Obama alla prova dell’oleodotto

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Una manifestazione contro l’oleodotto – Foto: taterenner.com

L’Alberta è una provincia canadese grande più del doppio dell’Italia e nota a tutti coloro che hanno un interesse nelle escursioni invernali, nel gioco del Risiko o nelle speculazioni petrolifere. Oggi l’economia dell’Alberta è fra le più fiorenti di tutte le province del Canada, uno dei pochi Paesi occidentali in crescita nonostante la crisi. La provincia dell’Alberta, in particolare, beneficia di un’industria petrolifera molto significativa, basata principalmente su petrolio ricavato da bitume impastato con sabbia e terreno. Il meccanismo di raffinazione di questo petrolio richiede enormi quantità d’acqua e rilascia emissioni di gas serra in quantità molto maggiori della produzione tradizionale di petrolio. Si tratta, in altre parole, di una procedura estremamente invasiva per l’ambiente: oltre a inquinare, la trasformazione in petrolio delle sabbie oleose devasta il territorio circostante. Per rendersene conto basta digitare “tar sands” su un qualsiasi motore di ricerca.

A causa delle pesanti conseguenze sul terreno, la produzione del petrolio dalle sabbie bituminose ha suscitato un’opposizione fieramente determinata in Canada, negli Stati Uniti e in Europa. Come spiegato in un precedente articolo, l’opposizione internazionale si è concentrata sulla costruzione degli oleodotti che dovrebbero trasportare il petrolio dalle sabbie bituminose diluite da Hardisty, Alberta, alle coste dei due Oceani. Keystone XL; in particolare, è una conduttura da 7 miliardi di dollari che avrebbe dovuto condurre il petrolio fino alle raffinerie della costa statunitense del Golfo. I benefici dell’oleodotto sono evidenti a tutti: la sua costruzione porterebbe posti di lavoro, aumentando le entrate fiscali e riducendo la dipendenza da altri fornitori. Altrettanto evidenti sono i problemi collegati alla sua costruzione e al suo utilizzo: un recente studio economico ed ambientale realizzato dal Consiglio per la Difesa delle Risorse Naturali del governo Americano dimostra che la produzione e raffinazione del petrolio attraverso l’utilizzo di sabbie bituminose produce molto più inquinamento del petrolio convenzionale: l’81 per cento in più, secondo quando affermano il dipartimento di Stato e l’Agenzia per la protezione ambientale. In base alle previsioni di operatività, si arriverebbero a produrre circa 1.2 miliardi di metri cubi di sostanze inquinanti; pressappoco quanto ne emette l’insieme di tutte le vetture circolanti negli Stati Uniti nel corso di dodici mesi. Queste cifre sono citate dagli attivisti che si sono attivati per fermare la costruzione di Keystone e che si stanno mobilitando attraverso sito web www.stoptar.org.

Il parere del governo degli Stati Uniti in questa materia è tutt’altro che secondario. Trattandosi di un’opera che interessa due Stati, il governo canadese ha bisogno dell’approvazione del Presidente degli Stati Uniti per poter procedere. Barack Obama si è dimostrato un osso più duro del previsto: dopo cinque anni di negoziati, pur aprendo alcuni progressivi spiragli, la sua amministrazione non ha ancora concesso il permesso alla costruzione di Keystone XL. Nel 2012, citando la prossimità del percorso proposto alla critica Falda Acquifera di Ogallala, il presidente Obama ha negato il permesso. Adesso che è stato approvato un nuovo percorso dal governatore del Nebraska, la società costruttrice Transcanada è tornata a chiedere a Washington il via libera e nel 2013, dopo una seconda bocciatura e una nuova proposta, il Presidente Obama ha sollevato le critiche degli ambientalisti affermando che la realizzazione dell’impianto è possibile, ma non sarà approvata fino a quando “non verrà esacerbato in modo significativo il problema dell’inquinamento da diossido di carbonio”.

La sofferta contrattazione sull’oleodotto Keystone sta diventando l’icona della progressiva trasformazione dell’amministrazione Obama in politica ambientale. Il New Yorker ha recentemente dedicato un editoriale all’oleodotto: nell’articolo, intitolato The President and the Pipeline (Il Presidente e l’Oleodotto) il Keystone è presentato come il simbolo e al tempo stesso il test cruciale per l’amministrazione Obama in materia di resistenza alle lobby economiche in un ambito da sempre molto caro al Presidente: quello ambientale. I negoziati tra i governi candese e americano rappresentano oggi il fronte più importante della guerra che da sempre vede contrapposti i fautori dell’ambiente e i sostenitori dei vantaggi economici. Dopo tante battaglie, presto scopriremo chi vincerà la guerra: entro la fine del 2013 il Presidente Barack Obama è chiamato a prendere una decisione definitiva.

Lorenzo Piccoli

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