Quando il parroco è debole

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Una delle più radicate e nefaste abitudini che rovinano il cristianesimo, soprattutto cattolico, è quella di aspettarsi dal prete l’assolvimento di qualsiasi compito, dalle celebrazioni all’animazione dell’oratorio, dalla gestione burocratica e economica della parrocchia a quella che un tempo si chiamava “cura d’anime”. In questi ultimi decenni, quando, a seguito del Concilio Vaticano II, si aggiornava la prassi liturgica e si intravedeva una nuova prospettiva di Chiesa in cui i laici avrebbero dovuto avere una maggiore importanza nella vita della comunità, poco si è modificato nel rapporto con i sacerdoti: il loro numero diminuisce inesorabilmente ma da loro pretendiamo ogni cosa. Con un paradosso tipico della realtà italiana, anche chi è lontanissimo da una visione religiosa richiede in qualche occasione il “servizio” della Chiesa, meravigliandosi per esempio se il prete non ce la fa più a celebrare due funerali al giorno. Si pretende e basta, come, a livello civile, pretendiamo dallo Stato, quasi considerandoci nei fatti avulsi da esso.

Le parrocchie chiudono o vengono unite insieme così che il povero prete è costretto a correre senza respiro, a diventare un funzionario indispensabile per celebrare la Messa, a finire in un vortice che lascia poco spazio alla vera sequela di Cristo. C’è sempre meno tempo. Il prete deve però rimanere efficiente, non può essere fragile e debole. La situazione concreta richiede ben altro: energia, entusiasmo, capacità di trascinare, resistenza fisica. Qualità che sembrano venire prima della fede e della speranza.

Eppure a volte può succedere l’impensabile. Può accadere che un parroco pieno di vigore faccia un incidente stradale, lotti tra la vita e la morte e alla fine di una lunga degenza si ritrovi immobile, capace di utilizzare con molta fatica soltanto il braccio sinistro. Può accadere però che Don Giorgio, ormai tetraplegico, ancora possa svolgere la sua missione; e non attraverso il cosiddetto “apostolato della sofferenza” ma proprio come parroco, al servizio della sua comunità. Certo, in questo modo cambia anche il paradigma di Chiesa, cambia il rapporto tra clero e semplici fedeli.

Il parroco è debole, ma non assente. I laici non sono chiamati a prendere il suo posto ma a concorrere attivamente a una vita cristiana degna di questo nome. Il prete non è più l’organizzatore perfetto di 10 parrocchie, il centellinatore di servizi che devono essere sempre ben ponderati, ma riesce finalmente ad avere tempo per la preghiera, per coltivare virtù ormai scomparse come la pazienza e l’umiltà. Si guarda al proprio ruolo da un’ottica diversa: il prete non è più il centro della comunità, quello che gestisce tutto, dai sacramenti alle offerte, quello da cui dipende tutto.

Don Giorgio Ronzoni è parroco a Santa Sofia, a Padova. È lui il protagonista del libro pubblicato l’anno scorso “Una pietra scartata”. Il volume raccoglie i brevi scritti che ogni settimana  indirizza ai suoi parrocchiani: brevi note a prima vista lontane dalla tipica prosa ecclesiale, infarcita di dotte citazioni ma spesso priva di umanità e di sincerità. Don Giorgio è protagonista ormai “fisso” dell’evento che ogni anno la Fondazione Fontana organizza per discutere dei temi legati alla debolezza e alla fragilità intese come risorse: è appunto “La pietra scartata”, in programma questo venerdì 14 marzo a Padova.

Nel suo libro Don Giorgio preferisce un tono ironico, rispetto alla seriosa omiletica a cui siamo abituati. Riprende poche volte passi evangelici perché tutto il testo- che deriva da un’esperienza vissuta- è pregno di una grande fede, mai edulcorata o indulgente. Si coglie al fondo una gratitudine nei confronti dei parrocchiani che lo hanno atteso, aiutato, sostenuto e nei confronti di Dio non perché “ha voluto” l’incidente dell’agosto 2011 ( Don Giorgio rifugge questa visione “doloristica”), ma perché gli ha permesso di continuare la sua missione come non si sarebbe mai aspettato.

Un lettore che non conosce la situazione deve fare uno sforzo di fantasia per immaginare come un disabile che muove soltanto un braccio sia in grado di celebrare Messa o di impartire battesimi o cresime. Le incombenze della parrocchia rimangono tutte, come rimane il mutuo da pagare per i lavori di ristrutturazione della chiesa. Per affrontare da una carrozzina questi problemi occorre che la comunità intera si mobiliti. Occorre che il vescovo e i confratelli sacerdoti cambino mentalità. È passato per fortuna il tempo in cui si mandavano a casa aspiranti preti per motivi di salute, oppure quando non si nominavano vescovi che non avevano “il fisico” adatto. Altri tempi sicuramente. Oggi è richiesto un passo in più. È vero che il prete rimarrà figura indispensabile, ma il suo ruolo andrà ripensato radicalmente. Il punto discriminante non diventa allora la questione del celibato –anche se ricordiamo che i preti di rito greco-cattolico si sposano tranquillamente- quanto il “posto” che il sacerdote mantiene nella comunità. A volte soltanto dalle difficoltà, soltanto dalle dolorose crisi individuali e collettive si può cominciare a pensare al nuovo. Magari per semplice istinto di adattamento, magari invece grazie ad una fede matura.

Piergiorgio Cattani

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