Marocco: tra salsedine e lentezza

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Foto: Matthias Canapini ®

Rachid ha ventinove anni. Occhi scuri e vivaci, capelli neri tagliati cortissimi. 

Lavora come professore a Larache, una cittadina a sud di Tangeri, lungo la costa atlantica. 

Il giovane insegnante parla cinque lingue e ogni volta che conclude un concetto esclama: “è molto interessante”.

Allungando la lettera “o” a dismisura.

Rachid vive insieme ai suoi due nonni materni: Khayat, ottantadue anni e Zohra, settantasei. 

Zohra si muove cautamente sulle anche fragili, oscillando a destra e sinistra. 

Indossa un velo azzurro e gli occhi semichiusi sembra nascondano una celata dolcezza. 

Le sue mani si muovono rapide e veloci quando taglia zucchine, patate e carote per il cous-cous del pranzo collettivo. Sembra che non pensi a nulla. Semplicemente c’è. 

Khayat invece ha lo sguardo apparentemente severo. 

Nonostante la sua età si muove con dinamismo e caparbietà. 

Indossa sempre un cappellino di lana nero e versa il the in modo preciso, riempiendo per tre quarti i bicchierini in vetro. 

È bello quando mangiamo tutti insieme. 

Il più delle volte non utilizziamo le posate, così le nostre mani si sfiorano, si intrecciano, si amalgamano sporcandosi con spezie e sapori.

L’impatto col Marocco è abbagliante quanto le Gellaba (vestaglie) colorate delle donne. 

Case semplici di colore bianco edificate sopra distese di sabbia rossiccia, soffiata a banchi dalla forza dell’oceano. Filari di cactus, conchiglie multicolori, rifiuti puzzolenti trasportati dal vento.

Qualche peschereccio solitario tenta invano di prendere il largo mentre Rachid continua a sfidare le onde, aspettando sulla riva umida la loro avanzata per poi correre via, allontanandosi di pochi metri. 

Al di là della sponda in cemento, dalle viscere della Medina, si innalza profonda la chiamata alla preghiera. La voce del muezzin si espande nell’atmosfera, galleggiando nei bar affogati da tisane bollenti alla menta. Musica egiziana in sottofondo. 

Il vapore e la puzza dell’hashish fumata da vecchi contadini o mercanti locali, scombinano il mondo in una calma esistenziale.  

Fes: la più antica delle città imperiali del Marocco. 

La sua Medina è una delle fortificazioni medievali più estese e meglio conservate al mondo, tanto da essere dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità. 

Viuzze, anfratti, vicoli tortuosi e cunicoli. 

Tessitori, lavoratori di cuoio, farmacie e panetterie ambulanti.

Poi tappeti ricamati stesi al sole, asini carichi di tegole sfiorano sacchi di olive e bancarelle di cosmetici. Uomini, donne, bambini, anziani danzano vertiginosamente tra gli sporadici raggi di sole che bucano il tetto dello spazio, le travi che proteggono il suq

La piazza è deserta

Un gallo canta con accesa fierezza, sebbene mezzanotte sia passata da pochi istanti. 

Il pulmino gonfio di umanità corre verso Mulay Yakub, località montana famosa per le terme naturali. 

Contrattiamo il prezzo di una cameretta umida con una donna dalla vestaglia viola. 

Immagino in quei numeri abbozzati, cifre appuntante su carta straccia, secoli di baratti e scambi commerciali: un popolo di mercanti. 

I visi seccato dal sole del Sahara.

Fino a tarda sera le porticine delle case rimangono aperte, per simboleggiare la perenne ospitalità degli abitanti, ma anche per invogliare al riposo viandanti e turisti.

Mulay Yakoub si arrampica sul versante di un altopiano ed è ben accessibile dalle città vicine. 

Per compiere un tour della cittadina occorre salire e scendere, su e giù per scale e gradoni, seguendo il vociferare delle donne e le urla gioiose dei bambini. 

Dalla sommità della montagna adiacente è visibile ogni cosa. 

I campi coltivati, le colline, il sole, un giovane pastore col cappello di paglia ed una moderna radio appesa a tracolla che scruta il suo gregge, urlando “yalla!” ogni volta che una pecora tenta disperatamente la fuga.

Le case sottostanti, laggiù, sembrano formare un alveare colorato. 

Azzurro, rosso, giallo paglierino: come l’ennesimo the versato dal beccuccio di una brocca ammaccata di ottone. 

Il villaggio di Khmis (che significa giovedì - perché il suq è aperto solamente tale giorno) è aggrappato alle pendici della montagna Moulay AbdelSalam Ben Mchìch.

Un luogo millenario, incastonato tra tombe in pietra e rocce mastodontiche. 

Khmis Ksiba è un centro abitato e comune rurale situato nella provincia di Sidi Bennour, regione di Casablanca - Settat. Conta una popolazione di 5.665 abitanti

Anziane signore, imbacuccate nelle loro vesti, si aggirano come spettri tra la fitta nebbia. 

Mormorano preghiere e parole sacre, allungando cautamente le mani nodose per raccogliere le varie offerte lasciate dai visitatori. 

I piedi scivolano sui ciuffi d’erba umidi.

Solo i musulmani hanno il permesso di entrare nel santuario. 

Il confine tra sacro e profano è costituito da una striscia di sughero. 

Gli anziani continuano ad inginocchiarsi e pregare. 

I fedeli proseguono il loro pellegrinaggio tra i ciottoli sporgenti. 

Ordiniamo un chilo di montone presso una sobria bottega e, mentre la carne sfrigola sulle braci ardenti, un centinaio di persone occupano la strada proprio sotto al santuario, urlando a gran forza la potenza evocativa del profeta. 

Una manifestazione pacifica per protestare contro le caricature di Maometto diffuse dal giornale satirico Charlie Hebdo

Prepariamo gli zaini. La stazione si anima. Lasciamo oculi e dissensi svanire nella polvere.

Una zuppa di fave, tipica ricetta montanara utile per riscaldarsi dal vento freddo degli altopiani, fungerà da pasto fugace.

Adolescenti senzatetto bighellonano nei pressi del porto, sniffando colla da un sacchetto di plastica nero. 

A 200 metri di distanza un gruppo musicale suona vecchie canzoni berbere, pestando su tamburi e strimpellando con forza le corde di un banjo rattoppato. 

Abbracci e mano sul cuore.

A presto, Inch’allah.

Matthias Canapini

Matthias Canapini è nato nel 1992 a Fano. Viaggia a passo lento per raccontare storie con taccuino e macchina fotografica. Dal 2015 ha pubblicato "Verso Est", "Eurasia Express", "Il volto dell'altro", "Terra e dissenso" (Prospero Editore) e "Il passo dell'acero rosso" (Aras Edizioni).

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