Rom e sinti: se le politiche producono ancora discriminazioni

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Venerdì 6 aprile, due giorni prima della Giornata Internazionale dei Rom e Sinti che si è svolta la domenica, il Senato italiano ha consegnato una targa a Goffredo Bezzecchi, detto Mirko, sopravvissuto al Porrajmos, il genocidio di persone rom e sinti nei campi di concentramento nazisti e fascisti. La targa è stata ricevuta dal figlio Giorgio che, visibilmente emozionato, ha ricordato l’esperienza del padre, rom harvati nato a Postumia di Grotte (Trieste), finito nel campo di Teramo insieme alla famiglia, poi spostato a Lipari e infine in Sicilia, da cui è riuscito a fuggire. Il nonno e la zia, però,finirono a Birkenau: il primo, racconta Giorgio, “passò per il camino”, la seconda tornò a casa, dopo aver subito i terribili esperimenti del dottor Josef Mengele. “Non abbiamo avuto nemmeno la giustizia della storia– continua Giorgio – per questo oggi è un momento storico. E’ l’inizio di un riconoscimento”. Certo la strada da fare è lunga affinché al popolo rom venga restituita in Italia non solo la giustizia della storia, ma anche la dignità e i diritti più basilari, e lui lo sa bene: la mattinata in Senato, infatti, è stata anche l’occasione per presentare i dati del Rapporto Annuale 2017 sulla presenza della popolazione rom e sinti in Italia a cura dell’Associazione 21 Luglio: “In Italia sono 26mila le persone rom e sinti che vivono ai margini a causa di politiche discriminatorie– ha commentato il presidente dell’associazione, Carlo Stasolla – da sempre la loro situazione è la cartina di tornasole del livello di civiltà e democrazia nel nostro paese”.

Secondo le stime del report, in Italia ci sono tra le 120mila e le 180mila persone di origine rom e sinta. Di queste, circa 26mila vivono in stato di emergenza abitativa, dentro baraccopoli formali (cioè riconosciute dalle istituzioni) e informali, o nei centri di raccolta monoetnici, “un numero pari allo 0,04 per cento della popolazione italiana”. Si tratta di unaleggera flessionerispetto all’anno precedente ma, si legge nel report, dettata non da una graduale risoluzione della questione quanto piuttosto “dalle drammatiche condizioni di vita all’interno di questi insediamenti che hanno spinto alcuni degli abitanti, prevalentemente comunitari, a spostarsi in altri Paesi o a tornare nelle città di origine”. Le baraccopoli formaliindividuate dal report sono 148, distribuite in 87 Comuni di 16 Regioni da Nord a Sud, per un totale di circa 16.400 abitanti, mentre all’interno diinsediamenti informaliil numero di presenze stimato è di 9.600. A questi si aggiungono due centri di accoglienza monoetnici riservati alle comunità che, a fine 2017, risultavano ancora attivi: uno a Napoli e uno a Guastalla (in provincia di Reggio Emilia), per un totale di 130 residenti. Delle persone rom e sinti residenti nelle baraccopoli formali si stima che il 43 per cento abbia la cittadinanza italiana; mentre sono 9.600 i rom originari dell’ex Jugoslavia di cui circa il 30 per cento è a rischio apolidia. Situazione diversa nelle baraccopoli informali e nei micro insediamenti, abitati nell’86 per cento dei casi da cittadini di origine rumena. 

Secondo il report sono soprattutto i minori (ben il 55% delle presenze)a vivere sulla propria pelle le tragiche conseguenze della segregazione abitativa, con gravi ripercussioni sulla salute psico-fisica e sul loro percorso educativo e scolastico. A incidere sui livelli di scolarizzazione contribuiscono infatti in modo significativo sia le condizioni abitative, sia la forte catena di vulnerabilità perpetrata dalle operazioni di sgombero forzato (inteso come un intervento le cui modalità che violano le garanzie procedurali delle Nazioni Unite, e che pertanto dovrebbero essere considerate illegali). Il report stima un totale di 230 operazioni nel 2017, di cui 96 nel Nord Italia, 91 al Centro (33 solo nella città di Roma) e 43 nel Sud. Il fenomeno dell’occupazione di stabili abbandonatida parte di persone rom e sinti – stimato come recente – non sarebbe altro che il frutto di questi sgomberi forzati, attuati senza proporre una reale alternativa se non l’eventuale spostamento in nuovi campi e centri di raccolta monoetnici. Alla faccia del “superamento dei campi” invocato, tra l’altro, anche dalla “Strategia nazionaledi inclusione dei rom, sinti e dei camminanti”, adottata nel 2012 anche dall’Italia. Peccato che la Strategia, pur essendo stata definita “molto buona” sotto il profilo di linguaggio e contenuti, altrettanto non lo sia dal punto di vista applicativo. 

“Invece di programmare percorsi integrati e inclusivi si continua a costruire nuovi campi” commenta infatti 21 Luglio, sottolineando come al solitol’enorme dispendio di denaro pubblicosenz’altra conseguenza se non quella di perpetuare segregazione e discriminazioni: a Roma ad esempio, costruire piccoli container per 4.419 persone fra uomini, donne e bambini segregati in zone isolate, mal servite e insalubri è costato solo nel 2017 circa 5 milioni di euro. Eppure quando si provano a proporre delle alternative – probabilmente meno dispendiose e più efficaci – spesso l’opinione pubblica insorge. “La questione razzismo e della lotta contro le discriminazionidevono essere considerate come il cuore del problema” ha detto Tommaso Vitale dell’Università Sciences Po a proposito della Strategia Nazionale d’Inclusione. Non a caso, secondo il report di 21 Luglio l’antigitanismorimane uno degli elementi che continua a caratterizzare la nostra società. Nel 2017 l’Osservatorio dell’Associazione ha registrato un totale di 182 episodi di discorsi d’odionei confronti di rom e sinti, di cui 51 (il 28,1% del totale) sono stati classificati di una certa gravità: un incremento del 4% rispetto al 2016, anno in cui l’Osservatorio aveva rilevato un totale di 172 episodi. “Ancora una volta ci troviamo a dover constatare il fallimento delle politiche di inclusionerivolte a rom e sinti in emergenza abitativa – ha dichiarato Stasolla – non ci sono progressi nell’implementazione della Strategia e le politiche non hanno prodotto alcun processo di inclusione. Sono necessari un chiaro orientamento strategico e un coordinamento a livello nazionale rispetto alle politiche di desegregazione abitativa”. 

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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