Perugia-Assisi, sui passi di Capitini

Stampa

Capitini alla prima marcia per la pace - Foto: perlapace

Il 16 maggio si svolgerà la Marcia della pace Perugia-Assisi, uno degli eventi organizzati dalla Tavola per la Pace di Perugia che ha superato ormai i confini nazionali, e che richiama da tutto il mondo esponenti di realtà impegnate nella tutela dei diritti umani e nella costruzione della pace. Ma dove affondano le radici di questa manifestazione, e cosa rimane oggi dell’intuizione iniziale della marcia?

La prima Perugia-Assisi nacque dall’intraprendenza e dall’impegno di uno dei più significativi (e dimenticati) filosofi del Novecento, Aldo Capitini, che la organizzò quarantanove anni fa, il 24 settembre 1961. Era un momento di grande tensione internazionale: la corsa al riarmo nucleare costituiva una crescente minaccia per la pace, dirottando un’impressionante quantità di risorse economiche nella costruzione di armamenti di distruzione di massa.

Esattamente un anno dopo, nell’ottobre 1962, scoppiò la crisi di Cuba: l’installazione di rampe di lancio per i missili nucleari e il trasferimento sull’isola di 140 testate da parte dell’Unione Sovietica esasperò il livello di scontro fra le due superpotenze e per alcune settimane fu reale il rischio di scivolare in una terza guerra mondiale. L’intuizione di Aldo Capitini non era tuttavia il frutto di un impegno estemporaneo o di una semplice valutazione politica. Essa affondava le radici in una lunga riflessione teoretica sul tema della nonviolenza e in un impegno per la pace che aveva accompagnato incessantemente tutta la sua vita.

Nato a Perugia il 23 dicembre 1899, non era stato arruolato nella prima guerra mondiale per gravi problemi di salute. Studiò da autodidatta letteratura e filosofia, avvicinando i grandi classici e rimanendo profondamente colpito dalla filosofia di Kierkegaard e dal messaggio nonviolento del Vangelo e di Gandhi che studiò e contribuì a far conoscere nel nostro Paese. Convinto antifascista, criticò duramente il concordato del 1929 fra la Chiesa cattolica e il regime di Mussolini, considerandolo come “merce di scambio” per indurre la Chiesa a mantenere un atteggiamento più morbido nei confronti del fascismo. Nel 1930 divenne segretario della Normale di Pisa, dove aveva concluso gli studi filosofici. La sua opposizione al regime si fece da allora via via più decisa. Quando il compagno di studi Claudio Baglietto, con il quale aveva organizzato gruppi di discussione serale sui temi della nonviolenza, decise di stabilirsi all’estero in nome della propria scelta di obiezione di coscienza, scoppiò nella facoltà una violenta polemica e il direttore della Normale, Giovanni Gentile, chiese a Capitini di sciogliere gli indugi e di prendere la tessera del Partito Fascista. Di fronte al deciso rifiuto, venne licenziato e tornò nella casa paterna, a Perugia, mantenendosi con le lezioni private.

Cominciò un periodo di lunghi viaggi, che lo portò ad intessere stretti legami con molti antifascisti italiani. L’incontro con Benedetto Croce gli permise di pubblicare nel 1937, l’anno della morte di Antonio Gramsci, Elementi di un’esperienza religiosa, un testo che fu alla base del Movimento Liberalsocialista, del quale facevano parte anche Norberto Bobbio e Pietro Ingrao. Incarcerato nel 1942 e nel 1943, rifiutò di iscriversi al Partito d’Azione che era nato nell’agosto 1943, considerando necessaria una revisione globale dei rapporti economici e politici dai quali derivava a suo dire tutta la crisi di quegli anni. Per questo nel 1944 avviò il Centro di Orientamento Sociale, che aveva come finalità quella di creare uno spazio per l’esercizio della democrazia diretta che fosse “non violento, ragionante, non menzognero”.

Nel dopoguerra la sua testimonianza e il suo impegno per la nonviolenza influenzarono profondamente le scelte del giovane Pietro Pinna che nel 1948, primo in Italia, fece obiezione di coscienza al servizio militare e venne per questo processato e incarcerato. Pinna diventerà, qualche anno dopo, uno dei più stretti collaboratori di Capitini nelle attività di promozione della nonviolenza e di riconoscimento dell’obiezione di coscienza al servizio militare.

Duramente ostacolato dalla Chiesa per la sua prospettiva religiosa considerata troppo aperta, Capitini rimase in relazione con alcuni esponenti del mondo cattolico che influenzarono profondamente gli esiti del Concilio Vaticano II, divenendo amico fra gli altri di don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani. Gli ultimi anni della sua vita furono caratterizzati da un deciso impegno per la cultura nonviolenta nel nostro Paese. In seguito alla prima marcia Perugia-Assisi ebbe a dire: “Aver mostrato che il pacifismo, che la nonviolenza, non sono inerte e passiva accettazione dei mali esistenti, ma sono attivi e in lotta, con un proprio metodo che non lascia un momento di sosta nelle solidarietà che suscita e nelle ‘noncollaborazioni’, nelle proteste, nelle denunce aperte, è un grande risultato della Marcia”. All’indomani della Perugia-Assisi fondò il Movimento nonviolento per la pace, dal quale nacque, nel 1964, la rivista Azione Nonviolenta che ancora oggi continua le sue pubblicazioni. Capitini morì a Perugia, dopo un intervento chirurgico, circondato da molti amici e collaboratori, il 19 ottobre 1968.

Molte cose sono cambiate in questi cinquant’anni: il quadro internazionale appare lontano dal bipolarismo della guerra fredda, il contesto politico italiano è segnato dalla trasformazione di tutte le forze politiche che diedero vita alla Costituzione, le strutture ideologiche appaiono oggi profondamente mutate. Ma proprio questo cambiamento ci impone una domanda estremamente seria: cosa rimane oggi della radice nonviolenta che sosteneva l’intuizione iniziale della Perugia-Assisi e quale provocazione possiamo ricavarne?

Rispondere non è semplice, ma penso che proprio l’intreccio fra vita ed elaborazione del pensiero fornisca un’importante chiave di lettura a tutti coloro che si interroghino sull’eredità di Aldo Capitini. Nell’introduzione a un’antologia degli scritti del filosofo di Perugia, Giovanni Cacioppo ebbe a scrivere: “la proposta fondamentale di Capitini non è tanto quella di una ‘visione globale del mondo’ quanto quella di un’azione da svolgere nel mondo”. In altre parole, quando ci si interroga sui fondamenti, i mezzi, le condizioni della pace, per Capitini vanno sempre tenute assieme due dimensioni: quella più “teorica” dei fondamenti e quella più “pratica” delle azioni da svolgere.

Questa prospettiva è tanto semplice quanto rivoluzionaria rispetto alle normali dinamiche politiche. In questo modo, infatti, Capitini supera la polarizzazione molto comune in politica fra etica della convinzione ed etica della responsabilità. Da una parte l’etica della convinzione, che afferma la necessità di non rinunciare mai ai principi fondamentali, che sostiene che gli obiettivi che ci siamo prefissati vanno raggiunti senza se e senza ma, che stabilisce una netta separazione fra bene-male, amico-nemico. Dall’altra l’etica della responsabilità, che si struttura invece come un’etica della mediazione, che giustifica i mezzi in nome dei fini e che contempla quindi anche la possibilità della rinuncia alle posizioni più radicali in nome degli obiettivi da raggiungere.

Fra queste due posizioni si colloca Capitini, che scrive: “Io non dico: fra poco o molto tempo avremo una società che sarà perfettamente nonviolenta, regno dell’amore che noi potremo vedere con i nostri occhi. Io so che gli ostacoli saranno tanti, e risorgeranno forse sempre, anche se non è assurdo sperare un certo miglioramento. A me importa fondamentalmente l’impiego di questa mia modestissima vita, di queste ore e di questi pochi giorni”. Da queste parole emergono tre caratteri dell’etica della pace di Capitini: la chiara convinzione della necessità di camminare verso una società nonviolenta (le convinzioni); la consapevolezza delle difficoltà storiche che sorgono in questo cammino (la responsabilità); la lucida coscienza del valore che assume per la vita e per il destino personale l’impegno per la nonviolenza.

Questa centratura sulla vita e sul destino personale è il fulcro e il punto di unione fra le due prospettive della convinzione e della responsabilità. Non si tratta di rinunciare alle utopie, né di appiattirsi sul realismo: ambedue queste prospettive finiscono per essere ciniche, perché rischiano di rendere insensibili all’infinita importanza di ogni vita personale. La profezia di Capitini, insomma, non è quella che rimanda a un’ipotetica realizzazione del bene in un momento irraggiungibile. Ma è una profezia tutta ancorata sulla terra, e sulla terra tutta attenta al valore di ogni essere umano e di ogni essere vivente: “Da qui, commenta Cacioppo, una dimensione che è né ‘utopistica’ né ‘realistica’, in quanto da un lato il presente viene accuratamente indagato e valutato e dall’altro si guarda oltre i suoi limiti al possibile diverso”.

Capitini solleva quindi un problema perenne in ogni riflessione sulla nonviolenza, quello della conciliabilità fra lo sguardo profetico e la prassi quotidiana: “Alla enunciazione delle idee – ha scritto Pietro Pinna – egli ha fatto corrispondere la più intensa applicazione pratica: nei rapporti con le persone una gentilezza e cordialità costanti, una generosità e disponibilità inesauribili verso chiunque; e nell’impianto della propria vita materiale, una semplificazione e riduzione estrema dei bisogni: del suo guadagno professionale utilizzava per sé lo stretto necessario per vivere, facendo rifluire il resto nell’attività sociale”. Forse è questa l’eredità che non deve dimenticare chi percorre, a tanti anni di distanza, la strada fra Perugia e Assisi.

Alberto Conci (Unimondo)

Fonte: Cooperazione consumatori (maggio 2010)

Ultime notizie

"È cruciale includere le opinioni dei giovani nei processi di policy-making"

13 Dicembre 2019
Un'intervista al Ministro portoghese dell’Ambiente sulla partecipazione e l’educazione dei giovani. (Agenzia di Stampa Giovanile)

Chi sponsorizza la COP25? Il futuro del clima è forse corrotto?

12 Dicembre 2019
A cosa pensi appena vedi “Coca Cola”, “Iberia”, “L’oreal” proiettati sul grande schermo del palazzo che ospita la Conferenza ONU sul Clima (COP25) a Madrid? I maggiori responsabili dell’inquinament...

La "Cumbre Social per il Clima" lancia il Manifesto Climatico

12 Dicembre 2019
Dal 6 al 13 dicembre 2019, parallelamente alla COP25 di Madrid, si tiene la "Cumbre Social per il Clima". (Domenico Vito)

Il futuro potrebbe essere un terrificante film di fantascienza

11 Dicembre 2019
Cosa succede se superiamo la soglia di 1.5°C? Questa è la domanda che ha aperto un side event alla COP25 il cui obiettivo era quello di analizzare gli scenari che si verificheranno nel caso in...

Il ruolo delle giovani donne per la giustizia climatica

11 Dicembre 2019
Ritrovarsi in una sala conferenze ad ascoltare giovani donne attiviste per il clima e uscire con le lacrime agli occhi e un nodo alla gola. (Roberto Barbiero)