Regno Unito e Europa: la storia passa attraverso i referendum

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Giovedi 23 giugno i cittadini del Regno Unito saranno chiamati a votare per decidere se continuare a fare parte dell’Unione Europea (UE). La campagna referendaria, che pure è in corso già da diversi mesi, è stata aperta ufficialmente il 15 aprile, quando il conto alla rovescia indicava 70 giorni alla data del voto.

Nei primi mesi del 2015 le possibilità di una British Exit, “Brexit”, sembrava remota. Oggi, in gran parte a causa della crisi migratoria in Europa e della fragilità della moneta unica – di cui, comunque, il Regno Unito non è parte – i sondaggi mostrano un margine ridotto tra i sostenitori del sì e del no.

I britannici sono chiamati a votare perché nel 2015 il primo ministro David Cameron si è impegnato a convocare un referendum sulla permanenza nell’UE come parte del suo programma per le elezioni (che poi vinse ampiamente). Tale promessa era la conseguenza delle pressioni provenienti da alcuni dei parlamentari conservatori e della rapida crescita elettorale dello UKIP, un partito la cui principale ragione d’esistenza è proprio l’uscita del Regno Unito dall’UE. Per David Cameron, comunque, la convocazione del referendum ha rappresentato l’opportunità per ottenere alcune concessioni dagli altri Stati Membri dell’UE.

La spada di Damocle del referendum, infatti, è valsa al primo ministero inglese la possibilità di negoziare un accordo per modificare i termini dell’adesione del Regno unito. L’accordo, siglato in febbraio, riconosce all’isola britannica uno status privilegiato all'interno dei 28 stati dell’UE: i suoi punti principali riguardano la possibilità di inserire alcune restrizioni per l’accesso ai servizi sociali dei migranti comunitari e garanzie per la grande industria dei servizi finanziari del Regno Unito per evitare che i regolamenti della zona euro venga imposto su di esso. L’accordo è stato presentato da Cameron come una vittoria personale e come la ragione principale per rimanere nell’UE; mentre alcuni critici in patria hanno rilevato che si tratta di clausole che potrebbero essere sostanzialmente irrilevanti. In verità, nei fatti le conseguenze di questo accordo potrebbero avere un impatto importante sul funzionamento dell’UE; ma, paradossalmente, non sull’opinione di voto degli elettori.

Per capire la portata di questo referendum bisogna conoscere la travagliata storia del Regno Unito in Europa. Il Paese non è un firmatario del Trattato di Roma che ha creato la Comunità Economica Europea (CEE) nel 1957 – con stati membri Francia, Germania dell’Ovest, Italia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo. All’epoca il governo di Londra creò un’organizzazione alternativa simile alla CEE, ma orientata esclusivamente alla liberalizzazione delle tariffe economiche: l’Area Europea di Libero Scambio (AELS). I politici di Londra speravano che l’AELS finisse per assorbire la CEE. Non andò così: aderirono all’AELS tanti stati, ma tutti piuttosto piccoli e relativamente ininfluenti: Austria, Danimarca, Norvegia, Portogallo, Svezia, Svizzera. Marginalizzata rispetto ai più grandi Paesi Europei e con rivolte in corso nella maggior parte delle province del vasto impero costruito nei secoli, l’economica britannica si trovò gravemente in crisi. Alla fine degli anni cinquanta il prodotto interno lordo del Regno Unito era uno dei più bassi d’Europa; mentre il tasso di disoccupazione era tra i più alti.

Nel 1963 e poi di nuovo nel 1976 il governo conservatore presentò domanda per l’ammissione nella CEE; ma in entrambe le occasioni l’allora presidente francese Charles de Gaulle pose il suo veto. Una volta che de Gaulle si dimise dalla presidenza francese, nel 1969, il Regno Unito presentò nuovamente domanda di adesione e fu finalmente ammesso. Era il 1° gennaio 1973.

Poco dopo l’adesione del Regno Unito alla CEE, tuttavia, il premier Edward Heath fu sconfitto alle elezioni e il nuovo premier e leader del partito laburista, Harold Wilson, indisse un referendum per decidere sulla permanenza del Regno Unito nella CEE. Tutti i principali partiti politici e la stampa supportarono l’adesione alla CEE; tuttavia, esistevano divisioni profonde all'interno del partito al governo. Il 26 aprile 1975 l’elettorato britannico votò a favore della permanenza nella CEE, con una maggioranza complessiva del 62% e una vittoria in ogni contea amministrativa nel Regno Unito, ad eccezione delle isole Shetland e delle Ebridi.

Il referendum di quest’anno ha una somiglianza importante con quello del 1975. Oggi, come allora, il partito proponente è diviso al suo interno. David Cameron, il primo ministro e segretario del partito conservatore, è tra i leader della campagna per rimanere nell’UE, “Britain Stronger in Europe”, assieme a Lord Rose, ex presidente di Marks and Spencer, e al Cancelliere George Osborne. Con loro anche il leader del partito laburista, Jeremy Corbyn, e quelli del partito Liberale, oltre che dei Verdi e dello Scottish National Party. Boris Johnson, il leader della campagna per lasciare l’UE, “Vote Leave”, tuttavia, è uno dei membri più prominenti del partito conservatore: il sindaco di Londra, Johnson e da molti indicato come uno dei più probabili successori di David Cameron alla guida del partito, soprattutto se al referendum dovessero prevalere i fautori dell’uscita.

In gioventù Cameron e Johnson hanno studiato assieme a Eton, la scuola che ha tradizionalmente formato le élite inglesi. I due non si sono mai amati: posato ed elegante il primo, sguaiato e istrionico il secondo. Molti ritengono che Johnson guidi la campagna per lasciare l’UE strumentalmente, con l’obiettivo principale di ottenere una vittoria politica personale ed indebolire la leadership di Cameron nel partito; anche se va riconosciuto che quello di Johnson è un anti-europeismo radicato e formato nel periodo in cui l’oggi sindaco di Londra lavorava come corrispondente da Bruxelles per il Daily Telegraph – in un suo famoso articolo del 1990 Johnson raccontava che il palazzo della Commissione Europea a Bruxelles stava per essere demolito con cariche esplosive a causa del ritrovamento di grosse quantità di amianto al suo interno; la notizia era completamente inventata. Oltre a Johnson, comunque, della campagna per lasciare l’UE fanno parte anche il partito UKIP, oltre ad una serie di gruppi piuttosto bizzarri: gli agricoltori per la Gran Bretagna, i musulmani di Gran Bretagna e Out and Proud, un gruppo di gay anti-UE, finalizzato alla costruzione di supporto in diverse comunità.

Se questa coalizione piuttosto eterogena riuscisse a ottenere una maggioranza nel referendum di giugno ci sarebbero conseguenze importanti, sia economiche che simboliche: nessuno Stato ha mai lasciato l'UE prima d’ora. Anche se in pochi sanno che nel 1982 la Groenlandia, uno degli enormi territori d'oltremare della Danimarca, tenne un referendum per decidere se rimanere nella CEE. Il referendum passò con il 52% dei voti favorevoli: quella notte, la CEE perse oltre il 60% del suo territorio. Se il Regno Unito dovesse decidere di lasciare l’UE, il territorio perduto sarebbe solo il 5%; ma la valenza simbolica e l’impatto economico sarebbero di un entità difficilmente prevedibile.

Lorenzo Piccoli

Sono Lorenzo e scrivo per il portale Unimondo.org dal 2012, più o meno da quando mi sono trasferito a Firenze per iniziare un dottorato di ricerca pagato dal Ministero degli Esteri Italiano presso l'Istituto Universitario Europeo. Sono approdato in Toscana dopo esser cresciuto tra Trento e altre città molto pittoresche: studiando ho trascorso un semestre al Trinity College di Dublino in Irlanda, un altro semestre alla University di Victoria in Canada, e poi lavorando ho vissuto per un anno a Bruxelles in Belgio e per qualche mese a Edimburgo in Scozia. Per il mio dottorato mi occupo di cittadinanza e nazionalismo. Provo a trattare gli stessi temi quando scrivo per Unimondo.  

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