La svolta africana: nasce l’area di libero scambio più vasto al mondo

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Foto: umaizi.com

Nasce l’AfCTA, l’area economica di libero scambio più grande del mondo: 1,2 miliardi di persone e 54 paesi coinvolti. E si trova in Africa. Dopo un biennio di negoziati, ministri e capi di stato dell’Unione Africana hanno lanciato ufficialmente l’accordo, il cui scopo è rivoluzionare e rilanciare il commercio africano. Durante il vertice di Niamey del mese scorso anche la Nigeria, uno dei grandi paesi africani a non aver ancora aderito, ha sottoscritto l’intesa. Ora, dei 55 paesi del continente, manca all’appello soltanto l’Eritrea.

Obiettivo dell’accordo è favorire le aziende e le industrie africane, far ripartire il commercio intercontinentale e garantire una crescita dell’occupazione. Si tratta di un accordo storico e rivoluzionario. Oggi infatti il commercio intra-africano è una quota ampiamente minoritaria, intorno al 19%, rispetto alla totalità degli scambi commerciali dei paesi africani. L’intesa si concentra sulla riduzione delle tariffe commerciali, che penalizzano fortemente il commercio tra gli stati del continente mentre, per contro, molte tariffe in vigore grazie a specifici accordi commerciali, facilitano di gran lunga di più il commercio con i paesi europei.

Un’altra debolezza dell’economia africana è inoltre legata al fatto che molti paesi sono specializzati nell’esportazione di poche materie prime, diventando così vittime della volatilità dei prezzi sui mercati internazionali. Come analizza la rivista Affari Internazionali,“l’approfondimento del mercato africano dovrebbe favorire invece una maggiore diversificazione nell’export di molti stati e far emergere la significativa quota di commercio informale che ancora oggi travalica i confini imposti all’epoca della colonizzazione. Non a caso, il presidente del Niger Mahamadou Issoufou, che ha ospitato il meeting e ha avuto un ruolo chiave nei negoziati, ha affermato che l’Afcta abbatterà i confini ereditati dal passato coloniale dell’Africa”.

Secondo l’accordo, nel giro di 5 anni i paesi aderenti all’AfCFTA dovranno eliminare progressivamente le tariffe doganali sul 90 per cento di prodotti e servizi, con l’obiettivo di sviluppare del 52% un commercio intra-africano fortemente penalizzato negli ultimi decenni dalle economie europea e cinese.

Per quanto riguarda le relazioniEuropa-Africa, sono in atto le trattative per rinnovare gli accordi economici con i paesi del gruppo Acp (Africa, Caraibi, Pacifico) per un patto che succeda a quello di Cotonou, in scadenza nel 2020.

Il prossimo accordo dovrà tenere conto delle nuove evoluzioni. Nel marzo 2016 dal podio del Forum per il Futuro dell'agricoltura di Bruxelles, l’ex segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan indicava i sussidi agli agricoltori europei come una fonte di diseguaglianza planetaria, direttamente collegata alla povertà degli agricoltori dei paesi africani. Tuttavia i tempi sarebbero cambiati secondo Paolo de Castro, europarlamentare e Primo Vice Presidente della Commissione Agricoltura e sviluppo rurale del Parlamento europeo che afferma: “Soffia un vento nuovo nella cooperazione tra Europa e Africa e Bruxelles comincia a vedere il continente africano sempre di più come un partner di mercato, oltre che un obiettivo privilegiato delle politiche di sviluppo e cooperazione. Anche la Politica agricola comune, per decenni considerata parzialmente responsabile delle distorsioni del commercio internazionale che sono andate a svantaggio dei paesi meno avanzati, in particolare africani, sta contribuendo alla nuova strategia”.

Resta però l’estrema debolezza dell’economia di tanti paesi africani che, ferme restando le gravi responsabilità dei governi locali, di fatto sono schiacciati e impoveriti dall’esterno. Ne sono un esempio i predatori del “land grabbing”, il fenomeno dell’accaparramento delle terre da parte di aziende e stati che ha già sottratto ai paesi emergenti 71 milioni di ettari di terra. Una ferita aperta che spreme le risorse ambientali e alimenta la crisi dei migranti in Europa. La terra è venduta dai governi nazionali ad aziende o governi di altri paesi, senza previo avvertimento alle comunità locali che vi abitano, per coltivare, produrre, raffinare e ottenere guadagni. Le terre sono utilizzate per l’estrazione dei minerali o per grandi monoculture di prodotti destinati all’estero. E i contadini sono cacciati dalle loro case.

Il nuovo mercato unico africano potrebbe segnare un’inversione di tendenza e spingere gli stati africani ad adottare delle politiche agricole meglio capaci di valorizzare i saperi e le risorse locali. Quanto meno l’accordo mostra che la maggior parte dei leader africani sono convinti che solo un processo di integrazione politica ed economica continentale sarà in grado di aiutare le economie più deboli a crescere e sarà capace di negoziare con i partner stranieri migliori condizioni per uno sviluppo davvero sostenibile. Uno strumento fondamentale anche per la piena integrazione continentale e per la costruzione di un percorso di pace e sicurezza, in un continente caratterizzato da una forte incertezza politica ed economica.

Lia Curcio

Sono da sempre interessata alle questioni globali, amo viaggiare e conoscere culture diverse, mi appassionano le persone e le loro storie di vita in Italia e nel mondo. Anche per questo, lavoro nella cooperazione internazionale con il ruolo di comunicazione ed ufficio stampa per una Ong italiana. Parallelamente, mi occupo di progettazione in ambito educativo, interculturale e di sviluppo umano. Credo che i media abbiano una grande responsabilità culturale nel fare informazione e per questo ho scelto Unimondo: mi piacerebbe instillare curiosità, intuizioni e domande oltre il racconto, spesso stereotipato, del mondo di oggi.

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