Ombre sulla legalizzazione della cannabis in Uruguay

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Foto: youweed.it

Sono già passati quasi 6 anni dal dicembre 2013, quando l’Uruguay diceva sì alla cannabis e ne legalizzava pienamente la vendita e la coltivazione. La controversa misura adottata dal paese latinoamericano, pioniere in tutto il mondo a promuovere una legalizzazione totale, fu sostenuta da diverse personalità del mondo dello spettacolo e della cultura (dal giornalista Omar Gutierrez al cantante Jorge Drezler, dallo scrittore premio Nobel Mario Vargas Llosa fino allo stesso attuale Presidente dell’Uruguay Tabarè Vasquez). Dopo un ampio dibattito in Parlamento, fu approvata grazie ai voti del Frente Amplio, il partito socialista di Pepe Mujica, da sempre schieratosi a favore della regolamentazione della marijuana.

Che è successo nel frattempo? L’approccio nell’adozione e creazione di mercato per la marihuana è stato a dir poco flemmatico, e senz’altro strategico avendo gli Uruguayani tutti gli occhi puntati addosso. Fino al luglio 2017 non erano ancora state agevolate le vendite al dettaglio, mentre ad oggi si contano solamente una quindicina di farmacie in tutto il territorio nazionale che vendono legalmente la cannabis (fino a 40 g di infiorescenze di cannabis per persona al mese). Anche sull’auto-coltivazione le restrizioni sono indicative: agli individui è permessa fino a un massimo di 6 piante (non superiori a 480 g all'anno), mentre ai club di consumo si stabilisce un massimo in base al numero di membri. IRCCA, il dipartimento statale dedicato alla regolamentazione e controllo della cannabis, mantiene registrati tutti gli acquirenti di cannabis dalle farmacie autorizzate. Nel paese sono solo due le imprese private con licenza statale per la coltivazione di marijuana a fini medicinali-psicoattivi o ricreativi, fini industriali (produzione di carta, tessuti e combustibili, cosmetica, etc.) o a scopo di ricerca.

Gli ostacoli al decollo del mercato sono principalmente finanziari, oltre alle varie restrizioni sociali imposte dall’IRCCA. Difatti, le farmacie canalizzano quasi interamente le proprie transazioni attraverso banche statunitensi, le stesse a cui la legge degli USA proibisce detenere conti che "riguardano la fabbricazione, l'importazione, la vendita o la distribuzione di una sostanza controllata", come i fiori di canapa. Fattore che demotiva l’entrata al mercato e inibisce chi gli investimenti nel settore vorrebbe anche farli. 

Guardando l’evoluzione degli ultimi anni, in Uruguay si è aperta un’interessante discussione. Se da un lato sono aumentati gli investimenti, i posti di lavoro e gli introiti delle casse dello Stato - dei circa 40 milioni di dollari che muove il mercato del consumo della cannabis oltre 10 milioni sono passati alla sfera legale dell’economia, che, a sua volta, ha assorbito circa il 54% degli usuali consumatori nazionali - dall’altro ha comportato due effetti, in realtà prevedibili. Il primo è un chiaro aumento del consumola percentuale di Uruguayani che dichiarano di aver consumato marihuana nell’ultimo anno è passata dal 9,3% del 2014 al 15,4% nell’ultimo sondaggio realizzato da Monitor Cannabis nel 2017- piattaforma che studia l’evoluzione del consumo di cannabis in Uruguay en in altri paesi regolamentati. Questo incremento, superiore agli altri principali paesi Sudamericani, anche se non interamente imputabile in un rapporto causa-effetto al solo fattore “legalizzazione”, evidenzia un legame tra la liberalizzazione della droga leggera ed il suo consumo. Cosa che, volendo speculare un pò, rende il passo più breve verso altri tipi di stupefacenti, essendo l’Uruguay un paese a reddito medio-alto, che certe droghe se le può permettere.

L’altro effetto è un aumento della violenza, in particolare degli omicidi collegati ad aggiustamenti di conti tra narcotrafficanti. Si perché la legalizzazione ha prodotto una diminuzione/strangolamento del mercato illegale di droghe gestito dalle organizzazioni criminali, così generando tensioni dovute al controllo dei punti vendita. L’inasprimento della violenza è percepibile negli indici di violenza e delinquenza a livello nazionale: nel 2018 gli assassini sono schizzati a 382, un 35% in più rispetto al 2017; le rapine a mano armata un 56% in più: i narcos si fanno più guerra adesso, e in mezzo ci possono finire anche persone comuni. "Quando così tanti soldi passano in così poco tempo al mercato legale, qualcuno deve accusare il colpo, e questo coincide con un netto aumento delle controversie in certe aree, in genere nei quartieri periferici poveri di Montevideo, dove il traffico di droga è ben installato", afferma Marcos Baudean, ricercatore dell’Università ORT, responsabile di un gruppo di studio sull’impatto della legge nella sicurezza del paese. Lo stesso Ministero dell’Interno Uruguayano afferma che l’aumento della violenza e degli omicidi era un effetto “atteso”.

Comportamenti simili si stanno ripetendo anche in Canada e nei paesi degli Stati Uniti che consentono l’uso non medico della cannabis, dove “il consumo di marijuana è in rapida espansione”, come segnalato dal rapporto 2019 dell’ufficio delle Nazioni Unite contro le Droghe e i Crimini (UNODC). Gli esperti dell'UNODC avvertono come sia cambiata la percezione della marijuana tra la popolazione, ormai vista molto meno dannosa per la salute, se non utile, e questo ha impulsato l’aumento dell'industria e della commercializzazione del prodotto, che, d’altronde, segue logiche di massimizzazione di profitto, più che di salute pubblica. Va detto che l’aumento del consumo di marihuana, sia per fini ricreativi che medicinali, è aumentato anche in paesi che la penalizzano, come Francia, Spagna, Repubblica Ceca o Italia, dove il livello di consumo di cannabis nella popolazione tra i 15 e i 64 anni è superiore alla media europea oltre che al livello dei Paesi Bassi, primo paese al mondo a generare un mercato regolamentato di cannabis alla fine degli anni '70. Ciò che è certo è che, nella maggioranza dei paesi occidentali, si è diluita la tolleranza e si è ridotta la percezione del rischio, forse perché ancora non si sono promosse efficacia campagne di sensibilizzazione, semplici ed oggettive.

Marco Grisenti

Mi chiamo Marco Grisenti e sono da poco entrato nell’arcano capitolo dei 30. Nato a Bolzano, cresciuto in Trentino, durante gli anni universitari, appena potevo, partivo per qualche meta Europea, abbattendo barriere fuori e dentro di me. Ho vissuto in Inghilterra, Estonia, Spagna, Lussemburgo, stretto amicizie con mondi altrimenti estranei, imparato qualche lingua e giocato al fuggitivo. Laureato in Analisi Finanziaria, nel 2014 ho passato un anno in Unicredit a Milano, impotente di fronte a tante domande. Dopodiché hanno iniziato a brillarmi gli occhi: nel 2015 in Guatemala ho lavorato per una ONG impegnata nello sviluppo di imprese sociale. Da fine 2015 vivo a Quito e lavoro come analista per Microfinanza Rating realizzando valutazioni finanziarie e di impegno sociale a organizzazioni di microcredito in America Latina. Credo in un mondo piú equo, ma sono giá follemente innamorato di questo. Per Unimondo cerco di trasmettere, senza filtri, la sensibilitá che incontro quotidianamente. 

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