Sfizzicariello: la gastronomia sociale

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Nel manicomio il malato non trova altro che il luogo dove sarà definitivamente perduto, reso oggetto della malattia e del ritmo dell’internamento” ricordava Franco Basaglia, lo psichiatra che assieme al collega e parlamentare Bruno Orsini fu il promotore della riforma che diventano legge il 13 maggio 1978 chiuse definitivamente i manicomi in Italia, restituendo ai pazienti psichiatrici la dignità di esseri umani. Da allora è stata fatta tanta strada per abbattere i muri del pregiudizio ed evitare l’esclusione e la segregazione di persone con disagio mentale, un percorso al quale ha contribuito anche la cooperativa sociale Arte, musica e caffè. Dal 2007 questa realtà sociale lavora con persone con problemi di schizofrenia, psicopatia, disagi comportamentali e sociali, e insieme ai loro familiari ha fatto rete cercando di restituire dignità e valore alla vita dei loro parenti più vulnerabili attraverso l'inserimento sociale e lavorativo.  Nel 2008 ha aperto nel centro storico di Napoli, precisamente in Corso Vittorio Emanuele, lo “Sfizzicariello” che in breve tempo è diventata una rinomata “gastronomia sociale” dove eccellenze culinarie e rivalutazione sociale si sono fusi creando una realtà unica e speciale che non gode di finanziamenti pubblici.  

Il progetto, insomma, sta in piedi da solo e chi lo anima crede fermamente che la cura di queste persone non passi solo attraverso le terapie e i farmaci, ma anche attraverso la possibilità di inserire nel contesto sociale e produttivo i ragazzi che ne fanno parte. Attualmente sono circa 15 i lavoratori con disagio mentale, affiancati da educatori, impegnati allo Sfizzicariello in cucina e nella vendita principalmente di piatti tipici della tradizione napoletana e campana, dagli antipasti ai dolci. Questi professionisti della buona tavola vengono tutti da zone differenti di Napoli, San Giovanni, Ponticelli, Bacoli e molti di loro, proprio grazie a questo lavoro, stanno superando difficoltà relazionali e molti limiti (o presunti tali), impegnandosi con successo in attività considerate complicate, almeno fino a quando questi ragazzi non le hanno rese assolutamente fattibili. “Serviva un posto che funzionasse come attività commerciale, ma allo stesso tempo avesse in sé il sociale. La cosa più banale che ci venne in mente fu quella di aprire una gastronomia: semplice come idea, ma rivoluzionaria perché non esistono realtà dove le persone con disagio psichico lavorano, cucinano, lavano, stanno dietro al bancone” hanno spiegato gli operatori di Arte, musica e caffè

Da Sfizzicariello i ragazzi imparano ad essere autonomi nella vita di tutti i giorni, a prendere i mezzi pubblici da soli, a rispettare regole e turni lavorativi. Imparano a stare insieme, a supportarsi a vicenda e a relazionarsi con le altre persone, ma soprattutto imparano a recuperare autostima e il contatto con la realtà, un passo fondamentale per affrontare il disagio mentale, che invece andrebbe ad acuirsi stando troppo tempo in casa senza far nulla. Per Francesco, uno dei ragazzi impegnati dietro il bancone, prima “Le mie ore non passavano mai. Stavo sempre a casa a guardare il soffitto, mi scocciavo moltissimo, non avevo amicizie, stavo sempre da solo. Poi all’improvviso un raggio di luce, mi sono ritrovato in mezzo a persone che mi vogliono bene veramente. Prima non sapevo che fare, adesso ho uno scopo. Anche dal punto di vista economico, prima dovevo sempre chiedere aiuto a mamma, adesso mi sento più autonomo”. Un lavoro che, quindi, è parte di una vera e propria terapia che dimostra quanto l’aspetto relazionale sia la prima forma di psicoterapia

A confermarlo è lo psichiatra Luigi Varuzza, che segue il progetto dalla sua nascita e una volta a settimana passa allo Sfizzicariello per stare con i ragazzi, seguirli, aiutarli a risolvere eventuali problemi e fare il punto della situazione. Varuzza non ha dubbi: “ci sono voluti anni, ma molti aspetti patologici adesso si sono ridimensionati”. Sfizzicariello oggi si occupa anche di catering per feste, cerimonie, congressi e banchetti, insomma crea lavoro e reddito dando non poche soddisfazioni a tutti i suoi dipendenti/utenti. Per Carlo Falcone, presidente della cooperativa e fratello di Luigi, che da "paziente" lavora da Sfizzicariello, “Bisogna rendere attive queste persone, alle volte siamo più noi ad aver paura di affrontare certe realtà. Ci sono genitori che hanno timore di farli uscire da soli di casa. La paura è comprensibile, ma ci sono sempre nuove possibilità di seguire queste persone e di renderle indipendenti. Qui alla cooperativa ci sono ragazzi che hanno il 100% di accompagnamento, vengono seguiti uno ad uno, in un percorso di crescita personale e professionale, fino a diventare autonomi. Ma è fondamentale che la famiglia collabori con noi, non possono essere solo lasciati qui”. 

L’impegno sociale nato attorno allo Sfizzicariello non si limita alla gastronomia.  Ogni mese c’è una riunione molto particolare che si chiama "Social Gym" ed è aperta a tutti. È il momento in cui si presenta l’attività al pubblico compresa quella legata ai tanti corsi e percorsi attivati dalla cooperativa: teatro, discipline olistiche, affettività, alfabetizzazione funzionale, cameriere di sala, banconista, aiuto chef… tutte occasioni per far incontrare “disagio e normalità”. Sì perché Sfizzicariello non  è solo un luogo che fonde il gusto della tradizione napoletana con l’inclusione sociale, è soprattutto un luogo dell’anima, che fa da cura ai ragazzi che ci lavorano almeno quanto lo fa con i clienti e i curiosi, che una volta entrati possono rapportarsi con un mondo che spesso, per timore o pudore, si preferisce non vedere, rinunciando a capire quanto sia vero quanto cantava Caetano Veloso nella surreale canzone d’amore Vaca Profana: “Visto da vicino, nessuno è normale”, perché ognuno, a modo suo, è straordinario ed originale.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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