Pensionati italiani nemici del clima: il mondo abbandona il fossile. Loro no

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Foto: Recommon.org

Il clima? Non sembra preoccupare più di tanto i principali fondi di previdenza italiani, tuttora ben disposti a finanziare il settore fossile. Le loro partecipazioni complessive nelle imprese del comparto, infatti, valgono almeno 800 milioni di euro. Ma la cifra totale è presumibilmente superiore visto che i dati disponibili sono tuttora carenti. È quanto emerge da uno studio pubblicato dall’associazione Re:Common e da Valori. L’indagine interessa i primi dieci fondi pensione negoziali italiani (che coprono da soli il 70% del patrimonio totale del comparto) e le prime cinque casse di previdenza della Penisola (79%). Nel mirino gli investimenti nelle imprese impegnate nell’estrazione e nella commercializzazione di petrolio, gas e carbone, nonché nella produzione di energia dalle stesse fonti.

Petrolio, gas, carbone

Azioni, obbligazioni, investimenti indiretti attraverso fondi comuni e gestioni patrimoniali. Gli strumenti variano ma il risultato è lo stesso: massa di liquidità destinata a garantire le pensioni future che finisce per finanziare il fossile minacciando il clima nel suo presente. Basta guardare ai portafogli per scorgere i nomi dei soliti noti come Eni, ovviamente, ma anche Total, Exxon, BP. Per non parlare dei grandi inquinatori tedeschi e cinesi e dei protagonisti della fonte più controversa in assoluto: il carbone. I fondi pensione negoziali, per dire, investono nel coal quasi 19 milioni di euro finanziando cinque diverse società.

Fondi UK: addio al fossile?

Le scelte dei gestori italiani appaiono discutibili. Soprattutto a fronte di un trend globale di senso opposto. A giugno, ad esempio, il Dipartimento per il lavoro e le pensioni del Regno Unito ha avanzato una serie di proposte regolamentari che suonano come un chiaro invito al disinvestimento dal fossile per i fondi di Sua Maestà. «L’obiettivo delle nostre proposte – si legge nel documento – è quello di riassicurare i gestori circa il fatto che essi possono (e dovrebbero) tener conto dei rischi rilevanti, siano essi derivanti dalla rendicontazione finanziaria tradizionale delle imprese partecipate, o da rischi più ampi coperti dall’informativa non finanziaria o da altre fonti». Traducendo dal burocratese, nota il Guardian, sembra un via libera alla cessione dei titoli del fossile che rischiano di trasformarsi in stranded assets. Ovvero, semplificando, in titoli non più remunerativi a fronte di una possibile riduzione della domanda globale di oil & gas (e carbone) nel medio-lungo periodo. Un tema che aveva già suscitato in passato la preoccupazione dell’Unione europea. Gli investimenti dei fondi pensione britannici valgono circa 1.500 miliardi di sterline.

I fondi lungimiranti

Nel settembre del 2016, ricorda il Financial Times, il fondo pensione degli impiegati amministrativi di Waltham Forest, Londra, ha deciso di escludere I titoli dal fossile dal suo portafoglio. L’iniziativa, la prima del suo genere nel settore dei fondi previdenziali UK, ha ispirato una scelta simile da parte della municipalità di Southwark, il cui fondo ha annunciato di voler dimezzare la propria esposizione nel comparto fossile. In Nord America pezzi grossi del settore come la Caisse de dépôt et placement du Québec e i cinque fondi previdenziali di New York hanno fatto scelte simili. Secondo l’organizzazione ambientalista 350.org, ad oggi 1.025 investitori istituzionali nel mondo – con un portafoglio complessivo da circa 8 trilioni di dollari, hanno già abbandonato del tutto o in parte il fossile. Il 14% degli operatori fossil free è rappresentato da fondi pensione.

Matteo Cavallito da Recommon.org

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