, normali. Lassù c’era Alberto Tomba che si allenava e io ero rapita dalla sua potenza e dalla sua bravura. Quando lo incontravo in palestra rimanevo basita per i suoi salti. Un grande, grandissimo. Poi tutto è andato velocissimo, troppo, perché c’erano le olimpiadi di Salt Lake City del 2002. E mentre facevo una discesa, un po’ poco convinta, sono caduta e mi sono rotta una spalla, malamente.
 
Quindi stop
Quindi uno stop di 6 mesi, l’inferno per me. Perché ho dovuto ritornare in balia degli altri: senza l’uso delle gambe e con un braccio fuori uso era un tantino difficile mantenere l’autonomia. In quel periodo ho aperto uno sportello informativo per l’handicap, in un paesino vicino a quello dove vivevo: io di formazione sono un’educatrice e mi sembrava la scelta più logica quella di occupare il mio tempo per aiutare gli altri a capire come vivere con il loro handicap. Perché io sono un’handicappata, eh. Però l’handicap dipende da te: se vuoi starci dentro o meno lo devi decidere tu. Lo sportello è durato poco: mi richiedeva un sacco di energie, anche mentali, che non potevo così indirizzare su di me. Non riuscivo a sopportare le persone che si rassegnavano all’handicap, che non volevano farsi carico della propria vita.
 
Così sei scappata di casa
Ah ah ah, detta così sembra una brutta cosa. Mi sono iscritta a un corso per il restauro di tele antiche, che si svolgeva a Imperia. Eh sì, ho cercato di mettere un po’ di lontananza dalla casa dei miei. Non mi sembrava vero di fare una cosa così bella: l’arte mi è sempre piaciuta e in quell’anno ho potuto dedicarmici del tutto. E nel frattempo ho iniziato a giocare a tennis.
 
Nuovo capitolo
Nuovo capitolo. Dopo il corso di restauro ho iniziato a fare il mio tirocinio vicino a Pisa: all’epoca a Livorno viveva il mio compagno di allora, quindi mi sono trasferita lì. Ma a casa non ci stavo mai perché il tennis ha iniziato subito a prendere una bella piega e sono diventata dopo pochi mesi nazionale. La questione è che già i disabili che fanno sport ad alti livelli sono pochi, le donne sono ancora meno, quindi ho bruciato in fretta le tappe. Con la nazionale di tennis ho girato il mondo: avevo sempre la valigia pronta, non mi fermavo mai. Ho ottenuto anche le qualificazioni per le Olimpiadi di Pechino del 2008: sono stata 27esima e poi 32esima del ranking mondiale. A Pechino mi sono emozionata: quando hanno suonato l’inno e io avevo la divisa e i miei compagni lì intorno avevano la divisa e tutti sentivamo quel momento, be’, ho pianto un po’. Insomma, anche io piango, ecco. O almeno l’ho fatto. Comunque, la scelta dell’agonismo, che tu sia disabile o meno, è totalizzante, non hai più vita per te, zero. E poi ho smesso.
 
Però
Ho smesso ma solo col tennis, perché a Pechino il tecnico della nazionale di canottaggio continuava a dirmi che con le mie spalle ero sprecata per il tennis. Quando sono rientrata sono tornata a vivere al mio paesino, e ho iniziato ad allenarmi con la Società Canottieri Caprera di Torino, con Simona Rasini.
 
Guarda, lasciamo parlare il pezzo qui sotto per dire cosa hai fatto:

Il Piemonte applaude Silvia De Maria

TORINO, 02 settembre 2012 - Il 2012 passerà alla storia come uno degli anni più prolifici e gloriosi per il Canottaggio Piemontese. Dopo i successi straordinari ai Campionati del Mondo Under 23 e Junior, la stagione internazionale degli atleti piemontese si è conclusa con le Paralimpiadi di Londra. La croce sabauda è stata rappresentata da Silvia De Maria della Società Canottieri Caprera impegnata nel doppio Adaptive assieme a Daniele Stefanoni della Società Canottieri Aniene di Roma. Un equipaggio affiatato, al lavoro sin dal 2010, anno del primo Campionato del Mondo di Silvia, in Nuova Zelanda, dal quale tornò con un importante accesso in finale ed un quinto posto. Il duo si è ripetuto anche l’anno successivo a Bled quando, però, la quinta posizione significò decisamente molto di più: la qualificazione ai Giochi di Londra. Allenata nelle acque torinesi dai tecnici societari Simona Rasini e Vittorio Altobelli ed in quelle del centro federale di Gavirate dal C.T. Paola Grizzetti, Silvia era determinata a raggiungere la capitale britannica nelle migliori delle condizioni, in un continuo miglioramento del gesto tecnico. Dopo il quarto posto alla Regata Internazionale Adaptive, il titolo italiano ed un raduno preolimpico di un mese, era l’ora di salpare alla volta di Londra.

Grinta e determinazione da vendere sono state subito messe in mostra dai due azzurri in batteria, terminata in terza posizione ma con un 4’02’’ che ha dato fiducia in vista del recupero. Il ripescaggio del giorno dopo è stato archiviato in scioltezza ed ha permesso un importantissimo accesso alla finale, una finale olimpica. Domenica, nonostante gli sforzi profusi nella parte iniziale di gara per rimanere al più a lungo a contatto con il gruppo dei medagliati, Silvia e Daniele hanno terminato in sesta posizione ma con la consapevolezza di aver dato tutto per sognare e far sognare tutti i canottieri piemontesi.

Questo risultato giunge a termine di un quadriennio nel quale il Comitato ha investito molte risorse per il mondo dell’Adaptive Rowing. Che questo meraviglioso sesto posto, quindi, sia un punto di partenza da cui lavorare per creare un bacino sempre più grande dal quale prelevare nuove leve.  Di ANDREA CANATA da Canottaggio.org

Che emozione!
Sì! Il canottaggio è uno sport che ti guarda in faccia, durissimo, dove ti devi allenare 5 giorni su 6, e non puoi più bere, non puoi fare tardi la sera, certi cibi non puoi più mangiarli. Insomma, altro sport, ennesimo assalto alla mia vita privata.
 
Però
Sì, però ho sperimentato per la prima volta che cosa vuol dire non essere più da sola, ma condividere tutto, anche i pensieri, con il tuo compagno di sacrifici. Il canottaggio fatto così, con Daniele Stefanoni, mi ha aiutata a diventare responsabile non solo di me stessa, ma anche di un’altra persona. 

E questo forse ha avuto delle conseguenze sulla tua vita privata, ma è una mia teoria
Sì, chissà, magari anche questo ha contribuito. Ho partecipato alle Olimpiadi di Londra nel 2012, nel 2013 ho incontrato Flavio al bancomat del mio paese (la vita, a volte) e nel 2014 è nato Federico.
 
Altra impresa faticosa
Per me no, per niente, perché la mia gravidanza è stata una passeggiata, io stavo mediamente meglio di tutte le donne con le gambe sane che incontravo. Ma è stato un problema, è un problema, per i medici. La gravidanza in una donna disabile è vissuta con paura. La mia ginecologa non ha più voluto seguirmi e così mi sono messa alla ricerca di una sostituta. Poi me ne hanno consigliata una e sono andata a trovarla. Quando le ho spiegato che volevo fare un figlio mi ha risposto: che figo, per me è la prima volta, facciamolo! E così è stato. Adesso sono mamma di Federico, il vero grande amore della mia vita, come per tutte le mamme.
 
Lui come vive la tua disabilità?
Per Federico è una cosa normale: gli ho spiegato fin da subito che certe cose io non potevo farle. Lui ha solo 4 anni e mezzo, ma è diventato subito molto autonomo. Andiamo tutti i giorni a scuola in bici, ognuno con la propria, e insieme andiamo a nuotare. Poi, mentre lui arrampica o pattina io vado in palestra, quindi lo sport ci accomuna, ma ognuno nel proprio ambito, con i propri spazi. Una cosa a cui sia lui sia il suo papà hanno dovuto abituarsi, stando con me, è che il mio desiderio di autonomia è più forte di qualsiasi cosa, quindi su quello non si scherza. Io ci sono sempre, ma quando prendo e vado, prendo e vado da sola. Ho due uomini molto fighi al mio fianco. E sono sicura che una mamma come me aiuterà Federico a essere un ragazzo e un uomo molto in gamba. Quando vede i miei amici disabili, lui va subito a vedere che modello di carrozzina hanno, controlla i raggi delle ruote: il suo è un approccio tecnico. La cosa che più mi ha colpita è stata la sua abilità a guidare la mia carrozzina: un giorno l’ha provata e da subito l’ha condotta in maniera sciolta ed esperta. Chissà, forse stare 9 mesi nella mia pancia, su una carrozzina, l’ha aiutato! Con Federico, ho imparato anche un'altra cosa: a mettermi da parte. Certo, anche quando prendo e vado da sola a sciare, in qualche modo mi metto da parte, ma lì sono io. Invece, con Federico ho imparato a mettermi da parte e guardare lui, mettere al centro lui. Non sono più io, è lui. Per me la vera svolta.
 
Silvia, cosa sono i limiti per te?
Ah facile: non esistono, non sono reali. I limiti te li crei tu, col tuo modo di ragionare; perché, là fuori, non ci sono.

Annamaria Anelli da Mailchi.mp

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