Le nuove frontiere del giornalismo

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Immagine: Sinappe.it

Al festival dell’economia di Trento si è parlato anche di massmedia. Sfatando alcuni miti, mettendo il dito nella piaga delle criticità. Anche a rischio di dire cose scomode politicamente uncorrect. Non solo per i potenti che guidano il circuito dell’informazione mondiale. Ma anche per i giornalisti in erba, quelli che generano il “citizen journalism”. Ne ha per tutti Julia Cagè, professoressa di Economia presso il Dipartimento di Economia e Scienze a Sciences Po, Parigi.

L’economista francese parte dal tema del festival la mobilità sociale tra uguaglianze e disuguaglianze: “Il crescente divario tra ricchi e poveri è ormai giunto ad un punto estremamente critico. Con l’aumento della disuguaglianza, vi è il rischio di una politica sempre più corrotta, divisa tra  chi i soldi ce li ha e chi no. La crisi finanziaria ha lasciato spazio ad un nuovo modello in cui le imprese sono sempre più lasciate all’assoluto dominio dei mercati”.

Bisogna dunque attenersi alle regole del mercato, cioè del capitalismo globale interpretato secondo la dottrina liberista. Questa tendenza ha portato grandi cambiamenti – quasi sempre in negativo – nel mondo dei media. Abbassamento della qualità, diminuzione della concorrenza, abnorme ruolo della pubblicità, commistione tra informazione e politica.

Spiega Cagè:  “La crisi dei media è una conseguenza della crisi economica. La fiducia nei media è molto bassa. Riscontriamo una diminuzione della qualità  e del supporto. Il giornalista vive del suo lavoro, nessuno fa giornalismo per beneficienza, ma dobbiamo fare i conti con un boom di giornalisti free lance che rincorrono la notizia e l’audience. La quantità dell'informazione disponibile sta crescendo vertiginosamente, con i media sociali, internet, la digitalizzazione e la crescita della velocità di accesso ai contenuti che si trovano in rete. Internet ha abbassato i costi di pubblicazione in maniera vertiginosa, ma anche la qualità della notizia. È aumentato il numero delle persone che scrivono, ma è diminuito il numero dei “veri” giornalisti. Sono aumentati i mezzi di comunicazione, ma sono diminuiti i giornalisti che fanno uso di questi mezzi”.

Parole dure, controcorrente. A questo punto metà dei presenti in sala se ne vanno. Giornalisti free lance che si sono sentiti offesi? Eppure è vero, non ci si può improvvisare giornalisti solo perché si vuole esserlo. L’altra faccia della democratizzazione (reale o presunta) dell’informazione sta nell’abbassamento della qualità.

E ancora: “La crisi dei media è dovuta inoltre  ad una riduzione degli stessi, come spiegare tale riduzione? Vi è una diminuzione di concorrenza dei media, come detto ormai tutti scrivono, la concorrenza sulla qualità della notizia o sulle capacità del singolo non esiste più. Abbiamo un aumento di prezzo della pubblicità, ma con la divulgazione a poco costo, con i mezzi moderni, della notizia, si verifica una diminuzione della raccolta pubblicitaria da parte delle case editrici, che non potrebbero supportare i costi, nonostante l’aumento dell’offerta”.

Ad avviso di chi scrive, l’analisi di Cagè, benchè paradossale, è corretta. L’eccessiva democratizzazione del giornalismo con una messe di informazioni incontrollabili e a basso costo  produce una concorrenza “sleale” ai gruppi organizzati (giornali, siti) però di medie o piccole dimensioni. Questi editori hanno bisogno di pubblicità, ma non riescono ad accedere ad un mercato ormai monopolizzato dalle grandi compagnie.

“La pubblicità – sottolinea Cagè -  da umile ancella dei mass-media è diventata progressivamente padrona degli stessi fino al punto di sponsorizzare l'intero sistema dei media che, da solo, non sarebbe in grado di sopravvivere. Senza la buona notizia della pubblicità ci sarebbe il silenzio, nessuna comunicazione, nessun mercato”. Chi controlla la pubblicità, controlla l’informazione e quindi ciò che la gente può o deve sapere. Se poi il monopolista della pubblicità possiede mezzi di comunicazione e è un politico affermato, capiamo che il corto circuito è garantito. Il caso di Berlusconi è emblematico.

“Attraverso le sue reti private Berlusconi ha potuto fornire più tempo e spazio di parola alla destra che non alla sinistra. Che il nostro sistema mediatico, così come il modo di fare informazione, costituisse, rispetto agli altri paesi europei, un’anomalia tutta italiana per il suo malsano intreccio con la politica, certo lo sapevamo. In proposito, per Einaudi, Franco De Benedetti, ha recentemente prodotto un’interessante retrospettiva dal titolo “La Guerra dei trent’anni – Politica e televisione in Italia 1975-2008” nella quale spiega chiaramente come il conflitto di interessi sia un cancro di cui il sistema mediatico italiano, in particolare quello televisivo, ha sempre sofferto, prima ancora dell’entrata in campo di Berlusconi, ed è sempre stato un problema innanzitutto politico. Ma che anzichè migliorare, potesse addirittura peggiorare, minando libertà di informazione e di opinione nel nostro paese, questo non lo si sarebbe creduto possibile”.

Senza però citare l’esempio estremo e unico di Berlusconi, in quasi tutte le democrazie l’interazione tra mass media e politica produce effetti deleteri. “Se nelle democrazie consociative, basate su sistemi elettorali proporzionali, si ha il fenomeno della autoreferenzialità, nelle democrazie maggioritarie, e in particolare nei regimi presidenzialisti, la politica-spettacolo dà luogo a forme di 'campagna negativa', basate sullo scandalismo e sull'attacco personale agli avversari, che diffondono cinismo e portano al rifiuto della politica da parte di larghi settori dell'opinione pubblica. L’informazione è un bene pubblico”.

Esiste una “terza via” tra il giornalismo fai da te, forse più democratico, sicuramente di minore qualità, parcellizzato e a basso costo, e i grandi gruppi monopolisti, collegati con la finanza e la politica? Occorre far nascere un giornalismo dal basso, non solitario, capace di unire le competenze e di trovare strade alternative di finanziamento.

Secondo Cagè esistono già nuove organizzazioni basate sulla forma no profit. “Un numero crescente di persone stanno sostenendo le formule no profit a favore dello sviluppo. Possiamo trovare diversi esempi di media no profit. Ed esistono varie forme di strutture e aggregazioni sociali di proprietà non commerciali. Esse hanno una governante diretta. I limiti del modello no profit: in Germania la più grande società di media è la Bertelsmann, è di proprietà della Fondazione Bertelsmann ed è un ente senza scopo di lucro. Il suo limite consiste nel fatto che i piccoli “donatori” non hanno nessun diritto di voto, e quindi la concentrazione di potere resta in un paio di mani”. La soluzione? “Lo sviluppo di società no profit rappresenta un quadro che si incrocia tra le imprese pubbliche e le fondazioni. L’impresa senza scopo di lucro deve investire su entrate surplus ogni giorno e rischia di essere sempre indietro con l’organizzazione, gli azionisti non sono ammessi, le tasse e i contributi fiscali non sono deducibili”. È necessario però un cambiamento di mentalità: “Oggi i donatori, attraverso il modello del crowdfunding, semplicemente offrono denaro; dovrebbero invece diventare a loro modo azionisti dell’impresa o almeno protagonisti della sua governance”. Una prospettiva interessante ma ancora poco esplorata.

Piergiorgio Cattani

Nato a Trento il 24 maggio 1976, dove risiede tuttora. Laureato in Lettere Moderne (1999) e poi in Filosofia e linguaggi della modernità (2005) presso l’Università degli studi di Trento, lavora come giornalista e libero professionista. Scrive su quotidiani e riviste locali e nazionali. Fa parte della Fondazione Fontana Onlus dal 2010. Dal 2013 è direttore del portale Unimondo. È attivo nel mondo del volontariato e della cultura come presidente dell’ “Associazione Oscar Romero”. Ha scritto numerosi saggi su tematiche filosofiche, religiose, etiche e politiche ed è autore di libri inerenti ai suoi campi di interesse. 

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