Proposte per un'Europa di pace

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Che simboli, immagini, concetti evoca in me la parola "Europa"? Geograficamente, è una specie di riassunto del mondo. Con climi diversi, pianure, fiumi. Niente è eccessivamente grande. Le montagne più alte restano quelle dell'Himalaya. I fiumi più lunghi sono altrove. Da punto di vista culturale, questo frastagliamento si traduce in complessità, differenziazione, razionalità. Eppure, l'Europa non evoca il concetto di "pace".

E' una storia di differenziazione. Non si potrebbe pensare, ad esempio, di votare in Parlamento la lingua ufficiale, come si è fatto negli Stati Uniti. Erano incerti fra tedesco e inglese. È passato l'inglese per pochi voti. Si è potuto fare tutto ciò perché l'America è un continente più raccogliticcio e con delle presenze già molto determinate dal punto di vista del potere. In Europa sarebbe impensabile votare "una" lingua ufficiale, perché la differenziazione è molto radicata. Ci sono almeno cinque o sei delle grandi lingue del mondo. Anche la razionalità - cioè una certa idea di leggere il mondo secondo criteri universabilizzabili - sembra nata in Europa.

L'Europa, però, non è stato un continente di pace. Al contrario, è stato il continente più aggressivo di tutto il pianeta. Non solo al suo interno, ma nell'imperialismo, l'Europa ha battuto tutti gli altri. Persino le religioni - trasferite dalla loro culla nel sistema politico europeo con il grande patto tra impero romano e cristianesimo che ha dato il via alla cristianità (cioè alla rappresentazione politica del messaggio religioso) - hanno sviluppato caratteristiche aggressive nella predicazione. Il fatto che tutte le ex colonie francesi siano prevalentemente cattoliche e quelle inglesi prevalentemente evangeliche, dice chiaramente il rapporto di subordinazione e di reciproco aiuto, sostegno. Questa "poco santa alleanza" si è realizzata anche nell'espansione missionaria.

LA GUERRA MODERNA "MADE IN EUROPE"

Di sicuro, l'unificazione dell'Europa è di per sé elemento che modifica gli equilibri politici mondiali. Allora diventa importante esaminare l'Europa sotto il profilo della sua relazione con la guerra, e dei semi di pace che ha dentro di sé. Questo è il terreno sul quale mi muoverò.

Se esamina la propria storia, l'Europa ha prima di tutto da fare un'enorme autocritica. Perché la caratteristica della guerra moderna - cioè dell'attributo dell'esercizio della violenza legittimato allo Stato - è un'idea europea. La guerra preesisteva. C'era una guerra arcaica, che consisteva in un patto per conquistare un territorio dove poter vivere. Ma la guerra moderna è un attributo dello Stato, della sua sovranità. È considerata la legittimazione della violenza, che attribuita allo Stato viene chiamata "forza"; serve per difendere i propri cittadini dai nemici. C'è questo passaggio che è significativo della sottigliezza giuridica della cultura europea: le armi sono violenza, l'Esercito è un'istituzione violenta, tuttavia quando è assunta dallo Stato in funzione di tutela della comunità di cittadini/e, si chiama "forza" e diventa legittima.

Questa legittimazione avviene persino all'interno perché gli strumenti violenti che difendono il singolo cittadino dalla criminalità, si chiamano "forze dell'ordine". La parola "forza" è una legittimazione, non solo un'ipocrisia giuridica, perché in effetti quando la violenza diventa forza, ha dei limiti; allo stesso modo, la forza che viene attribuita allo Stato, ha pure dei confini: è stata elaborata una teoria, sia in ambito cristiano che in ambito politico, sulla "guerra giusta". Anche questa è una caratteristica delle riflessioni europee.

Quale guerra può essere dichiarata "giusta"? Nella tradizione giuridica prevalentemente europea (diventata poi generale), si dice che quando uno Stato ha subito un danno - ad esempio, gli è stato portato via un pezzo del suo territorio - e in nessun altro modo riesce a recuperarlo, può legittimamente far ricorso alle armi. Questo uso è legittimo se, nel riparare il danno, c'è un certo equilibrio. Il risarcimento deve essere paragonabile al danno ricevuto.

Messe sotto questo giudizio, già la prima ma anche la seconda guerra mondiale è dubbio che fossero giuste. Vediamo perché. Il fatto che l'Italia volesse o rivolesse nel suo disegno di riunificazione di una comunità culturalmente abbastanza omogenea, almeno per tradizione linguistica, il Trentino e il Friuli Venezia Giulia, era legittimo. Diplomaticamente, era stata già quasi ottenuta. Non per niente Benedetto XV definì poi la guerra un'inutile strage. Per altre ragioni, l'Italia entrò però lo stesso in guerra: 600mila morti, grande indebolimento della popolazione, altri 600mila morti per la spagnola. E, già che c'eravamo, abbiamo preso anche il Sud Tirolo. Può essere considerato un risarcimento equo? La conquista di Bolzano non era nei disegni nemmeno del più sfrenato dannunziano. Quindi sotto questo profilo, davvero un'inutile strage anche solo per l'Italia.

UNA VIOLENZA NON LEGITTIMABILE

La seconda guerra mondiale si conclude con lo sganciamento delle due atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Questo è un danno che non consente risarcimento. Che risarcimento chiedi per 200mila persone morte e danni genetici che si ripropongono per generazioni, non si sa fino a quando? Da quando c'è l'atomica, la guerra è uscita dall'orizzonte giuridico della sua legittimazione possibile. Non ci sono più guerre giuste dopo l'atomica. Perché potenzialmente si può infliggere un danno ad una popolazione, che non è misurabile. Che implica le generazioni successive.

Se vogliamo usare la razionalità europea, c'è dunque un impegno storico di definire i conflitti tra gli Stati - per qualsiasi ragione: territoriale, culturale, religiosa, economica - senza una guerra, perché c'è sempre il rischio dell'atomica. Ci troviamo di fronte ad un evento del tutto nuovo nella storia del pensiero giuridico. È venuta meno la possibilità di dare anche con sofisticati ragionamenti, con calcoli, ecc. una legittimazione al passaggio dalla violenza alla forza. La guerra oggi è dunque solo violenza non legittimabile.

Questa è una cosa con la quale l'Europa deve fare i conti. Un'Europa che ha inventato la guerra moderna, come attributo legittimo degli Stati nella loro sovranità. Su questo terreno, deve dunque fare un'autocritica. Bisogna restituire il maltolto, che in parte con la decolonizzazione è già avvenuto. Un maltolto più profondo, che è quello dell'uso delle risorse dei paesi impoveriti dalla nostra rapina, sarebbe un'altra parte di risarcimento dovuto. Non è solo un atto di bontà, ma qualcosa di impegnativo: comporta anche un cambiamento delle relazioni economiche con le altre aree del mondo.

I SEMI DI PACE

Dopodiché non c'è niente da salvare in Europa dal punto di vista della pace? C'è una curiosa ambiguità del messaggio cristiano e due movimenti molto significativi. Il messaggio cristiano è di per sé un messaggio di pace. Tuttavia, sposandosi con il potere politico, spesso non ha portato alla pace. Il patto tra trono e altare ha in parte cancellato questo volto di pace del cristianesimo. Appunto solo in parte perché testimonianze hanno continuato ad agire, non però con il volto ufficiale della chiesa o delle chiese.

Il messaggio cristiano ha dunque bisogno di fare un grande lavoro di scrostamento e di recupero di una delle sue più straordinarie caratteristiche dal punto di vista della storia: la laicità delle istituzioni pubbliche, politiche, dell'autorganizzazione della società. Un elemento che è invece del tutto assente nelle altre due religioni monoteiste (ebraismo e islam). È un tema fondamentale: una delle cose che l'Europa cristiana potrebbe rivendicare.

Ci sono altri due movimenti che potrebbero essere messi a fondamento di un'Europa che abbia fatto su di sé una sana autocritica: il movimento operaio e il movimento delle donne. Entrambi non hanno mai voluto guerre. Non ne hanno nemmeno mai provocate, a parte qualche caso isolato (ad esempio, in tempi moderni, la Thatcher). Ma se facciamo un calcolo proporzionale, siamo sul 3% contro un 97% degli uomini.

Il movimento operaio ha sempre temuto la guerra. Si spaccò in due all'inizio della prima guerra mondiale. Rosa Luxemburg sentì la prima guerra mondiale come una tragedia. Disse: "È impensabile che i due più organizzati proletariati d'Europa - quello francese e quello germanico - travestiti da militari si sparino addosso agli ordini delle rispettive borghesie nazionali".

Abbiamo dunque una lunga tradizione di non interventismo nel movimento operaio, che ha utilizzato tutte le forme dell'azione nonviolenta: assemblee, manifestazioni, petizioni, scioperi, picchetti, sabotaggio e boicottaggio. La stessa Rosa Luxemburg pensava che la rivoluzione avrebbe dovuto essere fatta attraverso uno sciopero generale ad oltranza, nel corso del quale l'insediamento delle nuove classi avrebbe modificato le relazioni nella società.

Anche il movimento delle donne ha questa stessa caratteristica. Esso cominciò in Inghilterra con il suffragismo. E Gandhi ha studiato dalle suffragiste inglesi le forme della lotta nonviolenta. Anche le suffragiste facevano manifestazioni, sit-in, si legavano alle colonne dei palazzi del potere. E intervenivano facendo della disobbedienza civile molto attiva. Una delle prime cose che fecero, fu di occupare le tribune di Whitehall, il Parlamento inglese, in un giorno in cui si discuteva la Legge elegantemente intitolata "Legge sui bastardi". Allora, buttarono dei volantini sui quali c'era scritto: "Forse ci sono dei genitori bastardi, ma i figli...". Suscitarono uno scandalo enorme. Poiché erano signore della buona società e, come tali, non dovevano nemmeno sapere che nell'Europa vittoriana c'erano i bastardi.

Le suffragiste americane sono segnalate invece per aver fatto una catena di disobbedienza: avevano ospitato gli schiavi neri che scappavano dagli Stati del Sud. Generalmente, questi schiavi avevano il nome e l'indirizzo di una donna bianca, che li accoglieva. E dava l'indirizzo di un'altra donna bianca, fino a quando non arrivavano negli Stati del Nord. È curioso che questo movimento delle donne cominci con dei temi relativi alla riproduzione e con una sorta di alleanza con altri oppressi. Donne e neri, soprattutto negli Stati Uniti, sono tradizionalmente collegati.

Penso che sia soprattutto questo, ciò che l'Europa debba rivendicare della propria storia. Deve dire: "Da questi movimenti vengono suggerimenti di relazioni fra le persone, i generi, le classi, le razze, le religioni, molto conflittuali, ma assolutamente contrari alla violenza e alla guerra". Dunque, sono dei luoghi di studio importanti.

Con la "Convenzione permanente di donne contro le guerre", proponiamo che l'Europa si costituisca come continente neutrale. Proprio la sua scienza giuridica, le consente di dire: "Non c'è più guerra legittima. Io come continente, ne ho fatte di tutti i colori, e di questo chiedo perdono; ma, nella mia storia, ho anche due grandi movimenti che poi si sono diffusi in tutto il mondo, e che hanno radicalmente cambiato le relazioni: sono molto conflittuali - considerano il conflitto una delle forze della storia - e hanno usato tutte le forme della lotta nonviolenta".

EUROPA: UN CONTINENTE NEUTRALE

La neutralità, dal punto di vista del diritto internazionale, è una decisione soggettiva di un ente giuridico. "Io, Stato, dichiaro che non farò guerra; prendo questo impegno davanti alla comunità internazionale. E questa fa lo stesso nei miei confronti. Dunque, non ospiterò sul mio territorio basi militari o passaggi di truppe. E, di conseguenza, la comunità internazionale non potrà passare. A mia volta, mi impegno a non fare politiche aggressive che debbano sfociare nella guerra; se ciò dovesse avvenire, la comunità internazionale mi metterebbe delle sanzioni. È un sistema di contrappesi giuridici abbastanza significativo. Applicato in Europa, obbligherebbe la Nato ad andarsene.

Quando c'è stata l'ultima guerra in Iraq, l'Austria ha dichiarato: "Sono neutrale". E non è passato neanche un fucile. Nemmeno il sorvolo dei suoi territori era consentito.

Nel territorio europeo (non nell'Unione Europea), ci sono già quattro Stati neutrali: la Svizzera, l'Austria, la Svezia e la Finlandia. Che cosa ne facciamo? Non possono entrare in Europa perché sono neutrali? Non possiamo garantire che la loro neutralità verrà rispettata anche nell'Europa unita? C'è già stato un ministro degli Esteri italiano, Gianni De Michelis, che aveva dichiarato che l'Austria, se voleva entrare in Europa, doveva rinunciare alla neutralità.

Mi piacerebbe che anche un'Europa non neutrale riconoscesse la neutralità degli Stati europei che già l'hanno dichiarata. E che poi essa si sviluppasse in modo da non ostacolare un futuro di neutralità, quando fosse maturo. So che al momento è impensabile presentare al Parlamento europeo una proposta del genere: esso è infatti larghissimamente orientato verso l'Esercito europeo di difesa.

Quindi, per il momento, questa proposta non è attuabile. Ma teniamo sullo sfondo il nostra decisione: vogliamo un'Europa neutrale. Intanto facciamo un'Europa che non ostacoli un futuro accesso alla neutralità. Ad esempio, facciamo una Costituzione europea dove, all'articolo 1, ci sia il diritto alla pace.

LA RIVOLUZIONE IN AMBITO ONU

Questo porterebbe ad una significativa correzione nell'ambito delle Nazioni Unite. Penso che, quando l'Europa sarà costituita, chiederà di entrare all'Onu. Si stanno costituendo queste mostruose forme non-giuridiche di intervento. Ad esempio, su Israele ora interviene l'Europa, gli Stati Uniti, forse le Nazioni Unite... Ma che cosa vuol dire? Il futuro dell'Iraq sarà gestito da Stati Uniti, la sua coalizione e Onu: che significa? Le Nazioni Unite vengono degradate ad un ruolo assistenziale. Non più di direzione politica. Bisogna uscire da questa logica.

Sono abbastanza vecchia da ricordarmi che, quando la Società delle Nazioni fu sottoposta da parte di Hitler e Mussolini ad attacchi furibondi, e finì in pezzi, questo fu uno dei grandi segni della seconda guerra mondiale. Perché comunque una sede di comparazione giuridica qualche cosa vale. Pensate a questa vicenda: con un calciomercato assolutamente sfrenato, gli Stati Uniti non sono riusciti a comprare voti sufficienti per passare al Consiglio di Sicurezza: gli ha detto di no il Camerun. Vuol dire che i soldi non comprano tutto. Vuol dire che il diritto ha una sua forza.

La richiesta dell'Europa di entrare con una nuova identità collettiva nelle Nazioni Unite sarebbe l'occasione straordinaria per una riforma dello stesso Onu. Bisognerà allora ridiscutere la formazione del Consiglio di Sicurezza. La nostra proposta è un'Europa unificata, che abbia nella sua Costituzione il diritto alla pace, con la prospettiva di diventare un continente neutrale (e perciò un polo di riferimento al mondo di tutti i popoli e i paesi che vogliono evitare la guerra).
Potrebbe ad esempio ospitare sul suo territorio, visto che ha una grande tradizione giuridica, tutti i tribunali penali internazionali. Potrebbe essere il luogo di formazione di una magistratura e di una polizia internazionale, che intervenga contro i crimini di guerra. In questo senso, l'avvio del Tribunale penale internazionale - malgrado l'opposizione degli Stati Uniti - è significativo. È un grande segno della forza del diritto.

Cosa proponiamo per le Nazioni Unite? Che la forza dell'Europa rimetta in discussione le strutture. Chiediamo che il Consiglio di Sicurezza sia tutto a rotazione. Che l'Assemblea venga dotata di maggiori poteri decisionali. Che il diritto di veto venga tolto, o venga reinterpretato per quello che era in epoca romana: non lo detenevano i consoli, ma i tribuni della plebe; chi aveva già il potere, non occorreva che avesse anche il diritto di veto. Questo potrebbe essere dato ai popoli impoveriti. L'Argentina potrebbe mettere il veto al Wto, ad esempio.

Alcuni propongono che il Consiglio di Sicurezza diventi il governo del mondo. Questo mi parrebbe, ora come ora, una fuga in avanti. Si potrebbe invece cominciare col dire che tutte le agenzie Onu diventino i luoghi in cui si preparano i futuri governi del mondo. Sulla cultura, sull'infanzia, sui rifugiati, ecc. si può allevare un personale di governo, anche diplomatico, significativo. Ce n'è da fare - come vedete - per i prossimi 150 anni...

Non dobbiamo mettere limiti alla nostra fantasia politica. In questo momento, si soffre soprattutto di una grande asfissia politica: meschinità nella politica di tutti i giorni; e grandi gesti di prepotenza nella politica in cui si decidono le sorti del mondo. Non è sano. Perché induce ad essere o leghisti o imperialisti. Questi sono due eccessi che ripudio. È importante stabilire dei territori di possibili conflitti che vengono tutti analizzati, riconosciuti. E poi ci si impegni per trovare forme nonviolente della loro gestione. La pace - che non ha finora alcuna definizione giuridica positiva (è solo cessazione della guerra) - potrebbe diventare "gestione o governo nonviolento dei conflitti".

Lidia Menapace

Relazione al Convegno di Missione Oggi: "La pace come progetto" (maggio 2003). (Parte degli Atti del Convegno è disponibile online)

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