La lezione di Annamaria: educazione, impegno, azione

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Qualche giorno fa sono andato a trovare la signora Annamaria Agnini, classe 1935, conosciuta oramai come la nonnina che una domenica di fine luglio si era piazzata fuori dalla chiesa della cittadina di Arco, in Trentino, con un cartello con  scritto "Io cristiana dico sì ai migranti, nel mio paese e nella mia casa". Io, Paolo & Paolo, (al secolo Paolo Serra e Paolo Perini) eravamo partiti con la speranza di incrociarla proprio lì in piazza ma all’altezza di Dro, un paese nelle vicinanze, da  Arco ci facevano sapere che, dato il clamore suscitato dal suo gesto, la signora aveva preferito rimanersene a casa. Noi però ci tenevamo a conoscerla; in questa Italia dove il razzismo sta diventando figo, il modo semplice e spontaneo con cui ha risvegliato le coscienze di tante persone meritava un riconoscimento, almeno un grazie. Così “bomba o non bomba” siamo arrivati ad Arco. Ci siamo presentati  a casa sua,  benché non attesi: siamo stati fortunati, ci ha aperto la porta sorridente e ci ha fatto accomodare. Mentre ci versava un succo al mirtillo, le abbiamo detto che eravamo lì per ringraziarla per il suo gesto, per quel cartello che lei teneva appeso al vecchio bastone di una scopa, riposto in un armadio. Le abbiamo raccontato che quella mattina in piazza ad Arco e anche a Trento nei giorni precedenti (e tutt’oggi) si radunavano diverse persone che esponevano cartelli simili al suo. Annamaria, senza eccessivo imbarazzo ma comunque grata e contenta della nostra visita, contenta soprattutto del fatto che il suo gesto avesse ispirato altre persone a seguirne l’esempio, ha cominciato così a parlare della necessità di tornare nelle piazze. Lei, così come suo fratello, che ora non c’è più, sono sempre stati “impegnati”, ma anche dei tanti cristiani che andavano la domenica a messa per poi tornare a casa fregandosene di come va il mondo.

“Essere cristiani - parole sue - e cattolici è un impegno!”. Non basta pregare in chiesa, bisogna agire nel mondo, nella società, altro che crocefissi appesi ai muri. Gesù lo si incontra in preghiera ma anche lottando per rendere il mondo in cui viviamo più degno, giusto, bello, pulito, buono. Mi trovavo di fronte a un’involontaria maestra di politica e società.

Abbiamo chiacchierato un’ora parlando di religione, del valore dell’educazione e del suo scopo ultimo, vale a dire formare persone consapevoli, empatiche, che sanno dare un valore di giustizia alle loro azioni, mentre oggi tutti sono perseguitati da un eccessivo spirito di competizione che equivoca il successo con la felicità il che rende infelici e ansiosi, poiché le nostre esistenze più segnate dalle sconfitte che dalle vittorie, e quindi cattivi. Da questo punto di vista, in effetti, la nostra voglia di prendercela con chi ha la pelle nera è un modo per sfogare un’insoddisfazione diffusa, una paura che alla fine genera un “odio” verso un capro espiatorio, sacrificato per assorbire questa nostra ansia.

Più parlavamo, più allargavamo la discussione ad altri temi che non c’entravano nulla con il razzismo. Non all’apparenza, almeno. Perché il razzismo è lo sfogo di un limite culturale ed educativo. E quindi cosa c’entra la “bravata delle uova” lanciate addosso a Daisy Osakue con il razzismo? C’entra c’entra, perché un uovo lanciato addosso ad una persona da un auto in corsa, una bambina colpito al volto da un piombino sparato da una pistola ad aria compressa perché Rom, un insegnante pestato da genitori che lo accusano di aver bocciato il figlio, sono il conto che la società ci presenta per aver sbagliato modelli educativi, per aver trascurato il valore delle relazioni, per aver ridicolizzato come “antiche” e fuori tempo la buona educazione, il rispetto e l’umiltà. I tanti episodi di razzismo verificatisi in queste settimane non sono, in fondo, una tipologia di bullismo? Stiamo cioè parlando di atti di violenza compiuti da persone dalle menti fragili che attraverso la violenza mascherano una loro mancanza di cui si vergognano. Così si dà un pugno all’insegnante per negare un proprio fallimento (una bocciatura) o si spara ad un migrante per esorcizzare qualcosa che spaventa (e non è solo una questione di “pelle nera” ma anche di povertà: temiamo cioè di diventare poveri come lo sono coloro che arrivano con i barconi dall’Africa e per questo li cacciamo e li pestiamo).

Parlando con Annamaria, da una parte capivo cosa bisognava fare e dall’altra mi chiedevo se siamo ancora in tempo, perché non è che siamo arrivati a questo punto così, dall’oggi al domani. Tante sono state le trasformazioni avvenute in questi anni, scendere in piazza è senz’altro giusto ma può bastare? Oltre la reazione deve venire un’azione per la quale è necessario un pensiero, un’idea proattiva.

Ci congediamo da Annamaria con una sua ultima raccomandazione: “Per favore, non voglio né apparire, né diventare un personaggio, ho solo gettato il sasso in uno stagno che non è il mio”, come per dire che siamo noi, generazioni dell’oggi e del domani, che viviamo in quello stagno a doverlo smuovere, a far sì che le acque tornino pulite e trasparenti.

Giusto, però Annamaria con la sua lezione ci ha dato una mano con delle parole chiave: educazione, impegno ed azione. Partiamo da questi principi per costruire modi nuovi di stare assieme che non permettano più il risorgere di quei demoni che nel passato hanno decimato la nostra nazione tra guerra e violenza di regime, non prima di averne infangato storia e onore.

Pasquale Mormile

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