Paesi vietati ai turisti italiani: perchè la Farnesina tace?

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Foto: Unsplash.com

Ingresso vietato agli italiani. Motivo? In Italia c’è un’epidemia da coronavirus. Un provvedimento assurdo e ingiustificato considerato che l’epidemia riguarda solo alcune zone ben delimitate e non certo tutto il territorio nazionale. Il ministro degli Esteri, Luigi di Maio, ha presentato un piano per informare direttamente e puntualmente tutti gli ambasciatori accreditati in Italia sulla diffusione del coronavirus in Italia. Ma ci si sarebbe aspettati anche, non dico delle “forti e vibranti” rimostranze pubbliche per aver visto i nostri connazionali “trattati come appestati, ma almeno uno straccetto di comunicato di protesta da parte della Farnesina verso i Paesi che impediscono l’entrata degli italiani. Invece niente. Perchè?

I Paesi che vietano l’ingresso agli italiani

Per cercare una risposta è necessario, innanzitutto, considerare i Paesi che hanno comunicato il divieto di ingresso a cittadini italiani. E’ un nutrito drappello di Stati. Vi figurano non solo alcuni dei più noti “paradisi delle vacanze” (Capo Verde, Mauritius, Seychelles) e nazioni di interesse turistico (Giordania, Bahrein, El Salvador, Vietnam), ma anche un serie di Paesi che – oltre ad essere mete turistiche – sono soprattutto partner commerciali di primo piano dell’Italia nell’area mediorientale: Arabia Saudita, Turkmenistan, Kuwait e Israele. Paesi che hanno un altro elemento in comune: sono tra i maggiori acquirenti di armamenti italiani.

Arabia Saudita

Con la monarchia assoluta islamica dell’Arabia Saudita, l’Italia ha in corso notevoli affari non solo per l’interscambio commerciale nel settore civile (oltre 3 miliardi di euro di esportazioni nel 2018 e 5,1 miliardi di importazioni, soprattutto per il petrolio), ma anche consistenti contratti nel settore militare. Contratti che hanno radici nel torbido affare per l’acquisto di 72 caccia multiruolo Eurofighter Typhoon da parte della Reale Aeronautica Saudita dalla BAE Systems (di cui Alenia, oggi Leonardo, è partner per una controparte di 1,1 miliardo): un caso, anche giudiziario, che è stato per anni nel mirino della stampa britannica, ma di cui quasi nessun organo di informazione – a parte Unimondo – ha parlato in Italia.

Anche se le autorizzazioni all’esportazione di armamenti sono in calo e la maxi-fornitura di 19.675 bombe autorizzata dal governo Renzi nel 2016 è stata sospesa lo scorso luglio (si tratta delle bombe prodotte in Italia dall’azienda tedesca RWM Italia e impiegate dai sauditi per bombardare lo Yemen), continuano le esportazioni verso Riad di tutti gli altri sistemi militari, comprese le armi leggere. E nuovi affari sono in arrivo: Fincantieri ha reso nota l’assegnazione della commessa al consorzio guidato da Lockheed Martin di cui è partner negli USA per la costruzione di quattro unità Mmsc (Multi-mission Surface Combatants) destinate all’Arabia Saudita: l’ordine vale circa 1,3 miliardi di dollari (1,1 miliardi di euro) per Fincantieri e sarà eseguito presso lo stabilimento Marinette Marine di Fincantieri in Wisconsin.

Kuwait

Anche con il Kuwait l’Italia intrattiene ottimi rapporti commerciali nel settore civile (quasi 1,1 miliardi di euro di esportazioni e 371 milioni di importazioni, ma probabilmente non vengono più riportate le importazioni di petrolio che nel 2017 erano di quasi 1 miliardo di euro), ma soprattutto rilevanti affari nel settore degli armamenti.

Affari che hanno toccato il picco nel 2016 quando il governo Renzi ha autorizzato la fornitura di 28 caccia multiruolo Eurofighter Typhoon di nuova generazione realizzati in Italia per un valore di 7,3 miliardi di euro. “Si tratta del più grande traguardo commerciale mai raggiunto da Finmeccanica” – commentava l’allora Amministratore Delegato e Direttore Generale di Finmeccanica, Mauro Moretti. “Il contratto con il Kuwait si inserisce in un’ampia e consolidata partnership tra i Ministeri della Difesa italiano e del Paese del Golfo” – aggiungeva il comunicato ufficiale di Finmeccanica-Leonardo.

Israele

E’ considerevole sopratutto l’interscambio commerciale tra Italia e Israele: oltre 2,5 miliardi di euro di esportazioni nel 2018 e circa 800 milioni di importazioni, soprattutto per prodotti chimici. Ma ancora più consistenti sono gli affari nel settore militare.

Il maggiore contratto risale al 2012, quando il governo Monti ha siglato il contratto per la fornitura a Israele di 30 velivoli addestratori M-346 della Alenia Aermacchi in cambio dell’acquisto da parte dell’Italia di un pacchetto di sistemi militari israeliani del valore di un miliardo di dollari. Contratto che rappresentava – a detta di Monti – un “salto di qualità nei rapporti tra i due Paesi”. Fino a quel momento e per almeno 20 anni l’esportazione italiana di armi italiane verso Israele era stata, infatti, quanto mai contenuta. “Salto di qualità” che era già stato messo in atto nel maggio 2005 dal governo Berlusconi III che aveva ratificato un“Accordo generale di cooperazione tra Italia e Israele nel settore militare e della difesa” (qui il testo della Legge di ratifica del 17 maggio 2005, n. 94) finalizzato a favorire l’interscambio di materiali di armamento e la produzione di armi.

E ci sono nuovi recenti affari. Nel febbraio dell’anno scorso è stato firmato un accordo tra il Ministero della Difesa israeliano e quello italiano per l’acquisto di sette elicotteri AW-119Kx per un valore di 350 milioni di dollari: anche in questo caso l’Italia acquisterà un equivalente in tecnologia militare israeliana.

Turkmenistan

Sebbene meno rilevanti, presentano importanti sviluppi anche i rapporti commerciali con il Turkmenistan: nel settore civile l’interscambio con Ashgabat, nel 2019 vede esportazioni dall’Italia per oltre 50 milioni di euro e importazioni per più di 90 milioni. Anche in questo caso, sono particolarmente importanti le esportazioni di sistemi militari che negli ultimi anni superano i 460 milioni di euro.

Si tratta di un ampio arsenale bellico. Vi figurano due elicotteri AgustaWestland EH101 (circa 50,5 milioni di euro) e altri cinque elicotteri AgustaWestland AW139 “per impiego militare” (64 milioni di euro). Ma soprattutto, sistemi missilistici Marte della MBDA Italia (162 milioni di euro), tre droni teleguidati Falco XN (extra Nato) della Selex Galileo, oggi Selex ES (8,7 milioni di euro); otto complessi del cannone binato navale compatto 40/70 compatti (28 milioni di euro), 10mila munizioni pesanti della M.E.S. (oltre 4,4 milioni di euro) e finanche 1.680 fucili d’assalto Beretta ARX-160 con oltre 2 milioni di munizioni, 150 lanciagranate Beretta GLX-160, 120 pistole semiautomatiche Beretta PX4 Storm con dispositivi di soppressione del rumore (valore totale di quasi 3,9 milioni di euro) e dodici mitragliere C/A da 25 mm. tipo KBA con accessori della Rheinmetall Italia (circa 2,4 milioni di euro). Sistemi militari che – come riporta una dettagliata inchiesta di Ludo Hekman di Bellingcat – sono in gran parte già arrivati a destinazione e in dotazione delle Forze armate del presidente-dittatore Berdimuhamedov.

I silenzi della Farnesina

Che sia il desiderio di non compromettere nuovi affari nel settore militare a spiegare la ritrosia della Farnesina a far sentire le proprie rimostranze ai paesi che hanno vietato l’accesso ai nostri concittadini? Non è da escludere considerato che la materia dell’esportazione di armamenti è di competenza del ministero degli Esteri. Attraverso l’Autorità nazionale UAMA (Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento) rilascia appunto le autorizzazioni per l’esportazione di armamenti. Durante la direzione del ministro plenipotenziario Francesco Azzarello, UAMA non ha fatto mistero di voler sostenere le aziende del settore militare, ed in particolare quelle a controllo statale come Leonardo-Finmeccanica e Fincantieri, per “dare impulso” al comparto industriale-militare anche a costo di incorrere in indagini sulle autorizzazioni rilasciate. Di recente è stato nominato un nuovo direttore di UAMA, il ministro Alberto Cutillo. Un po’ presto per vedere se ci saranno cambiamenti. Ma nel frattempo almeno il sottosegretario agli Esteri, Manlio Di Stefano (che ieri ha fatto bella mostra delle deleghe) potrebbe battere un colpo verso i Paesi dell’Asia che hanno deciso di impedire l’ingresso ai nostri connazionali. O dobbiamo pensare che la politica estera sia dettata – come molti dicono – da ENI e Leonardo?

Giorgio Beretta
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