La guerra fa male anche alla biodiversità

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Foto: Unsplash.com

Ci ho messo un po’ a decidere se scrivere o meno questo pezzo. A poche settimane che dilatano un tempo infinito dall’inizio della guerra, non so ancora se sia il caso. Perché in effetti ci sono momenti in cui, quando le bombe devastano famiglie e minacciano la stabilità mondiale, parlare di animali e di natura può sembrare fuori luogo. E ancor più può sembrarlo se gli animali e la natura in questione sono proprio in quelle zone dove la follia della guerra imperversa. Poi però ci ho riflettuto, anche in seguito a uno scambio di opinioni con il Direttore. E ho deciso di parlarne, perché se la guerra è pur sempre un telo nero che soffoca fiducia, ottimismo, prospettive e speranze, non possiamo lasciarle il potere di oscurare anche quegli spazi di attenzione che proprio la natura merita, padrona di casa indiscussa di questo mondo che, in un modo o nell’altro, proprio non riusciamo a non devastare.

Alle scuole elementari, nell’ora di geografia studiavamo che il continente Europeo a est è delimitato dalla catena degli Urali: un limite naturale che, “al di qua”, include anche una parte della Russia. Con la guerra la natura ha in effetti in comune una cosa: è questione di confine. L’Ucraina, per una strana beffa del destino, ospita habitat di frontiera in cui si mescolano specie asiatiche e specie europee, che rischiano l’estinzione assieme alla ricchezza di una terra fertile da troppo tempo messa a dura prova dai conflitti, non solo in queste settimane (menzionare la catastrofe di Cernobyl è sufficiente, soprattutto per le pesanti ricadute abbattutesi anche sull’avifauna e di gran lunga oltre i confini del Paese). 

Per il Paese granaio d’Europa – lo stiamo capendo più che mai in questi giorni – Zelensky aveva annunciato dopo la COP26 un piano di riforestazione che avrebbe dovuto rimediare almeno in parte a enormi opere di disboscamento (più di un milione di ettari di boschi negli ultimi 20 anni), programma bruscamente interrotto dagli eventi recenti, che forse avrebbe potuto migliorare la situazione almeno per il bisonte, il più grande mammifero europeo che da tempo non pascola più a queste latitudini perché decimato dalla caccia e dal bracconaggio, nonché dalla perdita del suo habitat naturale (per ora reintrodotto con successo in Romania, Slovacchia e Polonia). Destino diverso invece per il tarpan, uno degli ultimi cavalli selvatici asiatici, ormai considerato estinto (nonostante alcuni tentativi di incroci e una sporadica presenza di suoi discendenti in Mongolia).

Una massiccia conversione del suolo a favore di prodotti economicamente più redditizi e destinati all’esportazione che non ha risparmiato i mammiferi più piccoli (come scoiattoli e criceti selvatici, fortemente dipendenti dall’ecosistema della steppa e gravemente minacciati di estinzione) e nemmeno la varietà della copertura forestale (che in Ucraina è del 19%), impoverendone la biodiversità di abeti, faggi, querce, aceri, ontani, betulle e pioppi. Conifere e latifoglie che costituiscono l’habitat dell’alce eurasiatico e del castoro, entrambi in difficoltà a causa della caccia indiscriminata e ora messi ancor più a dura prova dalle condizioni attuali di dissesto non solo idrogeologico, ma anche geopolitico.

Ci rendiamo conto che in un’economia di scala gli eco-impegni scivolano purtroppo – per motivi umani, troppo umani – nei gradini più bassi. Non siamo qui per dire cosa sia giusto e prioritario in un contesto troppo complesso da interpretare con un solo punto di vista per dinamiche, attori, portata internazionale delle relazioni messe in campo e crisi umanitaria inesorabilmente provocata. Ma ci commuoviamo per veterinari e volontari di rifugi per animali che, pur minacciati dai bombardamenti, non vogliono lasciare incustoditi e senza cure le vite dei loro ospiti. E questo ci rende evidenza di un fatto: la nostra vicinanza emotiva non dipende dal fatto che ci siano numerose vittime coinvolte, ma dalla familiarità che con quelle vittime abbiamo. Uomini e animali domestici fanno parte del nostro quotidiano vivere, mentre per i selvatici, proprio perché più schivi e “lontani”, non proviamo altrettanta empatia. Eppure dovremmo. Perché la catena della vita ci lega indissolubilmente gli uni agli altri, e quando – e tutti ci auguriamo al più presto – questa tragedia vedrà la fine e sarà il tempo di ricostruire, non avremo bisogno solo del giallo dei campi coltivati e del blu di un cielo finalmente limpido dai fumi della distruzione (che non a caso sono i colori della bandiera ucraina), ma avremo bisogno anche di recuperare habitatindispensabili alla sopravvivenza.

Anna Molinari

Giornalista freelance e formatrice, laureata in Scienze filosofiche, collabora con diverse realtà sui temi della comunicazione ambientale. Gestisce il portale www.ecoselvatica.it, progetto indipendente di divulgazione filosofica in natura attraverso laboratori e approfondimenti. È istruttrice Master CSEN di Forest Bathing. A dicembre 2020 è uscito il suo primo libro, Ventodentro. Come redattrice di testata si occupa principalmente di tematiche legate a fauna selvatica, aree protette e tutela del territorio e delle comunità locali.

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