Regno Unito: una lunga serie di sfortunati eventi

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In Italia di Nigel Farage si è parlato molto per via del suo recente incontro con il capo politico del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo. Prima di ora, questo spigliato politico inglese già era salito agli onori delle cronache in tutta Europa per una serie di interventi al vetriolo al Parlamento Europeo: per molto tempo il suo partito era stato considerato un piccolo e folcloristico raggruppamento di nostalgici nazionalisti. Adesso, la strabordante vittoria elettorale dell’Ukip nelle elezioni europee di maggio potrebbe avviare una catena con importanti conseguenze sull’architettura costituzionale del Regno Unito da qui al 2016: una lunga serie di sfortunati eventi.

Iniziamo dai fatti recenti. Le elezioni europee del 22 maggio nel Regno Unito hanno visto una netta affermazione dello Ukip, che ha raccolto più consensi di tutti gli altri schieramenti. Il partito guidato da Nigel Farage si era fermato al 16.6% alle precedenti elezioni europee del 2009 e al 3,1% alle precedenti elezioni politiche del 2010. Questa volta lo Ukip è risultato il primo partito del Regno Unito con il 27.5% dei voti e un totale di 24 seggi conquistati, contro i 20 del partito Laburista di Ed Miliband e i 19 del partito Conservatore del Primo Ministro David Cameron. Le elezioni britanniche sono state interpretate come un terremoto da tutti i commentatori e la BBC è stata criticata per aver dato moltissimo spazio a questo partito nel corso dei giorni successivi all’elezione.

Adesso la rappresentanza dello Ukip è di gran lunga la più numerosa componente euroscettica eletta al parlamento europeo e ora potrebbero aprirsi scenari diversi a seconda delle alleanze che verranno fatte e delle prossime scelte strategiche di questo e degli altri partiti euroscettici che sono ora rappresentati in Europa. In questo articolo tuttavia vorrei presentare le conseguenze dell’affermazione dello Ukip esclusivamente in patria, nel Regno Unito. Paradossalmente, infatti, pur trattandosi di elezioni europee, il successo dello Ukip potrebbe avere un impatto più profondo in patria piuttosto che in Europa.

La vittoria dello Ukip ha già sortito un primo effetto: quello di spingere il governo conservatore britannico su posizioni apertamente anti-europee. Dopo le elezioni il Primo Ministro David Cameron, che è sempre stato combattuto tra un euroscetticismo morbido e quello più ostinato propugnato dall’ala radicale del suo partito, ha ribadito il suo impegno a tenere una consultazione sulla permanenza del Regno Unito in Europa entro il 2016 e si è presentato a Bruxelles con toni tutt’altro che concilianti. Al primo incontro con gli altri capi di stato europei dopo le elezioni, Cameron ha detto che “l’Unione europea è diventata troppo grande, troppo spavalda, troppo interferente”. E’ ormai chiaro a tutti che i prossimi anni saranno segnati da una frattura tra il Regno Unito e l’Europa continentale, con i primi a sbattere i pugni e combattere ogni prospettiva di espansione dei trattati.

Questa situazione allarga non solo la divisione tra Londra e le altre capitali europee, ma anche quella tra Londra ed Edimburgo, i cui cittadini sono da sempre convinti europeisti e abituati a guardare a Bruxelles come un rassicurante ombrello contro le posizioni troppo centraliste di Londra. Un recente studio delle università di Edimburgo e Cardiff e del think tank IPPR ha mostrato che circa il 60% dei cittadini scozzesi vorrebbero rimanere nell’Unione europea, contro il 45% dei cittadini inglesi. La vittoria dello Ukip e del fronte anti-europeo preoccupano la maggior parte degli scozzesi, che temono l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea come conseguenza del referendum previsto per il 2016 – al momento . Non dovrebbe sorprendere, dunque, che lo Ukip si è fermato al 10% in Scozia, contro il 35% e oltre in alcune circoscrizioni inglesi. La percezione di un crescente divario in fatto di Europa tra la Scozia e il resto del Regno Unito non può che rendere più difficili i rapporti tra Edimburgo e Londra.

Il secondo problema per Edimburgo è che lo Ukip rappresenta il primo, vero, partita nazionalista inglese. A maggio di quest’anno Nigel Farage si è scagliato contro il nazionalismo scozzese definendolo “anti-inglese”. Questo cambia i rapporti tra la Scozia e l’Inghilterra: mentre il nazionalismo scozzese si è sempre mosso per rinegoziare i termini del Regno Unito, le tensioni esistenti non sono mai state incanalate in uno scontro politico organizzato attorno alla contrapposizione tra Scozia e Inghilterra. L’affermazione elettorale dello Ukip coincide con la crescita di un forte sentimento inglese che prima non esisteva: IPPR ha mostrato anche che negli ultimi anni sempre più cittadini inglesi si dichiarano inglesi prima, e britannici poi, al contrario di quanto succedeva fino agli anni Novanta. La forza dello Ukip ha dunque contribuito a strutturare in termini politico un nuovo conflitto che prima non esisteva, quello tra Scozia e Inghilterra. E’ molto probabile che questa tensione tiri acqua al mulino del ‘Sì’ per l’indipendenza in Scozia in vista del referendum previsto per il 18 settembre di quest’anno. La percezione di un nazionalismo inglese sempre più forte a Londra non fa che accrescere il desiderio degli scozzesi di affrancarsi da Westminster.

Sul piano politico, il rifiuto dei governi conservatori è una delle principali ragioni per cui gli scozzesi andranno al voto in settembre. Storicamente, la Scozia ha sempre sostenuto partiti di sinistra, per certi versi come le regioni rosse in Italia. Quando ai nazionalisti scozzesi si chiede una sola ragione per sostenere l’indipendenza dal Regno Unito la risposta tradizionale è “No more Tory governments. Ever”, “Mai più governi conservatori”. In effetti i conservatori hanno tradizionalmente raccolto pochissimi consensi nella circoscrizione scozzese e la situazione è peggiorata dopo il governo Thatcher, poco tenero verso gli interessi territoriali scozzesi. E’ per queste ragioni che Scottish National Party, il partito nazionalista scozzese che negli ultimi anni ha sempre raccolto una maggioranza relativa dei seggi in Scozia comprese le ultime elezioni europee, è uno dei pochi partiti nazionalisti di sinistra in tutta Europa.

Il successo dello Scottish National Party è dovuto anche all’incapacità del Labour Party nel trovare una strategia propria in Scozia. Nella campagna per il referendum il partito laburista si è appiattito sui conservatori nella campagna per il ‘No’ all’indipendenza. L’ironia è che se la Scozia votasse davvero per l’indipendenza e decidesse di uscire dal Regno Unito, gli equilibri politici britannici cambierebbero radicalmente. Senza questa regione, da sempre poco propizia ai conservatori, il partito di David Cameron – e, ovviamente, quello di Nigel Farage – avrebbero una percentuale di voti relativi molto superiori a quella attuale e diventerebbe estremamente difficile, quasi impossibile, per il Labour party andare al governo.

Si tratta solo di possibilità e da qui a settembre cambieranno molte cose. Adesso il fronte del Sì all’indipendenza è per la prima volta appaiato nei sondaggi a quello del no, che fino a un anno fa aveva un margine di vantaggio di oltre 10 punti percentuali. Nel nuovo scenario che si è delineato dopo le elezioni europee sempre più scozzesi potrebbero essere tentati di scegliere l’indipendenza come il rimedio contro il nazionalismo inglese e la sua componente euroscettica. Le conseguenze, per tutto il Regno Unito e non solo, sarebbero molto profonde. 

Lorenzo Piccoli

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