Rom, Sinti e l’inclusione che non c’è

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Foto: 21luglio.org

La Lega Nord ha festeggiato il 25 Aprile con un’incursione al campo rom di via Idro, a Milano, sgomberato di recente. Armati di pietre e martelli – e di un cartellone con il disegno di una ruspa – la piccola delegazione ha inscenato la demolizione delle baracche, che il comune non aveva ancora tirato giù. “Questa è la nostra ‘liberazione’”, hanno commentato i presenti, capeggiati da esponenti della politica locale. Insomma, la solita retorica leghista che ormai non sorprende più, anche se rimane ugualmente pericolosa. Il problema è che anche il resto della politica non sembra aver fatto passi avanti sul tema e, nonostante nel 2012 il governo italiano abbia adottato in sede europea la “Strategia nazionale di inclusione dei rom, sinti e dei camminanti”, i risultati ad oggi tardano ad arrivare. “C’è un’incapacità da parte dei nostri amministratori di conoscere e comprendere questo fenomeno. Il loro livello di consapevolezza è spesso pari a quello di un cittadino medio – ha commentato Danilo Giannese, responsabile comunicazione dell’associazione 21 Luglio, durante la presentazione del Rapporto Annuale 2015 sulla condizione di rom e sinti in Italia. – In campagna elettorale poi, paga molto di più parlare alla pancia dei cittadini”.

LA STRATEGIA NAZIONALE

Ma che cos’è la “Strategia nazionale di inclusione dei rom, sinti e dei camminanti”? Articolato su quattro aree cardine – alloggi, istruzione, impiego, e salute – il documento sottolinea la necessità di abbandonare la procedura emergenziale, inaugurata nel 2009 e poi giudicata illegittima dal Consiglio di Stato nel 2011. Tra gli scopi principali c’è il definitivo superamento della politica dei campi, quell’anomalia tutta italiana in cui la segregazione su base etnica è creata, finanziata e gestita dalle stesse istituzioni attraverso i cosiddetti “insediamenti formali”. La Strategia dovrebbe raggiungere i suoi obiettivi entro il 2020 ma, nonostante siamo ormai al giro di boa, 21 Luglio ha rilevato che nel 2015 nel nostro paese si sono continuati a registrare interventi mirati alla costruzione di nuovi campi o alla manutenzione straordinaria di quelli esistenti. “Da Vicenza a Genova, da Pistoia a Napoli, sino a Lecce, questi interventi, che reiterano politiche che negli anni hanno restituito marginalizzazione e violazioni dei diritti umani, hanno interessato circa 1.780 persone a fronte di un impegno economico superiore ai 14 milioni di euro”.

Fondi sottratti dunque ai progetti sociali e di inclusione che potrebbero in teoria risolvere buona parte dei problemi dei circa 180 mila rom e sinti che vivono attualmente nel nostro Paese. In realtà, la maggior parte di loro vive, lavora e conduce una vita normale mentre, secondo la mappatura dell’associazione 21 Luglio, circa 35 mila vivono in emergenza abitativa, e di essi quasi 20 mila negli insediamenti formali. Si tratta in pratica dello 0,06% sulla popolazione italiana (percentuale infima rispetto alla risonanza mediatica), di cui il 45% nella sola Roma. Sempre secondo il report, in Italia si contano 145 insediamenti formali, più 10 “centri di raccolta” ovvero strutture che “non hanno l'abitabilità né alcun requisito strutturale e organizzativo per accogliere al loro interno persone”. I restanti vivono negli insediamenti informali, i più soggetti agli sgomberi forzati, di cui pure la Strategia ha riconosciuto l’eccessivo ricorso da parte del nostro paese. Solo nella città di Roma, il report di 21 Luglio ha registrato 80 sgomberi nel 2015, con circa 1500 persone coinvolte, per una spesa di circa un milione e 900 mila euro.

BARACCOPOLI”

Di recente, 21 Luglio ha deciso di nominare questi campi con il “loro nome”, ovvero “baraccopoli”: “L'agenzia delle Nazioni Unite – spiega il presidente dell’associazione, Carlo Stasolla – le definisce come i luoghi in cui gli abitanti non hanno sicurezza di possesso, dove le abitazioni risultano estromesse dai principali servizi base e infrastrutture, non sono conformi ai regolamenti vigenti e sono spesso situati in aree pericolose dal punto di vista geografico ambientale”. Roma ne conta 6, tra cui la grande baraccopoli istituzionale di Castel Romano, campo interessato dalla questione Mafia Capitale. “Il Comune ha ritirato i fondi, con il conseguente peggioramento delle condizioni di vita – continua Stasolla – ovvero mancanza di acqua potabile, scarichi fognari non funzionanti, rifiuti al di fuori dei contenitori, una massiccia presenza di topi e cani randagi. Gli ispettori hanno segnalato un odore nauseabondo riferibile alla possibile presenza di materiale organico in decomposizione, e molti container sono in uno stato di grave degrado. Inutile dire che in quel campo ci vivono bambini”.

Insomma, per quanto riguarda la Strategia e il superamento dei campi, si registra tuttora un ritardo, oltre a una grossa disomogeneità negli interventi da parte delle amministrazioni locali, e soprattutto non in quei comuni dove l'intervento sarebbe particolarmente prioritario, ovvero le città di Milano, Roma e Napoli. Non ha aiutato il taglio delle risorse che nel 2015 ha interessato l’Unaar, l'Ufficio nazionale anti discriminazioni razziali, che per quanto riguarda la Strategia riveste la funzione di punto di contatto nazionale.

L’ULTIMA OCCASIONE

Eppure qualche esempio positivo c’è, come a Torino, con il progetto “La città possibile”, o il comune di Alghero che, dopo aver chiuso il campo formale fortemente inquinato di Fertilia, ha utilizzato fondi europei e regionali per avviare, con il supporto di organizzazioni della società civile, il reperimento di alloggi sul mercato privato, ponendosi come intermediario e usando i fondi per coprire l’affitto dei beneficiari per un lasso di tempo. Tutte le famiglie rom sono state inserite. “La sfida – spiega Guida – è rendere questo intervento sostenibile nel medio-lungo periodo con interventi sull’impiego e reddito”. Un altro elemento positivo messo in luce dal Rapporto di 21 Luglio è il calo dei discorsi d’odio: nel 2015, l’Osservatorio nazionale dell’associazione ha rilevato 265 casi (di cui il 55% di gravità alta) a fronte dei 400 del 2014. Gran parte degli episodi (l’89%) sono attribuibili a esponenti politici, con una netta preponderanza dei rappresentanti della Lega Nord. L’associazione, però, rileva come nel corso del 2015 l'attenzione del discorso politico e mediatico si sia spostata molto sui fenomeni migratori. “E’ plausibile pensare che sia stato individuato in un nuovo gruppo di persone vulnerabili, un nuovo capro espiatorio verso cui rivolgere la retorica dell'odio” continua 21 Luglio.

Per l’associazione, dunque, il 2016 potrebbe rappresentare l'ultimissima occasione per evitare che la strategia si riveli un inesorabile insuccesso: “Verranno rinnovate le amministrazioni delle quattro città italiane con la maggiore presenza sia di rom che di campi, Milano, Roma, Torino e Napoli – spiega Enrico Guida, referente dell’Osservatorio di 21 Luglio sui discorsi d’odio contro rom e sinti – Starà quindi alla proattività dei nuovi amministratori e alla loro effettiva volontà, cercare di recuperare un po' dei ritardi che sono stati accumulati fino ad oggi ed evitare, di nuovo, che la strategia si riveli un fallimento su tutti i fronti”.

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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