La verità sull’industria del latte

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Immagine: Comingsoon.it

Il latte, che fin dalla nascita ci accompagna come alimento principale per la nostra crescita e occupa il nostro quotidiano fin da quando siamo piccoli rappresenta la perfetta storia romantica di sviluppo, cura, naturalità. Peccato che poi, diventando adulti e consapevoli, diventi un alimento sempre più controverso… O no?

Forse non sempre, ma la filiera del latte è certamente una delle meno conosciute, verso la quale il nostro approccio rimane troppo spesso ingenuo e ignaro. Sappiamo davvero poco delle strade che percorre per giungere fin nelle nostre tazze, fino a quando scoppia d’improvviso qualche protesta che lo fa irromepre sulle scene, per il breve tempo in cui i riflettori si accendono sui suoi riflessi di velluto.

Conoscete il libro di Michael Pollan, Il dilemma dell’onnivoro? Se non è così, sarà probabilmente un consiglio di lettura gradito a chi si interessa di filiere alimentari e sostenibilità, che anche io anni fa ho accolto con interesse e gratitudine. Quello che emerge dalla sua inchiesta, incredibilmente intensa, è una verità decisamente scomoda, ma inevitabile da affrontare: il cibo a basso costo è una mera illusione. Da qualche parte, lungo la strada che lo porta fino a noi, qualcosa nel percorso si inceppa e qualcuno ne paga il prezzo al posto nostro: l’ambiente, penalizzato nella sua stessa sopravvivenza dal nostro disinteresse; i diritti dei lavoratori, raramente rispettati; la qualità stessa del prodotto, compromessa sotto molteplici aspetti.

Una considerazione per molti scontata? Magari sì, ma sempre più dirompente e per nulla inattuale. Basti pensare alle recenti proteste dei pastori sardi, il cui lavoro sconta le incoerenze di un sistema di produzione, trasformazione e consumo che, evidentemente, non funziona se la frustrazione porta a gettare via il frutto del proprio faticoso eppure appassionato impegno, piuttosto che svenderlo.Un gesto estremo e doloroso, ma a volte le azioni simboliche sono necessarie a smuovere le coscienze e a risvegliare la dignità… anche di chi compra. Perché dietro alla dolcezza del latte – da leggere, per capire meglio radici e ragioni, l’articolo di Carlo Petrini richiamato anche su Unimondo – ci sono guerrieri di territori dimenticati, che combattono per difendere scelte a volte anche difficili, ma esito di un rapporto consapevole con la filiera di cui si fa parte.

A capirci qualcosa in più di queste strade contorte ci ha provato anche Andreas Pichler, regista bolzanino, che lo scorso ottobre ha presentato il documentario The Milk System. Il film, che ha ricevuto tra gli altri riconoscimenti anche la menzione speciale di Legambiente al 21° festival Cinemambiente di Torino, denuncia i meccanismi intensivi di produzione del latte nel mondo e le sue ripercussioni su ambiente, uomini e animali. 

E a partire da assunti largamente condivisi, come quello che il latte sia sinonimo di salute e benessere e di conseguenza prodotto ideale per marketing e mercato, si scoprono risvolti inaspettati: incontrando contadini, politici, lobbisti, organizzazioni non governative e scienziati, la verità che emerge è tutt’altro che banale. Il sistema produttivo del latte, che nei nostri immaginari rimane foriero di immagini di purezza e innocenza, legate alla tradizione e a una dimensione locale dei ricordi e della produzione è, invece e ormai, un “top business product, amato in Europa ma anche in Cina, sempre più industriale anche nei sussidi di cui gode e nelle cifre da capogiro che fattura, calpestando a pié pari aspetti come la sostenibilità del processo e dei metodi o i diritti di animali e quelli dei lavoratori, che da protagonisti si riscoprono invece essere diventati fattori pressoché irrilevanti.

Un sistema ormai interconnesso a livello mondiale, di cui anche l’ambiente ne è vittima: ogni litro di latte prodotto equivale a ben tre litri di liquame. “Dove metterli?”, si chiede il documentario, e continua: “non è moralmente sbagliato allevare delle vacche dalla crescita accelerata e con un ciclo di vita sempre più breve, se il latte non è nemmeno lontanamente così sano come vuole farci credere l’industria?”

In gioco ci sono non solo gli interessi, ma anche le vite stesse dei singoli allevatori e produttori; ci sono i nostri habitat, le nostre campagne, il nostro tessuto sociale, la nostra salute e quella delle generazioni a venire. E se non vogliamo immaginarci un futuro esclusivamente industriale dobbiamo difendere e sostenere buone pratiche come quelle che anche noi proviamo a raccontarvi, essendo vigili e responsabili nelle scelte e nelle informazioni che raccogliamo. Perché se non cambia la mentalità dei cittadini, la crisi in Sardegna sarà solo una di molte a venire.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale. Collabora regolarmente con realtà che si occupano in particolare di divulgazione ambientale, aree protette e sviluppo sostenibile.

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