La frase d’amore più vera, l’unica, è: “Hai mangiato?”

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Foto: Cdn-30-skcir

Nessuno può fare per te ciò che tu puoi fare per te stesso”. Poche semplici parole che servono a ricordarci quanto potere abbiamo – inespresso, intra-visto – per rendere migliori le nostre vite psichiche, spirituali, sociali. Troppo spesso però dimentichiamo come questo stesso potere valga anche per la nostra salute. Non siamo più abituati ad ascoltarci, a prestare attenzione ai segnali che il nostro corpo ci trasmette e a viverci in relazione all’universo di cui siamo parte.

Un approccio che invece caratterizza la medicina ayurvedica e le medicine tradizionali, a volte assimilate più a uno stile di vita che a una scienza medica e quindi per questo spesso erroneamente sottovalutate nelle loro potenzialità trasversali. A fare chiarezza ci pensa il dott. Paolo Scartezzini, etnofarmacologo e appassionato studioso di biologia e di ayurveda, filone di approfodimento che ha seguito fin da giovane, avvicinandosi anche allo studio del sanscrito. Pur canonizzata in India come medicina completa, i suoi fondamenti sono presenti ovunque e quindi non appartengono a una specifica area geografica o etnia.

Sono concetti essenziali, semplici, eppure non scontati, soprattutto per quanto riguarda l’approccio “occidentale” alla salute. Un punto di vista che fa suo il motto “minimo sforzo, massimo risultato”, puntando a risparmiare risorse a partire dall’imitazione della natura, che nella sua essenzialità trova sempre le strade più efficaci ed economiche per ottenere i risultati migliori. Come si traduce questo per l’uomo? Di fatto in semplici accorgimenti come svegliarsi e andare a letto presto, essere regolari negli orari dei pasti e nelle quantità per preservare la qualità del plasma, idratarsi spesso e correttamente. Suggerimenti apparentemente non originali, ma così rari nelle nostre quotidianità affollate di ansie, stress e frenesie. “Mangiamo in piedi per diventare silos vuoti, commenta Scartezzini, e quest’immagine riassume egregiamente il senso dei nostri sforzi, tesi per lo più a dimenticare le buone abitudini che accompagnano l’uomo fin da sempre e a riporre invece la nostra totale fiducia nella cura a danno ormai avvenuto.

La medicina ayurvedica, come tutte le medicine tradizionali, è una fonte di informazioni molto ricca, che porta con sé esperienze della tradizione e della cultura che non di rado anticipano le scoperte della scienza: il sistema linfatico cerebrale, per esempio, è una scoperta recente della medicina classica, ma è un concetto ben presente nella medicina ayurvedica, che fa riferimento a operazioni di “drenaggio del cervello” per favorire l’apertura dei canali i cui blocchi sono le principali cause delle malattie degenerative.

Un rapporto tra la medicina occidentale e quella ayurvedica è dunque ipotizzabile? Sì, se si agisce in un’ottica di integrazione, provando a ricordare ciò che un’evoluzione frenetica del nostro modo di vivere ci ha fatto dimenticare. Perché l’ayurveda, soprattutto nella sua metodica diagnostica, è una medicina di tipo preventivo, in grado di identificare fasi totalmente asintomatiche prima della manifestazione del sintomo stesso, che ricalca la creatività della natura nell’elaborazione di approcci non inquinanti: pensiamo ad esempio all’uso dei solventi per le analisi del sangue… quanto della medicina “occidentale” sottovalutiamo, nel suo modo di compromettere il futuro delle prossime generazioni?

Vale la pena a volte riavvicinarci a una medicina del contatto: tante malattie, tumori compresi, non vengono diagnosticate in tempo perché il medico non tocca più il paziente, quando invece il contatto fisico è la prima forma di diagnosi in ayurveda: si ascoltano le frequenze dell’arteria radiale del polso… perché anche noi, come la natura, “suoniamo” in base a come stiamo. Come si distingue il suono del vetro da quello del legno, anche le frequenze del corpo sono decodificabili. A che scopo principalmente? Puntare sulla salute prima che sulla malattia: invece che prendere la malattia e portarla fuori si prende la salute e la si porta dentro”. E proprio da questo nasce uno stato di benessere ottimale: da un equilibrio tra “dentro” e “fuori”, tra corpo, mente ed emozioni… L’ayurveda è una medicina che si occupa anche delle ricadute sociali, perché considera la connessione tra la salute del singolo e quella della comunità. Un approccio interessante che tiene come riferimento l’ayurveda di Maharishi, fisico indiano che ha rivitalizzato la disciplina, raccogliendo elementi dai depositari di questa conoscenza frammentata e ridandole vigore grazie anche alle ricerche scientifiche, che puntano sempre più a considerare l’ayurveda non semplicemente la “scienza dei massaggi” a cui ci si limita in occidente, ma un complesso di arti (dalla musicoterapia all’architettura alle terapie diagnostiche) che si prendono cura del nostro benessere in maniera olistica e naturale.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale. Collabora regolarmente con realtà che si occupano in particolare di divulgazione ambientale, aree protette e sviluppo sostenibile.

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