La politica climatica “in via di sviluppo”

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Foto: Euractiv.com

Normalmente i leader mondiali annunciano i nuovi finanziamenti per la battaglia contro il cambiamento climatico durante la annuale Conferenza delle parti dell’United Nations framework convention on climate change (Unfccc). Quest’anno la COP25 dell'Unfccc avrebbe dovuto tenersi a Santiago del Cile, ma l’appuntamento è saltato a causa delle gigantesche proteste contro il governo del presidente Sebastián Piñera che ha dovuto passare il testimone a Pedro Sànchez e al governo spagnolo che ha dato la sua disponibilità ad organizzare la conferenza climatica dell’Onu a Madrid dal 2 al 13 dicembre. Sarà questa l’occasione per verificare il reale impegno dei 27 Governi di Paesi “sviluppati” che durante la conferenza per la raccolta fondi del Green Climate Fund (GCF) tenutasi lo scorso mese a Parigi, hanno promesso 9,8 miliardi di dollari per reintegrare un fondo delle Nazioni Unite che aiuta i Paesi in via di sviluppo a ridurre le loro emissioni di carbonio e ad adattarsi agli impatti dei cambiamenti climatici. 

Il GCF è stato istituito nel 2010 e finora ha stanziato 5,2 miliardi di dollari per progetti di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici in tutto il mondo. Nel 2014, con Barack Obama alla Casa Bianca, gli Usa da soli finanziarono più fondi nel GCF rispetto a qualsiasi altro Paese, ma nel 2016 è arrivato Donald Trump e ha subito ritirato 2 dei 3 miliardi di dollari promessi dagli Usa e si è rifiutato di contribuire ulteriormente al fondo provocando così un grosso buco nelle casse del GCF che fortunatamente è stato colmato dai Paesi europei. I contributi al GFC restano aperti ed è probabile che nei prossimi mesi altri governi si impegneranno economicamente, ma al momento il valore totale di questi impegni supera i 9,3 miliardi di dollari promessi nell’ultimo round del 2014, nonostante l’assenza questa volta degli Stati Uniti e dell’Australia. Tredici Paesi, compresa l’Italia, hanno promesso più di quello che hanno fatto cinque anni fa: il Regno unito è passato da 1.211 a 1.852 miliardi, la Francia da 1.036 a 1.794 miliardi, la Germania da 1.003 a 1.690 miliardi, la Svezia da 581 milioni a 853 milioni, la Norvegia da 272 a 434 milioni e l’Italia da 334 a 350 milioni, mentre il Belgio ha approvato una risoluzione parlamentare che chiede di raddoppiare il contributo del Paese a 45 milioni di dollari.

Secondo Joe Thwaites, analista di finanza climatica del World Resources Institute, “Ulteriori impegni potrebbero venire da alcune delle nazioni in via di sviluppo che hanno contribuito al fondo nel 2014, come il Messico e il Perù. Dal loro punto di vista, ha perfettamente senso aspettare e vedere cosa faranno i Paesi che hanno l’obbligo formale di contribuire”.  Intanto aumentano le pressioni sui Paesi che non hanno aumentato gli importi degli impegni presi nel 2014, come il Canada, dove il premier liberal democratico Justin Trudeau, da poco rieletto alla guida del Paese, ha confermato l’impegno a finanziare il GFC con 300 milioni di dollari canadesi, che nel 2014 equivalevano a circa 229 milioni di dollari statunitensi e che ora valgono meno. Per Liane Schalatek, direttrice associata della Heinrich-Böll-Stiftung, “Per un Governo come il governo Trudeau, che è orgoglioso di portare avanti l’agenda climatica, penso che questo non sia assolutamente abbastanza. Ora che le elezioni sono finite, non c’è nulla che impedisca al governo canadese di aumentare il proprio contributo al GCF”.  

Quello che sembra ormai perduto è invece il contributo a stelle e strisce, visto che Trump ha recentemente confermato l’uscita degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi il 4 novembre 2020, il giorno dopo le prossime elezioni presidenziali negli Stati Uniti, in cui Donald Trump proverà ad ottenere un secondo mandato dai cittadini americani. Una scelta elettorale? Forse, tuttavia sembra più una mano tesa verso un modello economico e i suoi ricchi ed influenti esponenti, visto che stando ad una recente analisi della Yale University  “quasi il 70% degli americani, e la maggioranza in ognuno dei 50 Stati Usa, sostengono la partecipazione del loro Paese all’Accordo di Parigi”. Secondo Michael Brune, direttore esecutivo del Sierra Club, che con 3.5 milioni di soci e sostenitori è la più diffusa e autorevole associazione ambientalista statunitense, l’uscita statunitense dall’Accordo di Parigi dimostra che “Donald Trump è il peggior presidente della storia per il nostro clima, la nostra aria e la nostra acqua. Ancora molto tempo dopo che Trump non sarà più in carica, la sua decisione di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo di Parigi sarà vista come un errore storico. Trump ha ancora una volta dimostrato di essere più interessato a soddisfare gli interessi dei peggiori inquinatori del mondo che ad ascoltare il popolo americano”. Un’opinione condivisa anche da Mitch Bernard, presidente del Natural Resources Defense Council, secondo il quale “Andarsene dall’Accordo di Parigi è un errore grave e sconsiderato. Ne pagheremo tutti il ​​prezzo e nessuno più dei nostri figli”. Come mai? “Semplicemente perché dal 2014 gli Stati Uniti hanno registrato oltre 400 miliardi di dollari in costi per disastri climatici e climatici. La nostra economia è sulla strada giusta per perdere centinaia di miliardi di dollari a causa degli impatti climatici”. 

Ma nel mondo ambientalista c’è chi rimane ottimista. Per Annie Leonard, direttrice esecutiva di Greenpeace Usa, "L’industria delle energie rinnovabili sta crescendo in modo esponenziale" e "Il bon senso del progresso energetico continuerà con o senza Donald Trump”. Come? Secondo il presidente del Wwf Usa Carter Roberts, se è vero che l’attuale approccio del governo federale degli Stati Uniti nei confronti dei cambiamenti climatici “rappresenta il più grande ostacolo alla conservazione di un futuro stabile per la vita sulla Terra” e anche vero che “La politica climatica di questa amministrazione sta andando nella direzione opposta grazie alla crescita di coalizioni bipartisan al Congresso e alla maggioranza delle imprese, città e Stati del Paese. Molte di queste entità, che rappresentano più della metà di tutti gli americani, si sono impegnate a continuare a lavorare per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, indipendentemente dalla politica federale”. Queste forze, insieme, tra gli altri, a tribù, gruppi religiosi, istituzioni culturali, ci danno la speranza che un giorno l’approccio di questa Amministrazione sarà forse ricordata come una sciocchezza temporanea, ma questo lo sapremo solo dopo le 59esime elezioni presidenziali nel novembre 2020.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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