La simbiosi tra uomo e ape: perché è necessaria?

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Foto: ultimatv.it

“Il miele, nettare di Afrodite, dorato tesoro della Terra, frutto dell’anima dei fiori e del lavoro delle api, era servito per addolcire la vita molto prima che venisse scoperto lo zucchero. Il sapore e l’aroma dipendono dai fiori che le operaie alate hanno succhiato”, parole sante scritte da Isabel Allende, che con estrema chiarezza e sintesi racchiudono l’essenza procreatrice del duro compito delle api. Le api non solo hanno il ruolo essenziale di fecondatrici del mondo vegetale, ma sono portatrici di un sentimento più profondo: durante tutta la loro vita viaggiano, esplorano e allacciano rapporti tra piante che altrimenti non potrebbero conoscersi, quali autentiche messaggere del miele della vita. Come chiosava il grande Victor Hugo: “La vita è il fiore per il quale l’amore è il miele”.

Ritorniamo ancora a parlare di api, perché la loro imprescindibilità per il nostro pianeta sta proprio nel ruolo di responsabili della fioritura delle piante, della loro riproduzione, e se vogliamo, del loro corteggiamento. Piante delle quali milioni di animali si alimentano. Per questo, come molti studiosi ammoniscono, se le api si estinguessero, all’uomo non resterebbero che pochi anni di vita, intorno ai 4 per l’esattezza, un’ipotesi ancora più apocalittica di qualsiasi previsione legata al fenomeno del cambiamento climatico.

L’importanza delle api e del loro nettare l’avevano già compresa gli antichi, e mi riferisco ai veri antichi, i preistorici. Infatti, un dipinto rupestre rinvenuto sulle pareti delle grotte di Araña, nei dintorni di Valencia (Spagna), mostra un uomo appeso a delle liane intento a infilare la mano in un nido di api selvatiche per ricavarne il prezioso miele. Si stima che il disegno sia stato realizzato circa 8 mila anni fa, ed è la testimonianza della prima interazione fra questi insetti e l’uomo. Rappresenta la prova che già da quell’epoca noi umani siamo disposti a correre il rischio per raccogliere quel delizioso tesoro dorato, così meticolosamente elaborato dalla “stomaco” delle api. La cosa ancor più sorprendente è che se i disegnatori delle pareti delle grotte dell'Araña (Patrimonio dell’Umanità dal 1998) avessero lasciato una scodella piena miele durante questi 8 millenni, è molto probabile che il professor Jaime Garì i Poch se la sarebbe potuta pure mangiare, quando scoprì le grotte all'inizio del XX secolo.

Tutto questo si deve alle proprietà eccezionali di auto-conservazione nel tempo del miele, unico alimento non preparato dall’uomo, che teoricamente potrebbe durare in eterno. Ma com’è possibile? Grazie alla combinazione armoniosa di tre fattori: il miele è uno zucchero, estremamente dolce (la cosa più dolce esistente in natura dopo i datteri) e come tale è igroscopico, cioè contiene poca acqua (circa un 15%), mentre può assorbire umidità, il che è però impedito dall’impeccabile metodo di conservazione in cellette di cera escogitato dalle api; il miele è parecchio acido, il suo pH è compreso tra 3 e 4,5 (7 è il livello neutro), e tale acidità mantiene alla larga microrganismi o batteri vari; in più è antisettico, vale a dire inibisce lo sviluppo di microrganismi infettivi o patogeni, proprio come l’acqua ossigenata. In poche parole, questo tesoro dorato, che riceve la protezione di vari dei, tra cui il dio maya Ah Muzenkab e lo stesso Zeus, è troppo dolce, troppo acido, ed incredibilmente antisettico, per permettere a una qualche estranea bestiolina di sopravviverci.

Non ci si dimentichi che il processo di produzione del miele è interamente naturale: le api bottinatrici (coloro che si occupano della raccolta del cibo) volano di fiore in fiore succhiandone il nettare (attraverso una bocca a forma di tubicino), il quale viene immagazzinato in una specie di sacca interna, chiamata borsa melaria; qui, il nettare viene unito a degli enzimi - propri delle api - che concorrono alla sua trasformazione in miele. Una volta riempita la borsa tornano a casa, dove passano il nettare ad altre api che trovano all’ingresso dell’arnia. Anche queste ultime partecipano al processo di trasformazione del nettare e infine collocano il liquido in apposite cellette. Grazie alla temperatura alla quale il liquido viene mantenuto, ma soprattutto grazie alla ventilazione alla quale l’arnia è esposta, parte dell’acqua contenuta evapora. Il liquido diventa quindi uno sciroppo, più denso, più dolce e meglio conservabile nel tempo. Sì, perché in virtù della bassa concentrazione di acqua, l’elevata presenza di zuccheri e le particolari sostanze aggiunte dalle api, il liquido diventa un alimento nel quale non prosperano né batteri, né muffe, né lieviti. A questo punto il miele è pronto e le api concludono il loro minuzioso lavoro sigillando la celletta con un piccolo tappo di cera (opercolo), come a voler formare un barattolino, che permette al miele di non riassorbire umidità dall’esterno e di non essere sporcato con sostanze contaminanti. Solo allora l’apicoltore potrà eseguire la raccolta, asportando delicatamente la cappa di cera ed estraendo il miele per mezzo della forza centrifuga.

Rievocando la storia, si denota come il miele abbia accompagnato tutte le grandi civiltà del passato, le quali ne hanno sempre elogiato i grandi pregi. Su una tavoletta di argilla di Nippur, il centro religioso dei Sumeri nella valle dell'Eufrate, che risale al 2000 a.C. circa, si è scoperta una scritta che parla di un rimedio per curare le ferite attraverso il miele. Nell'Antico Testamento, la terra di Israele è spesso chiamata "la terra che scorre con latte e miele". E ancora, il grande guerriero cartaginese Annibale diede al suo esercito miele e aceto quando attraversarono le Alpi sugli elefanti per combattere contro l’Impero Romano. Anche per la medicina cinese il miele ha un carattere equilibrato (non è Yin né Yang) e agisce secondo i principi dell'elemento Terra, entrando nei polmoni, nella milza e nei canali intestinali: durante la dinastia Zhou orientale (770-256 a.C.), una delle squisitezze riservate alla famiglia reale era una miscela di miele e larve di api. E, infine, nell'antico Egitto, dove i faraoni intraprendevano il loro viaggio per l'altro mondo, sempre carichi di miele. In varie occasioni, nelle antiche tombe egiziane, gli archeologi hanno trovato vasi di miele perfettamente conservati dopo migliaia di anni.

Se da un lato l’ape è una delle specie più importanti del nostro ecosistema - il più importante impollinatore in natura (secondo la FAO il 71% delle colture esistenti e il 65% del fabbisogno alimentare umano mondiale) e garante della biodiversità – dall’altro è anche una delle specie più a rischio, sempre più minacciata dall’uso di pesticidi e acaricidi in agricoltura, e dagli effetti del cambiamento climatico come l’inquinamento. Le cause principali includono la deforestazione massiccia, la carenza di luoghi sicuri per i nidi, la mancanza di fiori, l'uso incontrollato di pesticidi, le onde prodotte dalla telefonia mobile, il cambiamenti nei suoli. Nel 2019 gli scienziati dell’Istituto Earthwatch di Londra hanno concluso che le api sono l'essere vivente più importante del pianeta, tuttavia, sono già entrate nella categoria a rischio di estinzione. Le api di tutto il mondo sono vittime di costanti morie, e stanno scomparendo dai nostri boschi, con diminuzioni che arrivano fino al 90% secondo gli ultimi studi (del 36% solo nel periodo dal 1980 al 2010). Anche in Italia le api non volano più, facendo crollare la produzione di miele, quest’anno in calo del 40%, con punte del 70% in alcune province. Per questo nel 2017 le Nazioni Unite hanno dichiarato il 20 maggio Giornata mondiale delle api. Sono state proposte petizioni, ma sensibilizzare non basta.

Per proteggere uno degli animali più preziosi per la salvezza del pianeta dobbiamo agire. Smettiamo di usare pesticidi, piantiamo fiori e abbelliamo i nostri giardini; compriamo miele da apicoltori locali, puro e da coltivazioni biologiche, ricco di proprietà benefiche per la salute dell’organismo, ottimo per idratare pelle e capelli, e per un sacco di altre applicazioni cosmetiche. Sosteniamo le iniziative a favore di queste magnifiche creature, possiamo perfino adottare un alveare. Perché senza quel ronzio inconfondibile, forse i nostri campi sarebbero più silenziosi, ma sarebbe un silenzio innaturale, aberrante, ancorato a un impulso nostalgico che poco a poco farebbe spazio a un terrore ripugnante. E così, silenziosamente, si spegnerebbe tutto il resto, come la fiamma di un lume ad olio.

Marco Grisenti

Mi chiamo Marco Grisenti e sono da poco entrato nell’arcano capitolo dei 30. Nato a Bolzano, cresciuto in Trentino, durante gli anni universitari, appena potevo, partivo per qualche meta Europea, abbattendo barriere fuori e dentro di me. Ho vissuto in Inghilterra, Estonia, Spagna, Lussemburgo, stretto amicizie con mondi altrimenti estranei, imparato qualche lingua e giocato al fuggitivo. Laureato in Analisi Finanziaria, nel 2014 ho passato un anno in Unicredit a Milano, impotente di fronte a tante domande. Dopodiché hanno iniziato a brillarmi gli occhi: nel 2015 in Guatemala ho lavorato per una ONG impegnata nello sviluppo di imprese sociale. Da fine 2015 vivo a Quito e lavoro come analista per Microfinanza Rating realizzando valutazioni finanziarie e di impegno sociale a organizzazioni di microcredito in America Latina. Credo in un mondo piú equo, ma sono giá follemente innamorato di questo. Per Unimondo cerco di trasmettere, senza filtri, la sensibilitá che incontro quotidianamente. 

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