Myanmar: la leader dell'opposizione Suu Kyj ancora in carcere

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"Non è previsto un rilascio a breve" di Aung San Suu Kyj. Così ha dichiarato il ministro degli esteri del Myanmar (ex Birmania), Win Aung durante una conferenza stampa a latere del Summit dei ministri degli esteri dell'Asean (Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico). Ma nonostante censura e repressione del governo birmano la lotta per la scarcerazione di Sun Kyi e per la democrazia continua grazie soprattutto a campagne promosse attraverso Internet.

Aung San Suu Kyj, premio Nobel per la pace e leader della LND (Lega Nazionale per la Democrazia) è stata arrestata il 31 maggio scorso assieme ad altri 17 esponenti del suo partito, alla vigilia di un comizio. Da quasi un mese è quindi tenuta sotto "custodia preventiva" in una località tuttora ignota. Ufficialmente per "motivi di sicurezza", per garantirne, a detta della giunta militare, l'incolumità. Secondo fonti Misna, al momento non sembra vi sia la possibilità di una sua prossima liberazione.

Il clamoroso arresto ha suscitato immediatamente la reazione di protesta da parte di molte associazioni che si battono per la tutela dei diritti umani e di numerosi governi delle Nazioni Unite. A questi si è aggiunto recentemente il Giappone che ha congelato i propri aiuti, tra i più rilevanti che Myanmar abbia ricevuto in questi anni.

L'ONU ha inviato a Myanmar un proprio rappresentante, Razlai Ismail, che ha potuto comunque incontrare la Signora, come è chiamata dai birmani, e sincerarsi delle sue condizioni di salute risultate buone, dopo che alcune voci sostenevano fosse rimasta ferita durante l'arresto.

Intanto la battaglia per la liberazione di Suu Kyj e per l'avvio di un processo di democratizzazione di Myanmar continua nonostante la censura della dittatura militare controlli tutti i mezzi comunicazione, tra i quali anche i pochi siti internet nazionali. Tuttavia, molti siti al di fuori dei confini nazionali, spesso realizzati da birmani fuggiti all'estero, sostengono e promuovono l'opposizione al regime militare e, almeno in parte, riescono ad evitarne i rigidi controlli.

Fonti:Misna, Amnesty International, Cultur-e;

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