Salute mentale: l’informazione contro lo stigma

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Foto: Peacelink.it

A più di quarant’anni dalla Legge Basaglia, la n. 180 del 1978, è ancora aperto il problema di una corretta informazione per superare la discriminazione sul disagio mentale e favorire l’inclusione delle persone che ne soffrono”.Lo afferma il rapporto del Ministero della Salute “Salute mentale. Fatti e cifre contro lo stigma” pubblicato a gennaio 2020.

Grazie alla Legge Basaglia, l’Italia è stato il primo paese in Europa a eliminare i manicomi. La Legge è nata infatti con l’idea di superare l’esclusione sociale delle persone malate e curarle nella loro interezza familiare e culturale, facendole uscire dallo stato di reclusione dei vecchi “manicomi” e reinserendole nel tessuto sociale.

I dati del rapporto ci dicono che nel nostro paese una persona su quattro ogni anno ha esperienza di un problema di salute mentale. I servizi specialistici del servizio sanitario nazionale assistono più di 850mila persone l’anno. Il tema è quindi quanto mai diffuso e riguarda forse ogni famiglia e, direttamente o indirettamente, ognuno di noi. Conoscerlo è l’unico modo per non lasciarsene intimorire e darsi la forza di includere nella nostra vita la fragilità. Ancora per quanto riguarda la situazione italiana, l’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni ha approfondito questo tema in un apposito focus alla vigilia della Giornata Mondiale della Salute Mondiale 2019, che si è celebrata il 10 ottobre. Il focus ci dice che il disagio mentale è un problema che coinvolge una sempre più ampia fetta di popolazione, specie tra gli anziani (in costante aumento, su cui grava anche il peso della malattia di Alzheimer) e le fasce più deboli della popolazione dal punto di vista economico e sociale. Tra i problemi più diffusi, vi è sicuramente la depressione. I dati del focus riportano che sono 2,8 milioni le persone che presentano sintomi depressivi. Si tratta del 5,6% della popolazione di età superiore ai 15 anni.

Il tema si propone anche a livello mondiale: l’Organizzazione mondiale della sanità, che ha elaborato il piano d’azione 2013-2020 per la salute mentale stima che la depressione sia una delle principali cause di disabilità a livello mondiale. I disturbi depressivi colpiscono infatti oltre 300 milioni di persone nel mondo. Mentre 60 milioni di persone soffrono di disturbo affettivo bipolare e 50 milioni di demenza.

Le condizioni di vita delle persone con disagio mentale non dipendono solo dalla gravità della malattia ma anche dal grado della loro accettazione all’interno della famiglia e della società, spesso ridotto, aumentando così la loro sofferenza. Le ricerche del Ministero della Salute dimostrano che l’opinione pubblica tende a diffondere un’immagine densa di pregiudizi riguardo la persona affetta da malattia mentale, descrivendola come “diversa”, e sottolineano come lo “stigma” a cui queste persone sono sottoposte sia una barriera che non solo allontana chi soffre dagli altri e da se stesso, ma riduce anche la capacità di richiedere aiuto. La malattia mentale è fortemente stigmatizzata e stigmatizzante e il pregiudizio, che deriva da paura e incomprensione, crea un circolo vizioso di alienazione e discriminazione, diventando spesso la causa principale di un grave isolamento sociale, di difficoltà abitativa e lavorativa, di fenomeni di emarginazione.

Quali sono, quindi, gli stereotipi e i pregiudizi più diffusi che sono alla base della stigmatizzazione del disagio mentale?

Il rapporto del Ministero della Salute “Fatti e cifre contro lo stigma” ne riporta i principali: “I problemi di disagio mentale sono rari e a me non può succedere”. Falso. Come abbiamo visto, una persona su quattro ogni anno ha esperienza di un problema di salute mentale. Dalla malattia mentale non si guarisce”. Falso. Gli studi evidenziano che un terzo delle persone guarisce completamente e un terzo mantiene un livello medio di disturbo con normale vita sociale. La falsa credenza per cui la malattia mentale è sempre una malattia incurabile porta alla perdita di fiducia, disperazione, abbandono e logorio dei rapporti interpersonali. “Le persone con malattia mentale non possono lavorare”. A smentire la falsa credenza basta ricordare alcuni personaggi famosi: il presidente americano Abramo Lincoln (depressione acuta), il brillante matematico e Premio Nobel John Nash (schizofrenia), il pittore Van Gogh (disturbi psichiatrici), la poetessa Alda Merini (disturbo bipolare). Il lavoro aiuta chi soffre di malattia mentale a rafforzare l’autostima, a migliorare le relazioni sociali con i colleghi creando un senso di comunità e a recuperare il proprio ruolo all’interno della famiglia. 

Tra le credenze più diffuse infine, vi è anche quella che tende a vedere chi si rivolge ad un professionista o ad un Centro di salute mentale come un è “matto” o un “debole. Invece, rivolgersi ai luoghi di cura rappresenta il primo passo per cercare di superare le proprie difficoltà e riprendere in mano la propria vita, quando non si riesce a farlo da soli. 

I diritti delle persone con disturbo mentale non sono differenti da quelli di tutti gli altri cittadini. La particolare vulnerabilità di tali soggetti richiede, anzi, che sia per essi rafforzato, concretamente difeso e promosso il riconoscimento di piena cittadinanza, riabilitazione e vita sociale

Lia Curcio

Sono da sempre interessata alle questioni globali, amo viaggiare e conoscere culture diverse, mi appassionano le persone e le loro storie di vita in Italia e nel mondo. Anche per questo, lavoro nella cooperazione internazionale con il ruolo di comunicazione ed ufficio stampa per una Ong italiana. Parallelamente, mi occupo di progettazione in ambito educativo, interculturale e di sviluppo umano. Credo che i media abbiano una grande responsabilità culturale nel fare informazione e per questo ho scelto Unimondo: mi piacerebbe instillare curiosità, intuizioni e domande oltre il racconto, spesso stereotipato, del mondo di oggi.

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