La cooperazione internazionale è in lutto

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La cooperazione internazionale è in lutto. Sul Boeing 737 Max dell’Ethiopian Airlines questa sfortunata domenica di marzo c’erano soprattutto volontari, cooperanti e operatori umanitari, tra cui sette italiani. Tanti li hanno definiti, e a ragione, come il nostro orgoglio nazionale e il volto migliore della nostra Italia. Io li definirei provocatoriamente uno “strano popolo”, di cui anche io faccio parte in quanto operatrice di una ong di cooperazione internazionale, e per dettagliare meglio mi rifaccio a quanto scritto da Riccardo Bonacina direttore di Vita: quello strano popolo che “non ha ancora dimenticato il terzo motto della Rivoluzione francese” – la Fraternità – e che sa che senza di questa, i valori della libertà e dell’uguaglianza sono parole al vento, prive di concretezza. 

Su questa linea aerea che parte dall’Italia (Milano e Roma) per arrivare ad Addis Abeba e poi continuare per Nairobi, nel corso dell’anno si incrociano vite, sogni di un mondo migliore e progetti concreti da realizzare in questa area d’Africa che da un lato ospita alcune delle città, Nairobi ed Addis Abeba, più promettenti per lo sviluppo del continente, dall’altro è il volto della più cupa povertà. Sogni e progetti portati avanti da Ong, associazioni ma soprattutto da persone che, senza dimenticare le difficoltà che anche il nostro paese sta vivendo, sono capaci di una visione più ampia, consapevoli che l’interesse individuale non è in competizione con il “bene comune” anzi, ne è parte, convinti che questo nostro mondo non può e non deve fare a meno della solidarietà. 

Tra le vittime ricordo in particolare Paolo Dieci, presidente dell’Ong CISP e della rete di Ong Link 2007, che ho avuto il piacere di conoscere nel mio percorso di vita professionale. Era un punto di riferimento della cooperazione internazionale italiana ma soprattutto una persona in ascolto, appassionata, un profondo conoscitore delle dinamiche dell’Africa, “un lavoratore infaticabile” e “una persona generosissima e gentile” ricordano i colleghi. Passando da Nairobi, era direttoin Somaliaper seguire alcuni dei progetti di sviluppo del CISP, la sua Ong. “Ci vado sempre volentieri”affermava pochi giorni fa, “perché è un paese che amiamo, anche se difficile e rischioso, ma ci sono interventi a beneficio delle comunità che abbiamo il dovere di fare e i nostri operatori, somali e internazionali, vanno sostenuti e guidati. Dobbiamo insistere perché se non andiamo noi in questi Paesi finisce che non va più nessuno, dobbiamo andarci e spiegare a tutti il perché”. Le persone che oggi piangiamo, erano uomini e donne di questa pasta e queste convinzioni. 

Tra il tanto dolore che oggi mi sconvolge e mi frastorna, mi hanno colpita le parole di uno dei tre figli di Carlo Spini e Gabriella Viciani, volontari della onlus di Bergamo Africa 3000, anche loro su quell’aereo, per dirigersi in Sud Sudan e monitorare un loro progetto, un piccolo ospedale con reparto maternità nella città di Giuba. Questo giovane ragazzo ha dichiarato alle telecamere che i suoi genitori non erano degli eroi ma “Facevano solo ciò che andava fatto e che ritenevano giusto”. In queste parole c’è un messaggio che va oltre l’umiltà. È un monito, un appello: “Tutti noi possiamo farlo” ha concluso.

Ecco, queste parole vorrei diventassero un’eredità, un impegno di vita. Non è necessario andare in Africa o lavorare nella cooperazione internazionale ma è sufficiente, ed è già tantissimo, capire e agire in modo più attento, consapevole e fraterno nel mondo che abbiamo intorno, vicino e lontano. Stretti nel cordoglio per queste vittime, siamo oggi più coscienti di chi è e cosa fa quello “strano popolo” della solidarietà e della cooperazione internazionale. Siamo oggi più coscienti che possiamo contribuire, sognare e attivarci contro l’indifferenza e per un mondo migliore. 

Lia Curcio

Sono da sempre interessata alle questioni globali, amo viaggiare e conoscere culture diverse, mi appassionano le persone e le loro storie di vita in Italia e nel mondo. Anche per questo, lavoro nella cooperazione internazionale con il ruolo di comunicazione ed ufficio stampa per una Ong italiana. Parallelamente, mi occupo di progettazione in ambito educativo, interculturale e di sviluppo umano. Credo che i media abbiano una grande responsabilità culturale nel fare informazione e per questo ho scelto Unimondo: mi piacerebbe instillare curiosità, intuizioni e domande oltre il racconto, spesso stereotipato, del mondo di oggi.

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