Non ha mai chiesto vendetta, solo giustizia

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Foto: Facebook.com

Non ha mai chiesto vendetta, solo giustizia, anche se aveva assistito al più grave eccidio avvenuto in terra europea dalla Seconda Guerra Mondiale. Se ne è andata così all’età di 66 anni dopo una lunga malattia, Hatidza Mehmedovic, la fondatrice e per molti anni presidente dell’associazione Madri di Srebrenica che è stata seppellita il 25 luglio nella sua città natale di Bektici-Suceska vicino a Srebrenica. Madre, moglie, sorella, ma soprattutto donna coraggiosa e instancabile, dopo il massacro di Srebrenica dell’11 luglio 1995 dove ha perso entrambi i figli Azmir e Almir, il marito, i suoi fratelli e molti altri componenti maschili della sua famiglia, Hatidza è diventata una delle maggiori attiviste per il riconoscimento della verità attorno a quanto era accaduto a Srebrenica in quell’estate del 1995 quando l’Esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina riuscì ad entrare in quella che era, solo sulla carta, un “safe area” sotto la protezione dell’Onu.  Sotto lo sguardo dei caschi blu olandesi in ritirata e di molte donne come Hatidza il generale Ratko Mladic separò dalle donne, dai bambini e dagli anziani tutti i maschi dai 12 ai 77 anni, in tutto 8.372 persone ufficialmente fermate per essere interrogate, in realtà destinate ad essere uccise e sepolte in fosse comuni nei giorni successivi.

Impegnata, oltre che nella ricerca della verità e della giustizia, anche nel portare conforto alle parenti delle vittime sopravvissute, Hatidza per lunghi anni è stata collaboratrice dell’Associazione Popoli Minacciati (Apm) ed era diventata una delle più importanti nonviolente della Bosnia. Come ha voluto ricordare l’Apm, “nonostante i molti e tragici lutti, Hatidza Mehmedovic non ha mai pronunciato una sola parola di odio o chiesto vendetta, ma sempre e solo giustizia. Si identificava con le vittime di crimini contro l'umanità in tutto il mondo, indipendentemente dalla loro appartenenza religiosa o etnica e si è impegnata per la fine della guerra in Siria, in Sudan, in Iraq, in Birmania e in altre parti del mondo”. Anche per questo nel corso della sua vita Hatzidza è stata ricevuta e ascoltata da personalità del mondo della politica e dello spettacolo (come Mia Farrow, Angelina Jolie, Angela Merkel, Bill Clinton…) e dal 2002, una volta tornata a Srebrenica ha sostenuto e aiutato, sia parenti di vittime del genocidio, sia ex-profughi che tornavano a casa

In molti la ricordano per la sua importantissima opera di raccolta delle testimonianze presentate al Tribunale Internazionale dell’Aia (Icty) dove era una presenza costante in tutte le manifestazioni dell’Apm tenute di fronte all’edificio dell’Icty, come anche delle manifestazioni silenziose a Tuzla e a Srebrenica in cui le Madri ricordavano, ogni 11 del mese, i crimini commessi durante la guerra e riportavano all’attenzione dell’opinione pubblica la loro instancabile ricerca di quei figli, mariti e fratelli trucidati e scomparsi, così come dal 1977 hanno sempre fatto le Madri di Plaza de Mayo a Buenos Aires in Argentina. Per Hatidza, infatti, era importante che i fautori dei crimini in Bosnia fossero processati e giudicati, che tutti i morti fossero riesumati e trovassero un nome e una degna sepoltura, affinché la gente in Bosnia potesse tornare a vivere insieme e in pace. Lei c’era riuscita. Dopo il ritrovamento del corpo del figlio più grande Azmir nella fossa comune di Pilice vicino a Zvornik e il ritrovamento dei resti del figlio più piccolo Almir e del marito nella fossa comune di Liplje, sempre vicino a Zvornik, l’11 luglio 2010 Haditza ha potuto finalmente seppellire i suoi cari a Potocari. 

Per l’Apm anche il luogo dove oggi sono raccolti i resti di quel massacro deve molto ad Haditza “che ha dato un contributo fondamentale alla creazione del Centro della memoria a Potocari e più in generale alla diffusione in Europa della conoscenza di quanto era accaduto durante il genocidio di Srebrenica, per questo resterà per sempre nella memoria di tutte le vittime di Srebrenica sopravvissute nonché dell’Apm, che si impegna a dare continuità al grande lavoro da lei iniziato”. E di lavoro per la riconciliazione di questa terra ce ne è ancora tanto da fare. Lo stesso “Srebrenica-Potočari Memorial” è una forma di memoria in qualche modo depotenziata. Spenti i riflettori sulla annuale cerimonia di commemorazione, la politica si dimentica di Srebrenica almeno fino alla prossima buona occasione per farsi riprendere dalle telecamere, e non sempre è per lodare il difficile processo di riconciliazione. In questo contesto anche la visita nei Balcani del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker lo scorso 1 marzo non ha fatto ben sperare. I colloqui per l’adesione della Serbia all’Unione europea infatti, hanno escluso la Bosnia e così il Paese che porta i segni più evidenti del nazionalismo serbo non solo sembra destinato a restare fuori dall'Europa, ma è ancora diviso in “cantoni etnici” usciti dagli accordi di pace. 

Nonostante in quel libro fondamentale che è "La guerra in casa" di Luca Rastello appare evidente che "la Bosnia si riconosceva in un'identità definita dall'appartenenza territoriale più che da quella etnica e religiosa: bosniaci più che serbi o ortodossi", le divisioni interne, anche grazie agli Accordi di pace firmati a Dayton nel novembre 1995, sembrano oggi nel DNA di questo paese e difficilmente potranno essere superate senza una mediazione di Bruxelles che però, come ai tempi della guerra, sembra più interessata ai suoi equilibri interni che ai destini della Bosnia ed Erzegovina. Per questo, e anche in memoria di Hatidza Mehmedovic, l’Apm ha chiesto alla Commissione europea “di prendere sul serio la situazione dei Balcani oggi, di esigere il rispetto e di rispettare essa stessa le proprie direttive riguardanti i diritti delle minoranze, nonché di lavorare nella prospettiva di uno stato unitario della Bosnia”. Viene alla mente la frase di Milan Kundera, secondo cui “la lotta dell’uomo contro il potere è la lotta della memoria contro la dimenticanza”, e in questo disperato quanto fondamentale sforzo Hatidza Mehmedovic è stata un esempio per tutti noi. Grazie.

Alessandro Graziadei 

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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