Schiavi del passato, schiavi di oggi

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Nel febbraio 1807 il Parlamento britannico abolì la tratta degli schiavi. Non è il primo atto del genere ad avere luogo in Europa o nelle Americhe, ma certamente è quello che segna con maggiore incisività un’inversione di rotta nel commercio legale di essere umani. Con l’abolizione del traffico britannico di schiavi dall’Africa al continente americano veniva meno una componente quantitativamente importante di quella nota triangolazione commerciale che aveva permesso all’Europa di godere dei vantaggi di una manodopera di schiavi africani a costi praticamente nulli (e per di più sostituibile al “deperimento”) per le piantagioni e al contempo della fornitura di zucchero, caffè, cacao e tabacco dei Caraibi e del Brasile per il proprio mercato. Prima della Gran Bretagna, già nel 1792 la Danimarca aveva abolito la tratta degli schiavi non tanto per ragioni che potremmo definire “umanitarie”, quanto per lo scarso valore commerciale e la ridotta convenienza economica della pratica.

Ma non furono solo le decisioni degli Stati schiavisti ad arrestare la tratta. La sollevazione di decine di migliaia di schiavi nei possedimenti francesi nei Caraibi fu fomentata anche dall’eco dell’”égalité” della Rivoluzione francese e della Carta dei diritti dell’uomo e del cittadino stesa nell’agosto 1789, poche settimane dopo l’assalto alla Bastiglia. Parole sull’uguaglianza e sulla tutela dei diritti inalienabili che si accodavano a quelle scritte nel 1776 nella Dichiarazione di indipendenza delle tredici colonie statunitensi. Fu allora che, con la miccia innescata e a seguito del rullo dei tamburi, la lotta degli schiavi ebbe davvero inizio. In quella notte del 1791 fu infatti il ritmo dei tamburi a dare il segnale agli schiavi delle immense piantagioni di zucchero dell’isola di Saint Domingue che era giunto il momento della ribellione. Come programmato, gli schiavi irruppero contro i campi coltivati, le fattorie, i magazzini, i forni, le macchine e, chiaramente, i padroni, armati di machete e ganci e con profonda violenza e rabbia. Dopodiché “gli schiavi sconfissero, di volta in volta, i bianchi locali e i soldati della monarchia francese, un’invasione spagnola, una spedizione inglese di circa sessantamila uomini, e una spedizione francese della stessa grandezza agli ordini del cognato di Napoleone. La sconfitta della spedizione napoleonica del 1803 portò alla creazione dello Stato Negro di Haiti, che è durato fino ad oggi. La rivolta è l’unica rivolta di schiavi che ha avuto successo nella storia”. Così furono descritti questi dodici anni di rivoluzione dal giornalista Cyril Lionel Robert James ai prodromi della seconda guerra mondiale, tanto era rimasta nella memoria collettiva.

Un’immagine di sollevazione e di lotta per la propria libertà e dignità che oggi sembra essere andata perduta a favore della rievocazione del percorso politico-istituzionale di successo che ha condotto prima all’abolizione della tratta degli schiavi e poi alla messa al bando dell’idea stessa dello schiavismo, ritenuto una delle violazioni dei diritti umani più estreme della storia e condannata universalmente. Nella Giornata internazionale per la commemorazione della tratta degli schiavi e della sua abolizione, che ricorre il 23 agosto di ogni anno, l’obiettivo di imprimere nella memoria di tutti i popoli il ricordo della tragedia del commercio degli schiavi non può che affiancarsi alla lotta a nuove forme di schiavitù. Un esempio in questo senso viene dalla Mauritania, piccolo Stato dell’Africa nord-occidentale che solo nel 1980 ha abolito ufficialmente la schiavitù (l’ultimo al mondo a procedere normativamente in tal senso) ma in cui attualmente si contano 600.000 “moderni schiavi”, pari al 20% della popolazione, ridotti in tale status per debiti o per un matrimonio forzato, o vittime della tratta. Come in passato e a dispetto della legislazione adottata in materia, gli schiavi della Mauritania non sono autorizzati a possedere proprietà, utilizzare un cognome, invocare diritti di successione, o esercitare l’affidamento sui loro figli; lavorano tutto il giorno come contadini o come domestici, scrupolosamente controllati e senza aver diritto ad alcun tipo di salvaguardia.

Una situazione parificata a quella di schiavitù anche per i numerosi immigrati impiegati come domestici nei Paesi del Golfo Persico, una condizione da tempo denunciata come inumana da diverse ong impegnate nel campo della tutela dei diritti umani. Il sequestro del passaporto, l’impossibilità di cambiare lavoro o di muoversi liberamente, l’assenza di riposi e soprattutto la violenza e la deferenza rispetto al “datore di lavoro-proprietario” passa anche attraverso l’accettazione di violenze fisiche di ogni tipo: dalle percosse e dalla privazione del cibo allo stupro e a forme di tortura.

L’Italia purtroppo può vantare anch’essa delle forti criticità in materia di tratta, essendo stato più volte identificato come un Paese di destinazione, di transito e di origine per donne, bambini e uomini vittime del traffico di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale o lavorativo. Le prostitute delle periferie delle città e i braccianti nei campi di pomodori sono solo la faccia italiana di un nuovo tipo di schiavismo, basato anch’esso sullo sfruttamento e su condizioni disumane e degradanti del lavoro.

Nel XIX secolo non furono ragioni etiche a indurre la Gran Bretagna all’abolizione della tratta degli schiavi bensì un puro calcolo economico: con l’indipendenza delle colonie statunitensi il governo di Londra non aveva più interessi diretti nel Nuovo Mondo e grazie alla produzione assicurata dalla Rivoluzione industriale poteva permettersi il lusso di una legislazione abolizionista. Il ritorno di immagine poi, dinanzi a una comunità internazionale che iniziava a porsi in maniera pressante questioni sulla liceità di una così inumana condizione, contribuì alla scelta, se non altro anche per mettere in difficoltà potenze europee rivali come la Spagna e la Francia. Circostanze che difficilmente si potranno riproporre al pari oggi se non individuando nelle nuove forme di schiavismo la perdita economica e culturale di un intero Paese che sfrutta una risorsa anziché valorizzare una persona.

Miriam Rossi

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