Marx: così lontano, così vicino

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“Dio è morto, Marx pure, e neanch’io mi sento molto bene”. Questa fulminante battuta di Woody Allen descrive perfettamente la realtà odierna. Non esistono più le grandi prospettive di senso – di origine religiosa o filosofica – e al loro posto si è diffuso un disagio crescente e profondo, radicato nella società oltre che nella nostra anima. Siamo immersi in un marasma generalizzato. In un cambio d’epoca che, vivendolo dall’interno, non riusciamo a decifrare.

Il 5 maggio si ricordano i 200 anni dalla nascita di Karl Marx. Si rincorrono in questi giorni ogni sorta di memorie: articoli su articoli, analisi storiche, riprese contemporanee, suggestioni politiche valide anche adesso. In realtà, più passa il tempo, più ci si accorge che esistono tanti Marx: l’uomo, il filosofo, il pensatore di economia politica, il presunto “cattivo maestro”, l’esaltato “profeta del comunismo”, la figura dalla barba folta che campeggiava nelle bandiere accanto ad Engels, Lenin e quindi Stalin o Mao. Ordinare questo intreccio di maschere diventa operazione ardua, perché Marx – che “marxista” non poteva essere – ugualmente non può astrarsi dal “dopo”, da quella “storia degli effetti” del suo pensiero che, per davvero, ha sconvolto il mondo.

Prevale la nostalgia. Alcuni marxisti fuori tempo impazziscono dalla gioia nel leggere dalle colonne del Financial Times o del Wall Street Journal che il vecchio Marx “aveva ragione” e che le sue teorie valgono ancora per oggi: sono griglie interpretative formidabili per capire la globalizzazione. Studiosi famosissimi hanno dedicato ponderosi volumi per spiegare – con dati alla mano – come le principali intuizioni marxiane descrivano il tempo presente solcato dalle questioni di sempre, dalla lotta di classe (silenziosa e silenziata, ma presente) fino ai temi delle strutture economiche alienanti, dei mezzi di produzione, della proprietà privata, del rapporto tra capitale e lavoro. Altri vagheggiano, magari con malizia, un Papa che sarebbe “più a sinistra di Marx” solo perché parla di casa, terra, lavoro, dignità.

Di fronte a Marx si rischia sempre di cadere nell’analisi specialistica o nella banale semplificazione. Oppure la si butta in politica. E allora è finita per davvero, perché i piani che si intersecano sono troppo numerosi per consentire una discussione costruttiva. Come per ogni personaggio ormai entrato nel mito, anche con Marx è impossibile fare un discorso oggettivo. Lo avvolge ormai un’aura leggendaria che poco rimanda a quel povero (in tutti i sensi) esule tedesco morto a Londra.

Su ogni particolare le posizioni possono divergere. Non riusciamo a pensare a Marx senza arrivare subito al comunismo sovietico (prima che a quello cinese o cubano), alle sue repressioni, alle sue tragedie. Sappiamo che la distanza tra un Marx e un Lenin è già abissale. Figuriamoci se pensiamo al presidente cinese Xi Jinping: il PCC, partito saldamente al comando in Cina, non è altro che la riproposizione del sistema burocratico e assolutistico che ha retto per secoli il “Celeste Impero”. Si sono alternate varie dinastie, l’ultima è quella “rossa”, comunista. È cambiato il nome, non la sostanza. Gli altri Paesi ex comunisti – Russia in primis – sono tornati come erano prima della rivoluzione del 1917, nazionalisti con tendenze imperialiste.

Marx allora è malinconia. Rimpianto per una speranza di un mondo nuovo. Non solo di una teoria ovviamente datata, ma di una alternativa di giustizia, di benessere, addirittura di felicità possibile, realizzabile. Quello che non esiste più è proprio quest’orizzonte per davvero rivoluzionario. Oggi il mondo dei “liberi e uguali” finisce troppe volte nella marginalità, magari nel nome di un insignificante partitino dell’insignificante panorama politico italico. Qualcuno crede ancora nell’utopia comunista? Forse, ma non è quella scaturita dal pensiero di Marx. Egli infatti proponeva una visione “scientifica” della storia, intravedendo in essa un chiaro fine, con un determinismo che ci fa sorridere. Ci sembra ingenuo pensare di poter determinare a tavolino i processi storici e anche solo di trovare i fattori oggettivi che guidano la società. Una volta trovati basterebbe cambiarli per modificare tutto dalla radice. Per liberare l’uomo.

Proprio questo è tramontato definitivamente: la speranza di costruire il “regno di Dio” sulla terra con le nostre mani, con la forza dei proletari uniti, con un movimento internazionale di lotta. Bisognava soltanto abbattere “l’ultimo nemico”, ossia il capitalismo. Ma, proprio come la bestia dell’Apocalisse, il mostro che sembra vinto risorge più forte di prima con una nuova metamorfosi. La salvezza è così sempre rimandata. Come la rivoluzione che, citando Gaber, “oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente”. Adesso non l’aspettiamo più. E per questo molti rimpiangono Marx. 

Articolo parzialmente pubblicato sul “Trentino” 

Piergiorgio Cattani

Nato a Trento il 24 maggio 1976, dove risiede tuttora. Laureato in Lettere Moderne (1999) e poi in Filosofia e linguaggi della modernità (2005) presso l’Università degli studi di Trento, lavora come giornalista e libero professionista. Scrive su quotidiani e riviste locali e nazionali. Fa parte della Fondazione Fontana Onlus dal 2010. Dal 2013 è direttore del portale Unimondo. È attivo nel mondo del volontariato e della cultura come presidente dell’ “Associazione Oscar Romero”. Ha scritto numerosi saggi su tematiche filosofiche, religiose, etiche e politiche ed è autore di libri inerenti ai suoi campi di interesse. 

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