Pakistan, colpo ai fondamentalisti: gli Imam con Asia Bibi

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Foto: Remocontro.it

Pakistan, un anno di sangue

Pakistan 2018, un anno di sangue, con 595 morti e 1.030 feriti, vittime di attacchi terroristici in maggior parte di matrice religiosa. Il bilancio nel rapporto del ‘Pakistan Institute for Peace Studies’ (PIPS,) think-tank di Islamabad, reso noto domenica scorsa in concomitanza con una importante presa di posizione da parte del ‘consiglio pachistano degli Ulema’. Gli oltre 500 Imam del Paese (guide spirituali, qualcosa di simile ai sacerdoti cristiani)), hanno infatti condannato ufficialmente violenze e discriminazioni religiose.

Gli Ulema si schierano

«Uccidere con il pretesto della religione è contrario ai precetti dell’islam» è la dichiarazione semi rivoluzionaria. Le autorità religiose islamiche che si schierano in difesa delle minoranze di altre religioni spesso oggetto di violenze. Inoltre e soprattutto, viene condannata la famigerata ‘legge antiblasfemia’, giudicato un arbitrario strumento di persecuzione in moltissimi casi. Indiretto ma esplicito riferimento alla vicenda di Asia Bibi, la donna cristiana arrestata nel 2009 per offese mai provate contro Maometto e condannata a morte. Un fatto divenuto caso internazionale conclusosi recentemente con una sentenza di assoluzione il 31 ottobre scorso da parte della Corte suprema.

La vicenda di Asia Bibi

Il verdetto di non colpevolezza scatenò  proteste anche violente da parte dei gruppi più integralisti. Fu soprattutto il movimento Tehreek-e-Labbaik a mobilitare la piazza e e a chiedere una revisione della sentenza. Decisivo quindi il pronunciamento dei 500 Imam  per  «far conoscere all’opinione pubblica la verità giuridica». Tuttavia Asia Bibi non è ancora libera. Vive infatti sotto scorta in una località segreta a causa delle minacce che continua a ricevere. Una condizione che non le permette di ricevere un visto di espatrio almeno fino alla decisione, definitiva, dell’Alta Corte. In realtà saranno gli stessi giudici che l’hanno assolta a dover riesaminare la sua vicenda, una circostanza che renderebbe solo formale l’ulteriore verdetto.

Il difficile nuovo corso

Le massime autorità religiose del Pakistan dunque sembrano appoggiare il parziale rinnovamento portato avanti dal nuovo primo ministro Imran Khan, posizione che appare chiara quando riconoscono la multietnicità e multiculturalità del Paese, esortando il governo a «proteggere la vita e le proprietà dei non musulmani» così come i loro luoghi sacri. Impegni già contenuti nel Piano d’azione nazionale contro il terrorismo. Ma la presenza di diverse formazioni armate, protagoniste di attentati terroristici non provoca soltanto la sollevazione morale degli Imam. Lo Stato pachistano reagisce con l’uso massiccio della pena di morte. Già 500 le esecuzioni dal dicembre 2014, fine della moratoria sulla pena capitale. Lo ha riportato Justice Project Pakistan (JPP), una Ong che si occupa della difesa degli accusati, mentre è stato calcolato che sarebbero 4.688 i detenuti attualmente rinchiusi nel braccio della morte.

Alessandro Fioroni da Remocontro.it

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