Quando il potere si esercita in collaborazione

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Immagine: Laviedesidees.fr

La nostra società sembra non essere più in grado di garantire sicurezza. Condizioni di benessere che sembravano acquisite stanno divenendo sempre più precarie. Si moltiplicano i problemi sociali che sembrano irrisolvibili. Nessuna categoria, e certamente non più la classe media, sembra garantita contro lo spettro della fragilità e della precarietà.

L'Italia, come molti altri paesi, è attraversata da diverse crisi che danno vita a continue emergenze: 1) il declino dell'occupazione e l'esodo di opportunità di lavoro significative; 2) il collasso del welfare e il venir meno di strumenti di tutela per le crescenti situazioni di fragilità come la disoccupazione, la vecchiaia, la malattia, la solitudine, la casa, l'abbandono scolastico; 3) la mancata capacità di integrazione degli immigrati e un sistema di accoglienza inadeguato e al collasso; 4) la distruzione dell'ambiente attraverso inquinamento, cementificazione, sfruttamento delle risorse naturali, gestione inefficiente e corrotta del ciclo dei rifiuti, mancata gestione del rischio idrogeologico; 5) corruzione e inefficienza delle istituzioni democratiche, con il conseguente diffondersi di cinismo e ritiro dalla vita pubblica; e 6) un'infrastruttura morale, culturale e civica indebolita.

Nella misura in cui si tenta di affrontare questi problemi, si tende a sviluppare soluzioni mirate a una sola di queste crisi in isolamento dalle altre, limitando così la comprensione della loro sinergia e del loro impatto cumulativo.

Sono in molti – dall'attuale Pontefice, a economisti come Joseph Stiglitz, a sociologi come Zygmunt Bauman – a indicare come causa strutturale di queste crisi la crescita della diseguaglianza all'interno delle nostre società e a livello globale. Un particolare tipo di diseguaglianza viene tuttavia messa ai margini di queste analisi. Si tratta della diseguaglianza di potere, una diseguaglianza che vede lo stato e il mercato accrescere a dismisura il proprio ruolo nel condizionare le nostre vite, e la società civile sempre più privata della possibilità di incidere sulle decisioni che la riguardano. Non è una cosa che le organizzazioni espressione della società civile siano chiamate “terzo” settore.

Una delle conseguenze di questa diseguaglianza è che il concetto stesso di potere ne viene inquinato. Siamo ormai abituati a considerare il potere come dominio unilaterale, esercitato da una minoranza e subito in modo passivo dalla maggioranza, spesso legato a soprusi e corruzione. Tuttavia questo tipo di potere andrebbe più correttamente definito come dominio. Come scriveva Danilo Dolci il dominio è “la malattia del potere”, mentre “il potere personale o di gruppo valorizza la propria forza vitale in collaborazione con l’altro”. Secondo Dolci “non si può realizzare una società civile senza imparare a distinguere forza–potere da violenza–dominio”.

Il potere esercitato in collaborazione è un potere che si basa sullo sviluppo delle capacità relazionali, sull'ascolto,  sull‟abilità di comprendere e di rispondere emotivamente agli altri allo scopo di agire insieme” (Sennett 2012), in altre parole sull'empatia.

Il compito di ricostruire le nostre istituzioni civili e politiche è urgente. Le persone nelle moderne società post-industriali, in particolare quelli che vivono nelle città, sono atomizzati e disconnessi gli uni dagli altri. Per troppi di loro la ricerca della realizzazione è centrata sull'individuo, rendendo le loro relazioni di natura utilitaria e narcisistica.

Per uscire dalla scelta tra l’esclusione dalla società e l’inclusione sottoposta alle leggi del consumo e della transitorietà, occorre un modo diverso di concepire e vivere l’esistenza umana in comune. Se non vogliamo soccombere dobbiamo attivare il cervello emotivo, un nuovo modo di stare al mondo, basato sullo sviluppo dell'empatia e la coltivazione delle arti necessarie alla riappropriazione della vita pubblica da parte dei cittadini.

Il community organizing è una tradizione di attivismo civico nata in America negli anni ’30 del secolo scorso il cui fondatore, Saul Alinsky, è stato definito da Jaques Maritain uno dei «tre rivoluzionari degni di questo nome» di tutto l’occidente.

Alla morte di Alinsky la sua eredità è stata raccolta e sviluppata dall'Industrial Areas Foundation (IAF), da lui stesso fondata nel 1940, oggi presente in più di 60 città degli Stati Uniti, con organizzazioni affiliate anche in Canada, Australia, Gran Bretagna e Germania.

Alcune delle realizzazioni della IAF sono state:

Salario minimo vitale. La IAF ha ottenuto l’approvazione nel corso degli anni ’90 di una serie di risoluzioni per la garanzia del salario minimo vitale in più di 100 città degli Stati Uniti e a Londra in occasione delle ultime olimpiadi. L'economista del MIT Paul Osterman ha calcolato che la campagna della IAF nella Rio Grande Valley del Texas ha incrementato i salari della regione di 9.3 milioni di $ all'anno. 

Lavoro. In Texas, Lousiana e Arizona sono riusciti a far finanziare un progetto di formazione al lavoro, Project QUEST, che ha ricevuto il premio per l’innovazione dall’Università di Harvard e che ha portato 11.000 persone fuori della soglia di povertà.

Scuole. Attraverso il coinvolgimento di insegnanti e genitori così come il finanziamento di programmi doposcuola come Child First a Baltimora, che attualmente assicura programmi accademici, culturali e ricreativi per 1400 allievi ogni anno.

Case. La costruzione o ristrutturazione di oltre 4.500 case a prezzi calmierati in quartieri degradati denominato “Neemia” (dal nome del profeta che ricostruì Gerusalemme) solo a New York.

Assistenza sanitaria. Il gruppo IAF nel Massachusetts, Greater Boston Interfaith Organization, ha promosso la riforma sanitaria bipartisan del 2006 (firmata dall’allora governatore Mitt Romney) che ha garantito la copertura sanitaria a 500.000 persone che ne erano prive e ispirato la riforma della sanità di Obama.

Pignoramenti e banche. In Virginia e a Milwaukee hanno costretto le maggiori banche del paese a investire 33 milioni di dollari per la ristrutturazione delle case abbandonate da loro detenute a seguito dei pignoramenti dovuti alla crisi dei mutui subprime.

Ha ottenuto queste ed altre vittorie organizzando centinaia di associazioni della società civile e migliaia di cittadini attraverso questi principi:

  • La creazione di relazioni viene prima di qualsiasi iniziativa, perché è così che i community organizer creano il potere delle organizzazioni dei cittadini. Il community organizing parte dal riconoscere che «in ogni comunità c’è grande talento e grandi leader. Ma sono isolati e le loro voci non sono ascoltate». Il primo strumento del community organizing è quindi l’incontro relazionale. «L’organizzazione è costruita intorno alle capacità apprese attraverso gli incontri relazionali faccia a faccia, che costruiscono relazioni, scoprono gli interessi delle persone, e svelano i leader».
  • Base allargata. Le organizzazioni di cittadini sono associazioni di organizzazioni, non di individui: chiese, moschee, comitati di quartiere, organizzazioni non profit, scuole, sindacati, piccole imprese, in grado di fornire costantemente centinaia di persone per iniziative prolungate nel tempo su singole questioni.
  • Leadership collettiva. Persone relazionali di fede, impegno, rabbia salutare, che sono aperte alla formazione, vogliose di crescere, capaci di fornire un seguito e formare altri.
  • Organizer professionali. Reclutano, agitano, insegnano e elaborano strategie insieme ai leader.
  • Azioni. Iniziative specifiche dirette a persone con il potere reale di risolvere il problema sollevato. L’azione è nella reazione. Infatti, «la nostra azione mette in moto la loro reazione, e allora è nostro compito utilizzare quella reazione per intraprendere la nostra azione successiva».
  • Responsabilità. Una cultura basata su leader che si mantengono responsabili uno di fronte all’altro, così come chiedono di fare ai politici, le aziende e l’amministrazione pubblica.

Diego Galli

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