Papua Nuova Guinea e l’isola dei rifugiati (per nulla famosi)

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I richiedenti asilo e i migranti per motivi economici rappresentano un numero enorme in tutto il mondo. Se un grande numero di richiedenti asilo viene gestito dall’Alto Commissariato delle Nazione Unite per i Rifugiati (Unhcr), un ben più grande numero di persone tenta di “evadere” dalla propria condizione di povero per entrare in nazioni più “sviluppate, libere e tolleranti” con i propri mezzi di fortuna, un processo che è oggi definito "illegale". Inconsapevolmente privati del loro “diritto di viaggio” e con l’umana speranza di poter cercare un futuro migliore molti rifugiati e migranti si concentrano così, da “clandestini”, principalmente in tre punti focali: il confine fra Stati Uniti e Messico; il mar Mediterraneo come via per l’Europa e il mare che divide l’Asia sud-orientale dall’Australia. Quest’ultima frontiera è diventata particolarmente calda con le nuove misure annunciate il 19 luglio scorso dal Governo australiano relative ai migranti che arrivano nel Paese via mare. Se è vero, infatti, che ogni anno l’Australia accetta già un buon numero di rifugiati attraverso i canali delle Nazioni Unite per le altre migliaia di persone che cercano di attraversare il mare in maniera "illegale", Canberra ha concepito ora una soluzione per tenerle sulle coste indonesiane, impedendo ogni possibilità di fermarsi a Sydney, Melbourne o Brisbane. I nuovi arrivi, secondo il Regional Resettlement Arrangement (Rra), vengono ora dirottati sulla remota isola papua di Manus e da lì rimandati indietro alle nazioni di origine.

Il dirottamento di migranti in Papua è “Una promessa che a loro non piace” ha spiegato ad Asia News la scorsa settimana Giorgio Licini, da anni missionario del Pontificio Istituto Missioni Estere in Papua Nuova Guinea. “La Papua Nuova Guinea è in una situazione molto difficile. Pervaso dalla corruzione e spesso dipendente dagli aiuti australiani, il nostro Governo non ha potuto negare il suo aiuto all'Australia quando il governo Rudd gli ha chiesto di accogliere i boat people sull’isola di Manus. Il risultato di tutto questo è che oggi la Papua trattiene sul proprio territorio centinaia di persone in maniera illegale: questi non hanno fatto nulla contro i cittadini o le leggi papuane! Non hanno mai cercato di violare i nostri confini nazionali! E cosa succederà se gli australiani decideranno di chiudere tutto e lasciarseli alle spalle?” ha chiesto Licini.

Ma a preoccupare non è solo il futuro. La situazione nell’isola di Manus ha già virato verso il peggio lo scorso 17 febbraio, quando un iraniano che chiedeva asilo identificato come Reza Barati, di 23 anni, è stato ucciso da agenti di pubblica sicurezza all’interno del campo profughi presente sull’isola. Lo sdegno pubblico per l’accaduto contribuisce solo in parte alla comprensione e alla risoluzione del problema, visto che la situazione a Manus continuerà a essere estremamente delicata almeno fino a quando l’Australia non farà lo sforzo di ripensare a questa diposizione. Fino ad allora la Papua Nuova Guinea pagherà ancora con disordini interni il prezzo della scelta australiana. “Dal nostro punto di vista, ci sono alcune cose che vanno considerate se si vuole affrontare la questione con il cervello e non con la pancia e la prima è che la soluzione di Manus è la risposta sbagliata (e scorretta) a un problema realeha spiegato Licini. “Noi non sappiamo se i due governi sono seri sulla questione o si tratta solo di una strategia temporanea per scoraggiare chiunque cerchi di raggiungere l’Australia in maniera illegale. Alcuni rifugiati con un titolo di studio potrebbero probabilmente vedersi offrire un lavoro in Papua, presso Progetto LNG o in quelli di altre compagnie energetiche. Ma la Papua Nuova Guinea ha la capacità di prendersi cura della loro situazione culturale, dell’impatto emozionale, della salute, istruzione e salvaguardia delle tradizioni (incluse quelle religiose)? La Papua può assicurare loro l’immunità da tubercolosi e malaria? Si integreranno davvero in una nazione di cui non sanno nulla e che non può offrire loro molto?” ha concluso Licini.

Le medesime preoccupazioni espresse dal missionario Giorgio Licini sono state ribadite e rese pubbliche anche da una nota dalla Conferenza Episcopale di Papua Nuova Guinea e delle Isole Salomone che insiste nel chiedere e a tutti gli attori coinvolti, soprattutto alle istituzioni, di “dare una risposta autenticamente umana all’annosa questione dei profughi e dei richiedenti asilo, esseri umani che meritano rispetto e il riconoscimento della loro dignità”. Quando in estate il “centro di detenzione” di Manus è stato riaperto, nel contesto di un accordo con il governo australiano, i Vescovi protestarono pubblicamente, affermando che era ingiusto, secondo la Costituzione della Papua “portare nel nostro Paese e imprigionare le persone che non hanno violato le nostre leggi” e oggi si dicono preoccupati “per la retorica” che accompagna la questione, e hanno ricordato “che il Centro di Manus non rispetta nessuno degli standard internazionali, indicati dall’Onu”.

Non a caso lo stesso Unhcr, si legge in una recente nota, condivide “la preoccupazione del Governo australiano sui rischi per la vita associati a tali viaggi di migranti e rifugiati” ma “è tuttavia allarmato per l’attuale assenza di adeguati standard di protezione e garanzie per i richiedenti asilo e rifugiati in Papua Nuova Guinea visto che l’accordo regionale per il reinsediamento dell’Australia con il governo della Papua Nuova Guinea solleva serie e finora irrisolte questioni di protezione”. Che dietro la diposizione australiana non ci sia solo la salvaguardia della vita dei migranti e forse neanche la volontà di organizzare un sistema efficiente di accoglienza appare chiaro anche in base alle valutazioni dell'Unhcr basate sulle recenti visite condotte dall’Agenzia in Papua Nuova Guinea, dove si riscontrano attualmente “significative carenze nel contesto giuridico relativo all'accoglienza e alle procedure che riguardano i richiedenti asilo inviati dall'Australia”. “Tali carenze - ha spiegato l’Agenzia - includono la mancanza di competenze nazionali nel valutare le domande d’asilo e le modeste risorse per far fronte a situazioni di detenzione illimitata, obbligatoria e arbitraria. Tale situazione può arrecare danno al benessere fisico e psico-sociale di coloro che vengono trasferiti, in particolare di famiglie e minori”. 

L’accordo prevede inoltre l’insediamento permanente in Papua Nuova Guinea per i rifugiati riconosciuti tali, senza alcuna prospettiva di reinsediamento in Australia, una soluzione inaccettabile per l’Unhcr “e che deve impegnare l’Australia a mantenere una responsabilità condivisa con la Papua Nuova Guinea nell’assicurare appropriati standard legali e prendere in seria considerazione l’accesso a soluzioni durature sostenibili nella stessa Australia”. In linea di principio l’Agenzia chiede sempre che i paesi garantiscano protezione all'interno del loro territorio, indipendentemente dalle modalità con cui le persone vi siano arrivate, una soluzione che anche all’interno dei nostri CIE non è mai stata chiara, o meglio è regolarmente ignorata.  Il punto centrale deve restare quello di trovare modalità nazionali che vadano a completare, piuttosto che a indebolire, i sistemi d’asilo internazionali fondati sui principi fondamentali della Convenzione sui rifugiati del 1951. Una convenzione fondamentale per tutti i paesi coinvolti, sempre troppo attenti ai confini dei loro stati piuttosto che ai confini del diritto internazionale.

Alessandro Graziadei

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