La forma dell’acqua? La carenza…

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Foto: Libertas.sm

La forma dell’acqua” è l’ultimo successo cinematografico del regista Guillermo Del Toro, una storia d'amore che ruota attorno alla diversità dei protagonisti e all’acqua quale elemento fondamentale per far “emergere” il messaggio antirazzista della storia. Fuori dalla metafora offerta da Del Toro con la sua pluripremiata pellicola, la forma di questo elemento essenziale per la vita sulla terra è diventata la sua carenza, un problema sempre più pressante per l’intera umanità e che deve oggi fare i conti con un consumo globale aumentato di 6 volte in 100 anni, cioè due volte più della crescita demografica globale. Sempre più spesso si sente così parlare di "stress idrico", un problema che si verifica quando la domanda d’acqua non può essere soddisfatta a causa dei limiti di accesso alla risorsa e il calo nella sua disponibilità o della sua qualità. Un problema esacerbato dai cambiamenti climatici, dall’inquinamento, dagli interessi delle multinazionali, dall’assenza di risorse finanziarie e infrastrutturali, oltre che dalla spesso totale assenza di una gestione politica oculata e pubblica di questo prezioso bene comune.

Per questo durante l’ultimo World Water Forum, conclusi lo scorso 23 marzo a Brasilia, il direttore generale della Fao, José Graziano da Silva, ha ricordato al mondo che oggi i “Due terzi della popolazione mondiale soffrono di gravi penurie di acqua durante almeno una parte dell’anno. Questo ha un impatto particolarmente pesante sulle persone che dipendono dall’agricoltura e alcuni, in particolare i più poveri, non vedono altra alternativa che la migrazione e la ricerca di mezzi di sussistenza migliori. Ma la migrazione dovrebbe essere una scelta e non l’unica opzione che resta a causa dell’assenza d'acqua”. Una riflessione che ben sintetizza il recente studioWater stress and human migration: a global, georeferenced review of empirical research” presentato proprio in quest’occasione in Brasile da Fao, Oregon State University e  Global Water Partnershipnel quale sono stati messi a fuoco i legami tra l’acqua e le migrazioni analizzando i risultati in termini di dati demografici, temperature di superficie e  precipitazioni di oltre 100 rapporti dettagliati sul tema.

Secondo Eduardo Mansur, direttore della divisione terre e acque della Fao, “Analizzare le tendenze relative alla penuria di acqua e impegnarsi nella prevenzione sono azioni particolarmente importanti che permettono di intervenire in tempo ed attenuare le pressioni che provocano le migrazioni forzate. Di fronte a un disagio su vasta scala, permettere un adattamento proattivo prevenendo il rischio di crisi idriche è una strategia più efficace e sostenibile che offrire una risposta umanitaria a posteriori”. In questo quadro il rapporto fa notare come anche l’impatto dei migranti sullo stress idrico delle regioni verso le quali migrano merita un’attenzione particolare, visto che molti insediamenti informali votati all’accoglienza dei migranti “comportano spesso un utilizzo inefficace dell’acqua, che danneggia i cicli idrologici locali, perturbando i sistemi tradizionali di conservazione dell’acqua”.

Che fare? Per il team dell’Unesco che a Brasilia ha presentato il “World Water Development Reportesistono delle alternative già disponibili per fare in modo che la natura venga utilizzata per migliorare la gestione delle risorse idriche, e si basano principalmente sulla conservazione e la tutela degli ecosistemi naturali. Secondo Stefan Uhlenbrook, coordinatore dello studio “la natura sa cosa fare, ma ci sono dei limiti su quanto possiamo sfruttarla. Presto l’ecosistema avrà raggiunto la sua capacità di sopportare tutto il degrado che si sta verificando”. Per questo occorre proteggere i nostri sistemi idrici “informando meglio la popolazione e migliorarondo le partnership con i governi e gli investitori” perché anche per attivare le soluzioni più naturali “è necessario un sostegno finanziario che non è sempre sufficiente”. Oggi il cambiamento climatico va di pari passo con il cambiamento del ciclo idrologico e i costi delle catastrofi naturali sono aumentati drammaticamente rispetto agli anni ’90. Per questo ha concluso Uhlenbrook “I governi nazionali non dovrebbero avere un budget basso quando fanno investimenti nelle infrastrutture idriche. La prevenzione è sempre più economica” e anche "l’Agenda 2030 e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu saranno raggiunti solo se sarà pienamente compresa la relazione di causa ed effetto tra l’acqua e gli altri settori”.

Un avvertimento che riguarda anche il Belpaese visto che il 2017 ha rappresentato per l’Italia un anno di grande siccità, con precipitazioni ridotte e anche l’anno in corso mostra criticità: “Il paradosso non più sostenibile - ha spiegato Massimo Gargano, direttore generale dell’ Associazione nazionale dei consorzi per la gestione e la tutela del territorio e delle acque irrigue (Anbi) - è che, nonostante il maltempo e le abbondanti nevicate, il bilancio idrico del Paese resta deficitario anche nel 2018 e si guarda sempre più spesso con preoccupazione all’arrivo della bella stagione”. Per questo i Consorzi di bonifica, unitamente alle Autorità di distretto idrografico ed agli enti territoriali, si stanno adoperando per fare fronte ad una situazione di “costante e latente emergenza”. I dati diffusi il 14 marzo dall’Anbi indicano che, al Nord, tutti i grandi laghi restano sotto la media stagionale con i bacini d’Iseo e di Como addirittura sotto lo zero idrometrico. Non va meglio al Sud, dove i bacini segnano livelli largamente inferiori a quelli degli anni scorsi specialmente in Sicilia, “dove i principali invasi contengono poco più di 89 milioni di metri cubi d’acqua contro gli oltre 400 milioni di un anno fa e addirittura i quasi 593 milioni del 2010”. 

Per l’Anbi ogni occasione è buona per ricordare alla politica la necessità di superare le lentezze burocratiche e avviare concretamente il Piano nazionale invasi, un cui primo finanziamento è già previsto nella Legge di Stabilità 2018. “Snellire la burocrazia, monitorare le ragioni dei ritardi di pianificazione, un'efficace programmazione ed operatività: sono tutti obiettivi da raggiungere in fretta” per promuovere uno sviluppo che passa anche dalla difesa del suolo e dalla disponibilità di risorse idriche in tutta la penisola.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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