Perché il viaggio è sempre un atto di umiltà

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“Chi non si muove, non può rendersi conto delle proprie catene”. La celebre frase delle rivoluzionaria Rosa Luxembourg non è semplicemente un insieme di belle parole, ma una sentenza, un appello all’umanità. Passiamo la maggior parte del nostro tempo a fantasticare su come potrebbe migliorare la nostra vita, il nostro benessere, e lavoriamo duramente per soddisfare i costanti nuovi bisogni che la società ci presenta, o meglio, ci impone. Senza comprendere che la rete che tessiamo intorno a noi assume sempre píu la forma di una gabbia, un’immensa decorazione di luci di Natale, che non si possono sbrogliare. E questo influenza il nostro modo di pensare, cosí ridicolmente fermo e stantio sulle nostre certezze, le nostre assolute convinzioni. E cosí succede che, invece che esserne affascinati o incuriositi, siamo spesso intolleranti verso il prossimo, verso filosofie di vita differenti, tradizioni e priorità che altre persone possono avere diverse dalle nostre. Ci sentiamo cosí vulnerabili, e minacciati. Solamente perché qualcuno ci ha detto di sentirci cosí. Non ci passa per la testa che essi non hanno avuto la nostra educazione, non sono cresciuti nelle nostre città, mangiando il nostro cibo, calcando le nostre vie, muovendosi con la facilità che abbiamo noi, che eppure non sfruttiamo.

Il viaggio ti insegna anche questo. L’umiltà di saper cambiare prospettiva, schema di pensiero, di accettare altre verità, senza ostentare le proprie virtù. Viaggiare è mettersi in discussione, è scomporre le proprie convinzioni per poi ricomporne di altre, e infine scoprire di non poter essere veramente convinti di qualcosa, perché il mondo evolve. Alcuni luoghi nascondono enigmi apparentemente indecifrabili, altri ne sono la spiegazione. Ma tutti ti suscitano qualcosa, un’emozione. Converso con tanti viaggiatori lungo il mio itinerario Sudamericano, negli ostelli, per la strada, nei locali, in montagna, nei parchi archeologici. Tanti sono giovani, ma aumentano anche quelli più avanti con gli anni. Alcuni viaggiano in compagnia, con i genitori o un parente. Molti vogliono fare il giro di tutto il continente Sudamericano, non importa quanto ci metteranno, non importa attraverso quale un itinerario, i soldi importano solo relativamente. Sono un fardello sul quale presto si inizia a limare; si economizza sul superfluo. Ho capito che si può sempre vivere con meno di quello che ci si prefigge, e anche lí potremmo sorprenderci di noi stessi. La maggioranza viaggia in solitaria. Anche se intendiamoci, non si viaggia mai veramente da soli, per via delle continue amicizie che si stringono lungo il cammino. In realtà una delle cose più ardue è trovare un minimo di privacy, specialmente se si viaggia low budget e si condivide più o meno tutto, dalle camere, ai bagni, ai trasporti, all’autostop, alle delizie culinarie dei venditori ambulanti, ai dentifrici, alle tende durante le nottate di trekking.

Certo la privacy è un fattore che scarseggia, ma paradossalmente tanta gente non sembra averne bisogno, a giudicare dalla quantità di foto che pubblica sui vari Facebook, Instagram e compagnia. C’è chi non riesce proprio a fare a meno di quel briciolo di fama spiccia. Ci sono tanti approcci al viaggio, e quello “va-scatta-pubblica” mi è sempre sembrato patetico. Specialmente se finiscono per non aver imparato nulla del posto che hanno visitato, perché l’unica cosa che conta sono i like. Guardiamoci intorno, ne siamo pieni di turisti cosí, possono dimenticarsi di portare una borraccia d’acqua, o delle scarpe comode, ma non saranno mai sprovvisti dell’accessorio principe delle loro affannose giornate: il bastone da selfie. A rompere la catena della vergogna loro arrivano per primi. È per questo che esiste una discrepanza enorme, io credo, tra certi turisti da vacanza, e i viaggiatori, coloro che con i loro tempi sanno apprezzare i luoghi che visitano, e soprattutto li sanno omaggiare, rispettare. Il vero viaggiatore comprende la storia dei luoghi, dialoga con chi li popola, rubando qualche sorriso, assaggiando i sapori e i profumi locali, senza avere un orologio, un calendario che ti corra dietro. La fretta è il vero nemico del viaggio. È incredibile: la maggior parte delle volte si riceve in cambio più di quello che si da.

Altra regola del viaggio: fa che sia leggero il tuo bagaglio, porta con te veramente lo stretto necessario, ti appesantirà meno e sarai più disposto ad accogliere ciò che ti verrà donato ogni nuovo giorno. Ci si da sempre dei propositi prima di partire: conoscere culture diverse, fare amicizie, imparare a suonare uno strumento musicale, una nuova lingua, e trascrivere il tutto su un diario. Perché è proprio vero che il viaggio è l’unica cosa che compri, che ti rende più ricco. Non arricchisce il tuo portafoglio, ma la tua anima. La parte più bella del viaggio? Quella che deve ancora venire.

Il mio viaggio in Sudamerica, seppur ancora corto e prevedibile per certi aspetti, mi ha dimostrato tutto questo. Non ho pretese di parlare con ex presidenti o realizzare il reportage della vita, come il nostro pupillo Di Battista, il cui viaggio è stato mirabolantemente accostato alle orme del Che Guevara. Davvero, Alessandro, abbiamo bisogno di sapere tutto quello che farai e le cose che vedrai! Esattamente come con tutti gli altri politici, vogliamo essere morbosi spettatori della vostra affascinante quotidianità! Passare le proprie giornate sui social, mentre sei immerso nelle bellezze architettoniche Maya del Messico, davvero la scelta migliore! “Donald Trump è il miglior presidente degli USA in politica estera”; Alessandro, ma dove diavolo sei stato negli ultimi mesi??

Nel mio piccolo mi accontento di conoscere i posti dove appoggio il mio zaino, attraverso gli occhi di persone comuni, magari modeste, ma vere, senza filtri, l’esatto opposto dei politici. Qualcosa che, invece, dovrebbero fare tutti coloro che abbiano aspirazioni del genere. Altrimenti non avrei mai conosciuto Andrés, il miglior chef di rane fritte di Zamora, in Ecuador, non mi sarei imbattuto nelle mummie della civiltà dei Chachapoyas in Perù, non avrei suonato la chitarra per una notte intera in un ristorantino di ceviche nella ridente località di Colàn. Non avrei neanche mangiato un gelato con Maria e Samanta a Caraz, una bambina di 7 anni, tra le più più vispe e intelligenti che abbia visto. Non avrei dormito nel giardino di casa di una famiglia di una comunità andina vicino a Riobamba. Non avrei appreso la storia di Rodrigo, folle ragazzo tutto fare di Cusco, la culla dell’Impero Inca, dove, apparentemente, Natale è un giorno come un altro, “perché ci sono troppi turisti per non lavorare”. Laddove non avrei celebrato il Natale in una chiesa con un Cristo Inca. Allo stesso modo non mi sarei fermato ad ascoltare i consigli di tante signore dei mercati rionali che ho attraversato, non avrei dormito in casa di amici conosciuti col couchsurfing e non avrei condiviso le parole di qualche saggio vecchietto che si incontra per strada o in qualche comedor a pochi soldi. 

Viaggiare sta diventando sempre più accessibile, e questo non è sempre un bene. In futuro Il lavoro sarà sempre meno inchiodato a una poltrona d’ufficio, o immerso in un magazzino, e sempre più indipendente, remoto, gestibile con una semplice connessione internet. Molta gente dirà addio al posto sedentario. La presenza fisica non sarà più indispensabile e le persone si slacceranno dalla routine casa-ufficio. I luoghi di lavoro saranno mobili e intercambiabili, e la gente viaggerà di più. D’altro canto, le persone, viaggiando, si rivelano per quello che sono. Tante si portano dietro lo stress della propria vita, frettolosa e scandita, e pensano di trovare le comodità, le infrastrutture che hanno a casa. In questi casi lo shock tra culture molto diverse è quasi insormontabile, e si creano tensioni obiettivamente evitabili. L’augurio è che la gente dedichi più tempo al viaggio, paziente e responsabile; che trascorra meno tempo a guardare le immagini su internet, e più tempo a fotografarsi i posti dentro la propria mente.

Marco Grisenti

Mi chiamo Marco Grisenti e sono da poco entrato nell’arcano capitolo dei 30. Nato a Bolzano, cresciuto in Trentino, durante gli anni universitari, appena potevo, partivo per qualche meta Europea, abbattendo barriere fuori e dentro di me. Ho vissuto in Inghilterra, Estonia, Spagna, Lussemburgo, stretto amicizie con mondi altrimenti estranei, imparato qualche lingua e giocato al fuggitivo. Laureato in Analisi Finanziaria, nel 2014 ho passato un anno in Unicredit a Milano, impotente di fronte a tante domande. Dopodiché hanno iniziato a brillarmi gli occhi: nel 2015 in Guatemala ho lavorato per una ONG impegnata nello sviluppo di imprese sociale. Da fine 2015 vivo a Quito e lavoro come analista per Microfinanza Rating realizzando valutazioni finanziarie e di impegno sociale a organizzazioni di microcredito in America Latina. Credo in un mondo piú equo, ma sono giá follemente innamorato di questo. Per Unimondo cerco di trasmettere, senza filtri, la sensibilitá che incontro quotidianamente. 

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