Pegida e i valori democratici dell’Europa nel ventunesimo secolo

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Foto:  The New Yorker

Il 7 gennaio 2015, Charlie Hebdo, un giornale probabilmente fino ad allora del tutto sconosciuto alla maggior parte delle persone che oggi ne tessono le lodi, è diventato l’emblema dei valori democratici e costituzionali europei.  Ci sono tuttavia tanti modi diversi di interpretare questi valori: il movimento Pegida, in Germania, dimostra tutti i problemi legati alla natura aperta e mai del tutto chiarita del rapporto tra l’Europa e l’islam.

Questo gennaio sarà probabilmente ricordato a lungo attraverso le tante immagini che resteranno impresse nella nostra memoria collettiva. Quella che forse maggiormente rappresenta queste giornate convulse è la foto della scritta ‘Je suis Charlie’ su sfondo nero. Attraverso questa scritta, nelle settimane che hanno seguito gli attentati di Parigi tantissime persone, partiti e dei movimenti politici in Europa hanno iniziato a fare a gara a chi è più Charlie di tutti. Chissà se i fondatori del giornale parigino si sarebbero mai aspettati di diventare il simbolo dei valori democratici e costituzionali in Europa.

Ma esiste davvero un insieme di valori democratici e costituzionali europei? In queste settimane abbiamo assistito a tante manifestazioni in difesa di Charlie che hanno esibito interpretazioni radicalmente diverse di questi valori. Tra i più entusiasti a immedesimarsi in Charlie, ad esempio, sono stati i membri del movimento dall’associazione “Pegida”, o Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes (“Europei patriottici contro l’islamizzazione dell’Occidente”), che lunedì 12 gennaio hanno dato vita a una grande manifestazione in memoria dei redattori di Charlie Hebdo in protesta contro gli immigrati e la religione islamica.

Alla manifestazione, tenutasi nel cuore profondo della Germania orientale a Dresda e seguita da una grande eco mediatica, hanno partecipato oltre 25 mila persone. E tuttavia la manifestazione di gennaio è solo l’ultima di una lunga serie: il mito fondatore di Pegida vuole che nell’estate del 2014 Lutz Bachmann, un designer grafico senza una precisa militanza politica ma con una serie di precedenti penali per rapina, traffico di cocaina e guida in stato di ebrezza, abbia deciso che bisognasse fare qualcosa per rispondere alla minaccia dell’ISIS in Europa. E cosi, dall’ottobre 2014, usando Facebook come unico strumento di mobilitazione, a Dresda come in altre città tedesche, alcune centinaia di persone hanno iniziato a riunirsi ogni lunedì per protestare contro l’islam e chiedere di restringere l’immigrazione in Germania. La scelta del lunedì non è casuale: furono una serie di Montagsdemonstrationen che contribuirono alla fine del regime della Germania Est nel 1989. Ironicamente, una delle persone che notoriamente presero parte a quelle manifestazioni fu l’attuale cancelliera Angela Merkel, uno dei principali obiettivi di Pegida, ai cui ritrovi si possono vedere poster della cancelliera presa di mira come la principale responsabile del multiculturalismo tedesco e dell’islamizzazione della Germania.

Per conto suo, nel discorso di fine anno la cancelliera tedesca ha invitato i suoi concittadini ad evitare Pegida: “Non seguite le persone che organizzano queste manifestazioni, perché i loro cuori sono freddi e spesso pieni di pregiudizio e addirittura di odio”. Oltre cento politici e personalità sportive e dello spettacolo, tra cui Helmut Schmidt, Oliver Bierhoof e Karoline Herfurth hanno firmato una petizione sulla Bild, dissociandosi dal movimento, mentre l'ex cancelliere Schroeder ha invocato una “sollevazione degli onesti”. In effetti, nel giro di pochi giorni sono state organizzate numerose contro-manifestazioni a Berlino, Dresda e Lipsia per dimostrare che la Germania è uno Stato aperto all’islam e tollerante verso i suoi immigrati: almeno 80.000 persone hanno manifestato contro Pegida a Dresda il 10 gennaio e numeri simili sono stati registrati in tante altre città tedesche. Insomma, in Germania le reazioni contro la nascita di un movimento apertamente xenophobo sono state forti, nette, e numerose.

Dunque perché preoccuparsene? La risposta sta nel background delle persone che hanno iniziato a partecipare alle manifestazioni di Pegida. Mentre alcuni degli organizzatori hanno precedenti in partiti e gruppi neo-nazi, la maggior parte dei partecipanti appartengono alla classe media, sono abbastanza educati e hanno uno stipendio regolare. Si tratta di persone che fino a qualche anno fa non avrebbero partecipato a una manifestazione di questo tipo e avrebbero probabilmente votato per un partito moderatamente conservatore come quello guidato da Angela Merkel.

In un editoriale apparso sul Financial Times il fenomeno viene descritto in questi termini: “Si tratta di un sentimento di malcontento, dovuto alla sensazione di non essere più legati al sistema politico nel suo complesso. Si tratta della frustrazione delle persone che ritengono di non essere ascoltate quando si preoccupano delle crescente criminalità, violenza e dei problemi nell'applicazione della legge. Il denominatore comune per le persone che partecipano a Pegida sembra essere un atteggiamento aggressivo verso l'autorità: i partiti politici, il governo e la stampa, tutti accusati di mentire per bloccare la discussione di ogni argomento visto come politicamente scorretto”.

La percezione che le autorità non siano in grado di garantire la sicurezza dei cittadini sta creando terreno fertile per la nascita ed il consolidamento di questi movimenti, in Germania come pure in Italia, nel Regno Unito e Francia. Chi segue la politica italiana sa che questi sentimenti sono molto diffusi anche in una parte del nostro elettorato. E in effetti, più che dalle idee di Adolf Hitler, il movimento culturale dietro Pegida trae ispirazione da Oriana Fallaci e dalla sua tesi che l’islam “rappresenta il nemico e che il nemico non è affatto un'esigua minoranza. E ce l'abbiamo in casa”. Sono in tanti, oggi, che ritengono che la difesa delle radici giudaico-cristiane dell'Europa sia l’ultimo bastione contro il nemico venuto da fuori. Gli attacchi terroristici a Charlie Hebdo hanno dato nuovo ossigeno a queste tesi.

Dovremmo provare a distinguere tra i diversi modi di appropriarsi di Charlie e comprendere meglio quale sia davvero la natura dei valori democratici che caratterizzano il nostro continente. Perché sarebbe un disastro lasciare che questo dibattito sia lasciato alle parole sciolte e concitate di movimenti come Pegida, o di altri partiti che in Italia come altrove fanno leva sull’insicurezza e le paure dei cittadini per risvegliare i nostri istinti più bassi. Sarebbe una vittoria per l’Europa se riuscissimo a fare di questo momento una grande occasione di ripensamento e confronto. Affinché questo accada dovremmo probabilmente provare ad andare oltre slogan semplici e facilmente strumentalizzabili.

Lorenzo Piccoli 

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