Posti belli da paura

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Villaggio di Geamana - Foto: Juzaphoto.com

Quando mi capita di sentir nominare il lago di Resia, il mio primo, automatico pensiero proietta ai miei occhi una mattinata di sole, un camper che, usando un termine di moda oggi, chiameremmo di street food e un panino fumante tra le mani di papà, che lo divide con me come un piatto gourmet davanti a un campanile che spunta solitario in mezzo all’acqua. Ancora adesso, pur avendo cambiato abitudini alimentari e avendo messo tra me, quel luogo e quel giorno parecchi anni e chilometri di distanza, quella scena rimane uno dei ricordi più belli che conservo. Il vento frizzante della Val Venosta, una merenda fuori orario che nutre la pancia e l’anima, quel mistero sommerso così suggestivo e affascinante. Una fiaba, o almeno così poteva sembrare agli occhi di una bambina, ai cui sogni bastava poco. La storia del campanile di Curon Venosta, però, di favola ha ben poco, e questo l’ho scoperto solo con qualche disillusione in più, ammucchiata in giorni più recenti: la battaglia degli abitanti la racconta Elisa Cozzarini nel suo libro Radici liquide. Un viaggio-inchiesta lungo gli ultimi torrenti alpini, in cui ripercorre il corso e i destini del fiume Ram e dei paesi travolti nel 1950 dall’unificazione dei tre laghi di Resia, Mezzo e San Valentino alla Muta per la costruzione di una diga per la produzione di energia elettrica. Un borgo sott’acqua da anni, eppure ancora in lotta contro lo sfruttamento della natura, dal mini idroelettrico all’uso di pesticidi.

Tra i campanili che emergono dalle acque, ostinandosi a tenere in superficie anche le storie di cui sono silenziosi obelischi della memoria, quello di Resia non è il soloUno di questi è quello della chiesa del fu villaggio di Geamana, un altro di quei luoghi che, nella poesia del loro apparire, raccolgono memorie sconosciute, non sempre in sintonia con la loro bellezza. Geamana adesso è uno specchio d’acqua tra le montagne della Romania, non distante da Lupsa. Colori spettacolari e sfumature oniriche che, se sfogliate la galleria online di Juzaphoto, capirete perché per descriverle non sia necessario usare altre parole. O forse sì, qualche parola bisognerebbe spenderla, ma non per l’incanto del visibile, bensì per la storia che resta sott’acqua. Un’acqua che prende i colori della vicina miniera di rame, che “utilizza zolfo e cianuro per estrarre il metallo e ne riversa i residui in quella che un tempo era una tranquilla e verde vallata”. La miniera è a Rosia Poieni, aperta alla fine degli anni Settanta sotto la dittatura di Ceausescu e oggi ancora attiva: lì, il minerale grezzo è ridotto in polvere e, in miscela con l’acqua, dà origine a un fango denso. A questo vengono aggiunti cianuro e altre sostanze che, attraverso un processo chimico, permettono la separazione – e dunque l’estrazione – del rame, componente necessario alla creazione e al funzionamento di tanti degli apparecchi che utilizziamo. Ma se il rame sappiamo dove va a finire… del liquido di scarto sappiamo ben poco, se non che si deposita nel fondovalle vicino. E lì viveva Geamana, nelle strade e nelle case delle persone a cui dal villaggio fu imposto di andarsene. Il livello del lago, che ha inghiottito giorno dopo giorno questo piccolo borgo, aumenta al ritmo di 1 metro ogni anno: presto, con il campanile superstite, non verrà cancellata solo l’altezza di un monumento, ma la storia stessa di una comunità che, pur disgregata, non ha percorso molta strada.Anzi, ha trovato nuove sistemazioni negli agglomerati urbani dei dintorni, poco distanti dall’acqua avvelenata che ha bagnato i ricordi e il futuro. “Parte della fanghiglia che costituisce il lago nel corso degli anni si è andata indurendo fino a formare una superficie quasi solida, mentre altre parti del lago sono coperte da acqua multicolore. L’ossidazione di cianuro, zolfo e metalli pesanti presenti in grande concentrazione nell’acqua crea colori surreali: un’ansa del lago ha una tonalità rosso acceso, un’altra ha un’acqua di un verde intenso, e in altre zone l’acqua tende all’azzurro opaco con bizzarre sfumature di blu”.

Una tela di paradiso caleidoscopico, se ci limitassimo a queste impressioni: purtroppo non è così. Tutto quello che viene toccato dal lago muore” e la vegetazione ischeletrita sulle rive ne rivela la natura mortifera. Una bellezza spettrale, che affascina e al contempo disgusta e spaventa. Per ragioni che intuiamo, ma anche perché non è un caso isolato: il vicino villaggio di Vinta sta lentamente scivolando dentro l’acqua, allo stesso modo e con le stesse angoscianti prospettive ancora difficili da valutare, anche perché insieme alle case il lago pare inghiottire informazioni, tentativi di indagine, ricerche e inchieste. Se parliamo di inquinamento del suolo e delle falde acquifere della valle, capire la portata e la profondità di questo scempio ambientale dal fascino solo apparente non è facile: “in più occasioni si sono verificati incidenti (perdite d’acqua dal lago, tubature che si rompono) che hanno portato l’acqua tossica nei fiumi circostanti, causando danni ambientali e morte della fauna acquatica, in particolare nel fiume Aries e arrivando fino a 80 chilometri dalla miniera... con l’unica conseguenza che la società che gestisce la miniera, di proprietà statale, ha ricevuto multe di poche migliaia di euro, una cifra veramente ridicola. In seguito è arrivata anche una multa dell’Unione Europea per la scorretta gestione dei materiali di scarto delle operazioni estrattive, ma nonostante tutto questo, le attività della miniera proseguono più che mai, con quantità sempre maggiori di rame estratto”.

Potremmo cavarcela dicendo che episodi di questa gravità accadono solo lì dove le leggi di tutela ambientale sono reti a maglie larghe, che lasciano lo spazio di fuga per criminali ambientali senza scrupoli. Ma non sarebbe onesto esimerci da ogni responsabilità. Prima di tutto perché anche in Italia dobbiamo fare i conti con qualche “bellezza sospetta”(si pensi per esempio al lido di Rosignano Solvay di cui anche Unimondo vi ha in passato raccontato). Ma soprattutto perché se possiamo giustificarci avvalendoci di un’utile ignoranza sui processi estrattivi del rame, è vero anche che i bulimici consumatori finali dei prodotti che lo contengono, siamo noi.E questo ci dovrebbe almeno far pensare una cosa: che se non sempre possiamo fare qualcosa di concreto e immediato per sabotare i meccanismi di un mondo che segue dinamiche che non condividiamo, possiamo farci amplificatori di domande, quelle che è necessario porsi per mettere in discussione non il gioco stesso, ma le sue regole. E una potrebbe proprio essere questa: quanto dolore c’è dietro ogni cosa bella?

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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